Lettura 129 Gen 50,14-26 La morte e l’imbalsamazione di Giuseppe
Gn 50,14 «Dopo aver sepolto suo padre, Giuseppe tornò in Egitto insieme con i suoi fratelli e con quanti erano andati con lui a seppellire suo padre».
La paura dei fratelli
«15 Ma i fratelli di Giuseppe cominciarono ad aver paura, dato che il loro padre era morto, e dissero: «Chissà se Giuseppe non ci tratterà da nemici e non ci renderà tutto il male che noi gli abbiamo fatto?». 16 Allora mandarono a dire a Giuseppe: «Tuo padre prima di morire ha dato quest’ordine: 17 Direte a Giuseppe: Perdona il delitto dei tuoi fratelli e il loro peccato, perché ti hanno fatto del male! Perdona dunque il delitto dei servi del Dio di tuo padre!». Giuseppe pianse quando gli si parlò così.
18 E i suoi fratelli andarono e si gettarono a terra davanti a lui e dissero: «Eccoci tuoi schiavi!». 19 Ma Giuseppe disse loro: «Non temete. Sono io forse al posto di Dio? 20 Se voi avevate pensato del male contro di me, Dio ha pensato di farlo servire a un bene, per compiere quello che oggi si avvera: far vivere un popolo numeroso. 21 Dunque non temete, io provvederò al sostentamento per voi e per i vostri bambini». Così li consolò e fece loro coraggio».
Dell’ordine di Giacobbe a cui si appellano i fratelli non c’è traccia nel racconto. Forse un’ultima fandonia raccontata dai fratelli per assicurarsi una qualche forma di protezione. Anche perché attorno al letto di morte di Giacobbe abbiamo visto che, sostanzialmente, c’era solo Giuseppe. D’altra parte non possono appellarsi a Dio perché essi sposano pienamente la teologia della retribuzione: hai agito bene otterrai bene, ha agito male otterrai il male. E in effetti con tutto il male che il gesto di venderlo come schiavo, ha causato al loro fratello”giustificherebbe” una vendetta altrettanto dura. Tanto più che adesso, il successo ottenuto nel combattere la carestia, ha reso Giuseppe ancora più potente agli occhi del faraone. Ha nelle sue mani il potere di tutto l’Egitto.
Però questo loro atteggiamento è causa del pianto di Giuseppe. Il settimo pianto. Come mai? Giuseppe si rende conto che malgrado il discorso di Giuda (44,18-34 – Lettura 120) che sembrava averla guadagnata, il senso della fratellanza non è stato ricuperato: essi lo considerano ancora un estraneo: non il fratello Giuseppe, ma Zafnat-Paneach. Una distanza tanto grande che non vanno direttamente dal loro fratello, ma “gli mandano a dire“.
Successivamente si recano direttamente da lui e si gettano a terra; più che evidente il rimando ai sogni del capitolo37. Ancora una volta essi sono disposti a diventare schiavi per salvarsi la vita, come nel secondo viaggio in Egitto quando la coppa di Giuseppe fu trovata nel sacco di Beniamino, Gn44, Lettura 120. Il vantaggio della schiavitù è che se il padrone uccide lo schiavo perde il lavoro gratuito che questo gli compiva, oltre che in conto capitale. Quindi la schiavitù offre una certa sicurezza per la propria vita.
Ma le vicissitudini subite da Giuseppe lo hanno reso saggio, molto saggio e si è reso conto, tra l’altro, che la “teologia della retribuzione” non regge alla realtà della storia. Certo, siamo in un mondo che non ha ancora l’idea della risurrezione, ma egli sa che ogni giudizio, ogni “vendetta” è nella mani di Dio. Per usare un termine, che scoprirà Giobbe, è Dio il suo Goèl, il suo “vendicatore”, Colui che compirà ogni giustizia (Gb 13).
Egli è ormai consapevole di quanto dirà o ha detto (il verbo dipende dalla datazione di questo racconto) il profeta Isaia riferendosi a Dio:
Is 55,8 «Perché i miei pensieri non sono i vostri pensieri, / le vostre vie non sono le mie vie – oracolo del Signore. / 9 Quanto il cielo sovrasta la terra, / tanto le mie vie sovrastano le vostre vie,/ i miei pensieri sovrastano i vostri pensieri».
Così è lui stesso a consolare i fratelli, spiegando loro che tutto quello che gli hanno fatto passare è stato trasformato da Dio in un fine benefico: la salvezza loro e dei loro figli. Così se egli non perdonasse i fratelli si porrebbe di fatto contro Dio stesso.
Tuttavia la profondità della colpa e la loro incomprensione impedisce ai fratelli di ritrovare un sano rapporto di fratellanza.
Vita e morte di Giuseppe
«22 Ora Giuseppe con la famiglia di suo padre abitò in Egitto; Giuseppe visse centodieci anni. 23 Così Giuseppe vide i figli di Efraim fino alla terza generazione e anche i figli di Machir, figlio di Manasse, nacquero sulle ginocchia di Giuseppe. 24 Poi Giuseppe disse ai fratelli: «Io sto per morire, ma Dio verrà certo a visitarvi e vi farà uscire da questo paese verso il paese ch’egli ha promesso con giuramento ad Abramo, a Isacco e a Giacobbe». 25 Giuseppe fece giurare ai figli di Israele così: «Dio verrà certo a visitarvi e allora voi porterete via di qui le mie ossa».
26 Poi Giuseppe morì all’età di centodieci anni; lo imbalsamarono e fu posto in un sarcofago in Egitto».
Possiamo ritenere che l’evidenziazione di Machir abbia lo scopo di giustificare l’assegnazione di un territorio, il Galaad, alla tribù di Machir. Però, se è così, non torna più il numero dodici che esprimerebbe le dodici tribù d’Israele.
Gios 17:1 «Questa era la parte toccata in sorte alla tribù di Manàsse, perché egli era il primogenito di Giuseppe. Quanto a Machir, primogenito di Manàsse e padre di Gàlaad, poiché era guerriero, aveva ottenuto Gàlaad e Basan».
Ma dobbiamo aggiungere che con il passare del tempo della tribù di Machir si perde traccia.
Fino a questo punto Giuseppe ha interpretato il disegno di Dio a riguardo della sua vita e quella dei fratelli, cioè rivolto al passato, ma ora fa una profezia:
«Dio verrà certo a visitarvi e vi farà uscire da questo paese verso il paese ch’egli ha promesso con giuramento ad Abramo, a Isacco e a Giacobbe».
È un ponte gettato verso Esodo… ma dovranno passare quattrocento anni.
Dio non ha fretta nel realizzare i suoi disegni.