Lettura 128 Gen 50,1-14 La morte e la sepoltura di Giacobbe

Gen 50, 1 «Allora Giuseppe si gettò sulla faccia di suo padre, pianse su di lui e lo baciò. 2 Poi Giuseppe ordinò ai suoi medici di imbalsamare suo padre. I medici imbalsamarono Israele 3 e vi impiegarono quaranta giorni, perché tanti ne occorrono per l’imbalsamazione. Gli Egiziani lo piansero settanta giorni. 4 Passati i giorni del lutto, Giuseppe parlò alla casa del faraone: «Se ho trovato grazia ai vostri occhi, vogliate riferire agli orecchi del faraone queste parole: 5 Mio padre mi ha fatto giurare: Ecco, io sto per morire: tu devi seppellirmi nel sepolcro che mi sono scavato nel paese di Canaan. Ora, possa io andare a seppellire mio padre e tornare». 6 Il faraone rispose: «Va’ e seppellisci tuo padre com’egli ti ha fatto giurare». 7 Allora Giuseppe andò a seppellire suo padre e con lui andarono tutti i ministri del faraone, gli anziani della sua casa, tutti gli anziani del paese d’Egitto, 8 tutta la casa di Giuseppe e i suoi fratelli e la casa di suo padre. Soltanto i loro bambini e i loro greggi e i loro armenti essi lasciarono nel paese di Gosen. 9 Andarono con lui anche i carri da guerra e la cavalleria, così da formare una carovana imponente».

Ci rendiamo subito conto che sono in scena solo Giacobbe e Giuseppe, mentre gli altri fratelli sono assenti, segno che il capitolo 49 è stato un intermezzo che ha spezzato il filo del discorso. È solo Giuseppe che piange sul letto di morte del padre.

L’imbalsamazione è un’attività indispensabile se la salma deve essere trasportata in Canaan perché in quel clima andrebbe subito in decomposizione.

Settanta giorni per il lutto è quanto si usava in Egitto per la morte del faraone e coinvolgendo anche gli egiziani mostra quanto fosse importante la figura di Giuseppe nel paese. Il lutto comportava un vestito particolare e l’astenersi da certi cibi e questa prassi spiega perché Giuseppe non si rechi direttamente a parlare con il faraone, ma si limita a parlargli tramite quelli della casa. Il lutto non poteva essere interrotto e d’altra parte non era possibile recarsi dal faraone con abito non adeguato.

Ottenuto il consenso e passato il tempo del lutto si forma una carovana imponente nella quale il clan di Giacobbe si porta appresso anche gli animali. Il tutto scortato dalla cavalleria egiziana.

«10 Quando arrivarono all’Aia di Atad (Aia delle spine), che è al di là del Giordano, fecero un lamento molto grande e solenne ed egli celebrò per suo padre un lutto di sette giorni. 11 I Cananei che abitavano il paese videro il lutto alla Aia di Atad e dissero: «È un lutto grave questo per gli Egiziani». Per questo la si chiamò Abel-Mizraim (lutto / ruscello /prato degli egiziani) , che si trova al di là del Giordano. 12 Poi i suoi figli fecero per lui così come aveva loro comandato. 13 I suoi figli lo portarono nel paese di Canaan e lo seppellirono nella caverna del campo di Macpela, quel campo che Abramo aveva acquistato, come proprietà sepolcrale, da Efron l’Hittita, e che si trova di fronte a Mamre. 14 Dopo aver sepolto suo padre, Giuseppe tornò in Egitto insieme con i suoi fratelli e con quanti erano andati con lui a seppellire suo padre».

La strada più breve per andare alla Grotta di Macpela è la via che costeggia il mare per poi deviare verso sinistra e salire sui monti fino a circa mille metri. Questa Grotta dove riposano i patriarchi è presso Hebron 20 -30 Km a sud di Gerusalemme, un piccolo appezzamento di terreno acquistato da Abramo per seppellirvi Sara, utilizzabile solo come sepoltura (Gn 23). Invece la nostra carovana segue un’altra strada e devia verso la Transgiordania, al di là del Mar Morto. Un percorso irrazionale se non ci fosse un’altra spiegazione.

Al v 5 si dice che Giacobbe si è scavata una tomba, che non si trova a Macpela, ma altrove, verosimilmente presso l’Aia di Atad, quindi ci troviamo di fronte ad una tradizione precedente a quella di Macpela.

Il redattore finale non sceglie una tradizione a scapito dell’altra, ma le accorpa entrambe: nella prima si fanno i sette giorni di lutto previsti dalla tradizione ebraica e a Macpela si esegue la sepoltura della salma di Giacobbe.

Qui finisce la vita di Giacobbe e si chiude anche quella parte che completa il “Ciclo di Giacobbe” che ha inserito alcuni spezzoni nella “Storia di Giuseppe”.

Attraverso la morte e la sepoltura in Macpela, Giacobbe entra in possesso definitivo di una piccola porzione di quella Terra della Promessa, che nella fede già possedeva integralmente, con una garanzia: il numero dei suoi discendenti si era notevolmente incrementato. Mentre Abramo e Isacco avevano avuto ciascuno due figli, lui aveva generato dodici figli e i suoi nipoti avevano di molto accresciuto il numero della famiglia. Certo, tutto considerato si trattava di sparute entità. Tuttavia questa piccola realtà era segno di ciò che sarebbe in seguito sopraggiunto. Proprio come era segno la piccolissima porzione del terreno della sua tomba.