Lettura 127 Gen 49,1-33 Le benedizioni di Giacobbe

Questo capitolo è tradizionalmente chiamato “Benedizioni di Giacobbe”. Si tratta di una collezione di detti, proverbi, brevi memorie storiche e battute che poco hanno a che fare con le benedizioni. La redazione finale ha sapientemente collocato questa collezione sul letto di morte di Giacobbe, come conclusione della “Storia di Giuseppe”, anche se ci attende ancora il funerale dell’antico Patriarca.

Collezioni di questo tipo sono Gdc 5 il “Canto di Debora”, appello a tutte le tribù in vista di una battaglia e Dt 33, “le benedizioni di Mosè” su tutte le tribù, in vista di lasciare il deserto per entrare nella “Terra dove scorre latte e miele”. Queste di Mosè sono effettivamente benedizioni. Non riportiamo questi testi perché troppo lunghi, ma ne consigliamo la lettura per cogliere al volo le differenze con il nostro brano.

Sulla antichità dei detti messi in bocca a Giacobbe ci sarebbe molto da dire, ma non possono essere trattati in modo univoco, perché alcuni potrebbero essere molto antichi, altri alquanto recenti.

Una cosa è certa la composizione avviene quando la struttura tribale è ormai scomparsa da molto tempo, infatti con la costituzione del Regno d’Israele e la successiva separazione tra Regno del Nord e Regno di Giuda, l’autonomia tribale scompare: rimane soltanto il nome di Giuda ed Efraim per indicare i due regni. Poi, con la caduta e scomparsa del Regno del Nord, rimane soltanto Giuda e il giudaismo. Così risulta che il punto di vista della composizione è decisamente giudaico.

Per facilitare la lettura riportiamo una cartina della dislocazione delle varie tribù in Canaan.

Cartina della Terra Santa che indica il territorio destinato a ogni tribù di Israele

Gen 49:1 «Quindi Giacobbe chiamò i figli e disse: «Radunatevi, perché io vi annunzi quello che vi accadrà nei tempi futuri. / 2 Radunatevi e ascoltate, figli di Giacobbe, / ascoltate Israele, vostro padre!»

RUBEN

«3 Ruben, tu sei il mio primogenito, / il mio vigore e la primizia della mia virilità,

esuberante in fierezza ed esuberante in forza!

4 Bollente come l’acqua, tu non avrai preminenza, / perché hai invaso il talamo di tuo padre

e hai violato il mio giaciglio su cui eri salito».

Il primo versetto esalta la figura di Ruben, ma il secondo lo smonta perché gli toglie il diritto di primogenitura a favore di Giuseppe .

Anche in questo caso siamo di fronte al tema della “Elezione“, Dio può scegliere il suo eletto adeguandosi agli usi e costumi umani, ma molte volte, va per conto suo, seguendo criteri che a noi sfuggono. Così ad Eliezer, il servo fedele, possibile erede di Abramo, viene miracolosamente sostituito prima da Ismaele, e questi a sua volta, da Isacco. Giacobbe il secondogenito sarà preferito ad Esaù, Giuseppe undicesimo figlio soppianta Ruben. E possiamo andare avanti: Davide l’ultimo di figli di Isai, nemmeno presentato a Samuele, sarà unto re. Tra tutti i grandi popoli che abitavano l’Antico Oriente, Dio si è scelto il più piccolo, del quale, se non ci fosse stata la Bibbia, non sapremmo nulla. E, ancora, quando decide di fare Incarnare il Figlio sceglie un villaggio ignoto a tutti, così come ignota e insignificante era la fanciulla che ne diverrà la Madre.

L’incesto che costa a Ruben la primogenitura, avvenne poco dopo la nascita di Beniamino e la morte di Rachele, Gn 35,21-22 :

«21 Poi Israele levò l’accampamento e piantò la tenda al di là di Migdal-Eder. 22 Mentre Israele abitava in quel paese, Ruben andò a unirsi con Bila, concubina del padre, e Israele lo venne a sapere».

Il «non avrai preminenza» probabilmente allude al fatto che la tribù di Ruben, insediatasi ad oriente del Mar Morto, è la prima a scomparire dalle carte geografiche. Già nelle “Benedizioni di Mosè, di Ruben viene detto:

Dt 33, 6 «Viva Ruben e non muoia, benché siano pochi i suoi uomini».

A quei tempi un epidemia anche di poco conto poteva ridurre una popolazione a pochi superstiti.

SIMEONE E LEVI

«5 Simeone e Levi sono fratelli, / strumenti di violenza sono i loro coltelli.

6 Nel loro conciliabolo non entri l’anima mia, / al loro convegno non si unisca il mio cuore.

Perché con ira hanno ucciso gli uomini / e con passione hanno storpiato i tori.

7 Maledetta la loro ira, perché violenta, / e la loro collera, perché crudele!

Io li dividerò in Giacobbe / e li disperderò in Israele».

Di questi versetti non si può assolutamente parlare di benedizione, ma piuttosto di maledizione.

Il riferimento al fattaccio di Sichem dove, dopo aver convinto gli abitanti a farsi circoncidere, entrarono in città e uccisero tutti gli uomini che non erano più in grado di combattere per via della ferita Gn 34,1 – 3, Lettura 105.

La tribù di Levi non avrà mai un territorio proprio perché vivranno delle decime versate per il servizio liturgico. Simeone abiterà un piccolo territorio a sud di Gerusalemme, che un po’ alla volta confluirà in Giuda.

«Storpiare i tori». In Giosuè 11 si narra di una battaglia vinta perché gli ebrei su indicazione di Dio, tagliarono di nascosto i garretti dei cavalli dei nemici, mettendo fuori combattimento tutta la cavalleria nemica.

Nel nostro caso, invece, vengono tagliati i garretti dei tori per divertimento, sicché essi non possono più pascolare e tanto meno accoppiarsi. Oppure si vuole alludere simbolicamente alla uccisione dei maschi di Sichem.

GIUDA

«8 Giuda, te loderanno i tuoi fratelli; / la tua mano sarà sulla cervice dei tuoi nemici;

davanti a te si prostreranno i figli di tuo padre.

9 Un giovane leone è Giuda: / dalla preda, figlio mio, sei tornato;

si è sdraiato, si è accovacciato come un leone / e come una leonessa; chi oserà farlo alzare?

10 Non sarà tolto lo scettro da Giuda / né il bastone del comando tra i suoi piedi,

finché verrà colui al quale esso appartiene / e a cui è dovuta l’obbedienza dei popoli.

11 Egli lega alla vite il suo asinello / e a scelta vite il figlio della sua asina,

lava nel vino la veste / e nel sangue dell’uva il manto;

12 lucidi ha gli occhi per il vino / e bianchi i denti per il latte».

A Giuda e Giuseppe è dedicato un numero più grande di versetti rispetto alle altre tribù. La triplice citazione del nome di Giuda indica che sono detti di provenienza diversa. Ora, mentre 8 e 9 sono proverbi propriamente tribali vv10-12 sono verosimilmente benedizioni.

v8=> Se si tratta di proverbi occorre la presenza di rime o paronomasie che nella traduzione si perdono. In ebraico troviamo paronomasia tra: “Giuda” e “te loderanno”; poi tra: “tuoi nemici” e “tuo padre”.

v9=> In questo caso viene usato in modo simbolico la figura del leone, ad indicare l’indole guerriera di questa tribù, con tre immagini esplicite:

1-essere tornato con le prede

2-starsene accovacciato dopo essersi saziato

3-nessuno se la sente di disturbarlo dal suo isolamento.

Che la tribù di Giuda fosse isolata risulta anche dal territorio nel quale si era insediata: l’altopiano di Gerusalemme non tanto facile da raggiungere, un terreno poco fertile ed in parte addirittura desertico.

vv10-12 => Questi versetti costituiscono una benedizione a tutti gli effetti. Vi è un’idea di primazialità e di regalità espressa dallo scettro e dal bastone di comando; lo scettro legato all’idea di regalità recente; il bastone legato piuttosto al mondo pastorale. Per inciso: il bastone di comando dei nostri vescovi è il “pastorale”.

Questa regalità è regalità di pace, sostenuta dalla figura dell’asino, in contrasto con i cavalli. Per fare la guerra si usano i cavalli, non gli asini. Non per niente l’ingresso trionfale di Gesù a Gerusalemme avviene a dorso di un puledro d’asina ottenuto in prestito.

Un regno caratterizzato da una grande abbondanza, che in quella cultura è caratterizzata dalla vite e dal suo frutto, qui espressa da: “asini legati alla vite“; vestiti e mantelli lavati nel vino. Abbondanza tale di vino da rendere gli occhi lucidi… e non entriamo nelle conseguenze. Abbondanza, sostenuta dal riferimento al latte.

La Promessa di Dio ha sempre parlato di una “Terra dove scorre latte e miele“.

NOTA ESEGETICA: lo scettro e il bastone di comando sono destinati a :«finché verrà colui al quale esso appartiene».

Le tradizioni giudaiche e cristiane successive a Gesù Cristo, applicano questo versetto al Messia Escatologico, ma per l’Antico Testamento il Messia, in ebraico, o il Cristo, in greco, è semplicemente l’Unto in quanto re, cioè un figura politica, anche se siamo in una cultura teocratica. Pertanto questa benedizione, nata in periodo monarchico o post-monarchico, alimenta la speranza di un regno “terreno” che possa continuare o rinascere.

Ciò non significa che alla luce del Nuovo Testamento una rilettura “messianica in senso escatologico” non sia possibile, ma si deve tenere conto di cosa intendeva l’antico agiografo.

ZABULON

«13 Zàbulon abiterà lungo il lido del mare / e sarà l’approdo delle navi, / con il fianco rivolto a Sidòne».

Questo detto riferisce la collocazione della tribù di Zabulon sulla costa del Mediterraneo che ovviamente ha dovuto fare i conti con l’arrivo dei fenici, navigatori senza pari.

ISSACAR

«14 Issacar è un asino robusto, / accovacciato tra un doppio recinto.

15 Ha visto che il luogo di riposo era bello, / che il paese era ameno;

ha piegato il dorso a portar la soma / ed è stato ridotto ai lavori forzati».

Issacar è nome composto da due vocaboli: iš = uomo e sakar = fatica, cioè “uomo di fatica”. La tribù si insedierà nella piana di Izreel, territorio morto fertile e si dedicherà alla coltivazione della terra. Essendo costituita essenzialmente da contadini viene usata la figura dell’asino, però non come immagine di pace come per Giuda, ma in senso denigratorio. Gli agricoltori non sono mai stati apprezzati dagli “eruditi” dediti alle lettere.

DAN

«16 Dan giudicherà il suo popolo / come ogni altra tribù d’Israele.

17 Sia Dan un serpente sulla strada, / una vipera cornuta sul sentiero,

che morde i garretti del cavallo / e il cavaliere cade all’indietro.

18 Io spero nella tua salvezza, JHWH!»

In questo detto si gioca sull’assonanza tra Dan e din = giustizia e derivati. L’immagine della vipera cornuta, una delle più velenose, allude al modo astuto in cui la tribù si trovò un territorio da abitare e un tempio in cui da tutti i dintorni la gente accorreva per ottenere oracoli. Attività che prosegui fino all’unificazione del culto in Gerusalemme, come racconta Giudici 18.

Il v18 è una sorta di intermezzo in questa descrizione delle caratteristiche di ogni tribù.

GAD

«19 Gad, assalito da un’orda, / ne attacca la retroguardia».

L’italiano non riesce a rendere tutte le similitudini letterarie e fonetiche, ma di diverso significato presenti nelle parole di questo detto. La tribù di Gad si rese famosa per la sua tenacia guerresca che, composta di pochi uomini, evitava scontri in campo aperto e si era specializzata in attacchi mordi e fuggi, alla maniera beduina, o per usare un termine più vicino a noi, alla maniera partigiana.

ASER

«20 Aser, il suo pane è pingue: / egli fornisce delizie da re».

Anche in questo caso il detto gioca sul nome perché una voce verbale di “allietare, procurare gioia”, ha suono analogo a quello del nome Aser.

NEFTALI

«21 Nèftali è una cerva slanciata / che dà bei cerbiatti».

La tribù di Neftali si era insediata sulla sponda occidentale del lago di Genezareth o Tiberiade, un paesaggio particolarmente delizioso e ricercato se pensiamo che poi, nel 20 d. C., Erode Antipa, figlio di Erode il grande, fondò in quel luogo la sua residenza dandole il nome dell’imperatore del tempo: Tiberio.

GIUSEPPE

«22 Germoglio di ceppo fecondo è Giuseppe; / germoglio di ceppo fecondo presso una fonte,

i cui rami si stendono sul muro.

23 Lo hanno esasperato e colpito, / lo hanno perseguitato i tiratori di frecce.

24 Ma è rimasto intatto il suo arco / e le sue braccia si muovon veloci

per le mani del Potente di Giacobbe, / per il nome del Pastore, Pietra d’Israele.

25 Per il Dio di tuo padre – egli ti aiuti! / e per Shaddai / il Dio onnipotente – egli ti benedica!

Con benedizioni del cielo dall’alto, / benedizioni dell’abisso nel profondo,

benedizioni delle mammelle e del grembo.

26 Le benedizioni di tuo padre sono superiori / alle benedizioni dei monti antichi,

alle attrattive dei colli eterni./ Vengano sul capo di Giuseppe

e sulla testa del principe tra i suoi fratelli!».

Questo brano è pervenuto molto corrotto probabilmente perché originariamente conteneva idee teologiche ritenute erronee da diversi copisti a partire dai Masoreti, cioè coloro che vocalizzarono il testo sacro.

Tenendo per buona la traduzione Cei, i vv 24 potrebbero essere visti come allusione a quello che Giuseppe ha subito e alla sua capacità di resistere alle avversità più dure. I successivi versetti sono delle benedizioni vere e proprie.

BENIAMINO

27 «Beniamino è un lupo che sbrana: / al mattino divora la preda / e alla sera spartisce il bottino».

La tribù di Beniamino abitava un piccolo territorio montagnoso a stretto contatto con gli Amorrei, per cui ha dovuto diventare un tribù guerriera e pericolosa per poter sopravvivere. Solo in epoca successiva accrescendo i rapporti con la vicina Gerusalemme diventa un tribù più tranquilla.

ULTIME DISPOSIZIONI DI GIACOBBE

«28 Tutti questi formano le dodici tribù d’Israele, questo è ciò che disse loro il loro padre, quando li ha benedetti; ognuno egli benedisse con una benedizione particolare.

29 Poi diede loro quest’ordine: «Io sto per essere riunito ai miei antenati: seppellitemi presso i miei padri nella caverna che è nel campo di Efron l’Hittita, 30 nella caverna che si trova nel campo di Macpela di fronte a Mamre, nel paese di Canaan, quella che Abramo acquistò con il campo di Efron l’Hittita come proprietà sepolcrale. 31 Là seppellirono Abramo e Sara sua moglie, là seppellirono Isacco e Rebecca sua moglie e là seppellii Lia. 32 La proprietà del campo e della caverna che si trova in esso proveniva dagli Hittiti».

33 Quando Giacobbe ebbe finito di dare questo ordine ai figli, ritrasse i piedi nel letto e spirò e fu riunito ai suoi antenati».

Questi versetti conclusivi sono opera della redazione finale che cerca di dare a tutto il testo l’impronta delle benedizioni; impronta che viene smentita se si esegue un’analisi testuale un poco più approfondita come abbiamo fatto.

L’ultima disposizione del Patriarca è quella di essere seppellito nella grotta di Macpela insieme ai suoi padri, cosa che sarà descritta nel capitolo successivo.

Conclusione. Ad una lettura superficiale questo capitolo risulta piuttosto arido, ma la Liturgia, che affronta la Bibbia in modo spiritualmente profondo, ha saputo apprezzarlo in modo sorprendente.

L’antico messale di Papa San Pio V, promulgato nel 1570 e rimasto in vigore fino al Concilio Vaticano II, accoglieva nella Liturgia per la festa di San Giuseppe i versetti 22,26 del nostro brano, per cui sono applicate allo sposo di Maria le parole che Giacobbe aveva destinato al figlio prediletto Giuseppe. E d’altra parte, San Giuseppe era un suo discendente per soggetto a quella benedizione.

Anche l’iconografia che rappresenta San Giuseppe con un bastone in cima al quale fiorisce un giglio, ha a che fare anche con il nostro brano. In particolare allo “scettro o bastone che mai sarà tolto di mano” riferito a Giuda (v10) e al “ramo che fiorisce o germoglia” riferito a Giuseppe.

In effetti non dobbiamo dimenticare che secondo Mt 1,-16 San Giuseppe è discendente del re Davide, che a sua volta è discendente di Giuda e quindi di Giacobbe.

Ancora una volta dobbiamo dire che la Bibbia deve essere elaborata nella sua unità.