Lettura 126 Gen 48,1-22 Le benedizione dei figli di Giuseppe

Con questo brano finisce il terzo atto della “Storia di Giuseppe”, rimane soltanto un’appendice che concluderà la “Storia”.

A – Antefatti

Gen 48,1 «Dopo queste cose, fu riferito a Giuseppe: «Ecco, tuo padre è malato!». Allora egli condusse con sé i due figli Manasse ed Efraim. 2 Fu riferita la cosa a Giacobbe: «Ecco, tuo figlio Giuseppe è venuto da te». Allora Israele raccolse le forze e si mise a sedere sul letto».

La prima impressione che si riceve nel leggere questi versetti è che si tratti di una ripetizione. In realtà queste ultime parti della “Storia di Giuseppe” sono alquanto confuse e corrotte, probabilmente derivanti da tradizioni differenti. Basti pensare che qui di seguito troviamo due benedizioni dei figli di Giuseppe. La compattezza degli avvenimenti che riguardavano Giuseppe e i fratelli, in senso stretto, si è perduta.

«tuo padre è malato!» È la prima volta che in Genesi e nella Bibbia si parla di una malattia a cui seguirà la morte e questa riguarda Giacobbe; probabilmente si allude che le morti degli altri patriarchi siano avvenute in modo improvviso o per consunzione, ma non per malattia. Ovviamente dobbiamo escludere dall’osservazione le morti per parto come è accaduto a Rachele.

B – Decisione di adottare i figli di Giuseppe

«3 Giacobbe disse a Giuseppe: «El Shaddai / Dio onnipotente mi apparve a Luz, nel paese di Canaan, e mi benedisse 4 dicendomi: Ecco, io ti rendo fecondo: ti moltiplicherò e ti farò diventare un insieme di popoli e darò questo paese alla tua discendenza dopo di te in possesso perenne. 5 Ora i due figli che ti sono nati nel paese d’Egitto prima del mio arrivo presso di te in Egitto, sono miei: Efraim e Manasse saranno miei come Ruben e Simeone. 6 Invece i figli che tu hai generato [Cei: avrai generati] dopo di essi, saranno tuoi: saranno chiamati con il nome dei loro fratelli nella loro eredità. 7 Quanto a me, mentre giungevo da Paddan, Rachele, tua madre, mi morì nel paese di Canaan durante il viaggio, quando mancava un tratto di cammino per arrivare a Efrata, e l’ho sepolta là lungo la strada di Efrata, cioè Betlemme».

Già dal v 5 Giacobbe antepone il nome del secondogenito, Efraim, a quello del primogenito, Manasse.

L’azione che Giacobbe sta per fare verso i figli di Giuseppe è così importante che egli richiama le promesse che Dio gli ha fatto: discendenza numerosa e possesso della Terra.

L’intenzione del patriarca è quella di considerare questi due figli di Giuseppe parte della discendenza promessa pertanto “figli d’Israele” a tutti gli effetti. Questo apre un problema.

Non possiamo sapere se effettivamente Giacobbe abbia compiuto questo gesto o se si tratti di un rilettura fatta al tempo della redazione postesilica del testo. Nel postesilio, appunto, il nostro redattore aveva a che fare con gli ebrei ritornate dall’esilio che, se è durato settant’anni, in gran parte erano nati a Babilonia, e non sempre da due genitori ebrei: i matrimoni misti erano alquanto numerosi. Situazione analoga a quella dei figli di Giuseppe: padre ebreo, madre egiziana e, oltretutto, figlia di un sacerdote del dio sole, On.

Se è così si tratterebbe di un gesto che inserisce nel Popolo Eletto persone di sangue misto.

Per contro dobbiamo dire che da sempre le tribù di Efraim e Manasse furono riconosciute come legittime discendenti dagli antichi Patriarchi, il che opera a favore dell’autenticità di questa adozione e relativo racconto.

Ancora, l’impressione che riceviamo leggendolo, soprattutto il versetto 12, è quella di avere a che fare con dei bambini, ma la cronologia non torna. Appena liberato dal faraone per avere interpretato i suoi sogni Giuseppe viene esaltato (Gn 45, Lettura 116) e gli viene data in sposa Asenat, e poco dopo si parla della nascita dei due figli (Gn 41,50; Lettura 117) poi trascorrono gli anni dell’abbondanza e dopo due anni di carestia Giacobbe si trasferisce in Egitto. Dopo diciassette anni chiama Giuseppe per adottare i due figli. Se ora sommiamo tutti questi anni risulta che Manasse ed Efraim dovevano avere circa vent’anni. Ancora una volta dobbiamo dire che il testo è corrotto.

Per quanto riguarda «gli altri figli» è importante il tempo del verbo che in ebraico è un passato, questo ci porta a dire che dei figli di Giuseppe solo due sono venuti da Giacobbe, mentre gli altri sono rimasti a casa. Sul perché si possono fare diverse ipotesi, come la volontà dei figli, cresciuti alla corte del faraone, di non volere a che fare con questi pastori. Non è da escludere che alcuni siano nati dopo. Da essi potrebbe derivare quella parte di ebrei che al tempo di Esodo non abbia voluto seguire il popolo in fuga, ma abbia preferito rimanere in Egitto per cui di essi non si è più parlato nella Bibbia.

B’ – Rito di adozione

«8 Poi Israele vide i figli di Giuseppe e disse: «Chi sono questi?». 9 Giuseppe disse al padre: «Sono i figli che Dio mi ha dati qui». Riprese: «Portameli perché io li benedica!». 10 Ora gli occhi di Israele erano offuscati dalla vecchiaia: non poteva più distinguere. Giuseppe li avvicinò a lui, che li baciò e li abbracciò. 11 Israele disse a Giuseppe: «Io non pensavo più di vedere la tua faccia ed ecco, Dio mi ha concesso di vedere anche la tua prole!». 12 Allora Giuseppe li ritirò dalle sue ginocchia e si prostrò con la faccia a terra».

Il rito di adozione comprende, un abbraccio, un bacio e una prostrazione in segno di accoglimento. La prostrazione non è rivolta verso il padre Giacobbe, ma verso Dio perché ogni benedizione proviene da Dio. Giacobbe può solo implorare la benedizione come semplice mediatore.

Il rito prosegue con l’imposizione delle mani.

C – Prima benedizione

«13 Poi li prese tutti e due, Efraim con la sua destra, alla sinistra di Israele, e Manasse con la sua sinistra, alla destra di Israele, e li avvicinò a lui. 14 Ma Israele stese la mano destra e la pose sul capo di Efraim, che pure era il più giovane, e la sua sinistra sul capo di Manasse, incrociando le braccia, benché Manasse fosse il primogenito. 15 E così benedisse Giuseppe:

«Il Dio, davanti al quale hanno camminato / i miei padri Abramo e Isacco,

il Dio che è stato il mio pastore da quando esisto / fino ad oggi,

16 l’angelo che mi ha liberato da ogni male, / benedica questi giovinetti!

Sia ricordato in essi il mio nome / e il nome dei miei padri Abramo e Isacco

e si moltiplichino in gran numero / in mezzo alla terra!».

Giacobbe non conosce il nome di quel Dio che aveva parlato al nonno Abramo e poi ad Isacco, di Lui conosce solo una storia: l’insieme delle relazione intessute con la sua famiglia, e quello che lui personalmente ha sperimentato: la protezione lungo i vent’anni trascorsi a Paddam-Aram presso Labano, il dono delle due mogli e una numerosa figliolanza. E, molto importante, il ritrovamento in vita del figlio prediletto Giuseppe ritenuto sbranato da una belva.

C’ – Seconda benedizione

«17 Giuseppe notò che il padre aveva posato la destra sul capo di Efraim e ciò gli spiacque. Prese dunque la mano del padre per toglierla dal capo di Efraim e porla sul capo di Manasse. 18 Disse al padre: «Non così, padre mio: è questo il primogenito, posa la destra sul suo capo!». 19 Ma il padre ricusò e disse: «Lo so, figlio mio, lo so: anch’egli diventerà un popolo, anch’egli sarà grande, ma il suo fratello minore sarà più grande di lui e la sua discendenza diventerà una moltitudine di nazioni». 20 E li benedisse in quel giorno:

«Di voi si servirà Israele / per benedire, dicendo: / Dio ti renda come Efraim e come Manasse!».

Così pose Efraim prima di Manasse».

Anche verso i nipoti Giacobbe, come sempre, rompe con le usanze, e fa precedere nella discendenza il secondogenito al primo. Si ripete così quello che a suo tempo era avvenuto nei confronti di suo fratello Esaù.

Queste precisazioni a noi sembrano superflue, ma non lo furono per le tribù che occuparono la Terra, anche perché si facevano guerra tra di loro. Teniamo presente che all’arrivo del popolo fuggito dalla schiavitù d’Egitto, la Terra Promessa viene divisa in dodici parti, ma alla tribù di Levi non ne viene assegnata perché il suo mantenimento era assicurato dai servizi resi per il culto. Si riesce comunque ottenere la divisione in dodici parti assegnandone una per ciascuno dei figli di Giuseppe: Manasse ed Efraim. Ma con il tempo il secondo allargherà i suoi possedimenti fino ad assorbire gran parte del territorio di Manasse, al punto che spesso i profeti per indicare tutto il Regno del Nord diranno semplicemente “Efraim”.

A questo punto, ci possiamo chiedere se la predilezione accordata da Giacobbe al secondogenito sia un’eziologia della realtà, oppure una profezia di ciò che sarebbe poi accaduto. Lasciamo il problema agli esperti, ma la lettura sincronica che noi abbiamo adottato ci porta a ritenere attendibile la seconda ipotesi.

A’ – Testamento di Giacobbe

«21 Poi Israele disse a Giuseppe: «Ecco, io sto per morire, ma Dio sarà con voi e vi farà tornare al paese dei vostri padri.

22 Quanto a me, io do a te, più che ai tuoi fratelli, un dorso di monte / šekem, che io ho conquistato dalle mani degli Amorrei con la spada e l’arco».

Quel “dorso di monte” in ebraico è scritto esattamente come “Sichem”. Abbiamo visto nella Lettura 104 che, giunto da Paddam-Aram in Canaan, Giacobbe acquistò un terreno:

Gn 33,18 «Giacobbe arrivò sano e salvo alla città di Sichem, che è nel paese di Canaan, quando tornò da Paddan-Aram e si accampò di fronte alla città. 19 Poi acquistò dai figli di Camor, padre di Sichem, per cento pezzi d’argento, quella porzione di campagna dove aveva piantato la tenda. 20 Ivi eresse un altare e lo chiamò «El, Dio d’Israele».

Però, dopo il “fattaccio di Sichem”, cioè l’uccisione di tutti gli uomini della città e la razzia compiuta in essa ( Gn 34 Lettura 104), la città rimane deserta. Probabilmente il patriarca si riferisce a questa guerricciola, perché specifica: «che io ho conquistato dalle mani degli Amorrei con la spada e l’arco». Di certo sappiamo che la città di Sichem si trovava sul confine tra il territorio assegnato a Efraim e quello assegnato a Manasse e pertanto a Giuseppe, come recita il nostro brano.

Da tutte queste beghe famigliari, non è che possiamo ricavare indicazioni per noi perché troviamo poco o nulla di esaltante, ma una cosa è certa: in questa quotidianità più o meno banale quanto la nostra, la presenza di Dio non è mai mancata. Come dice, tra l’altro Giacobbe: «l’angelo che mi ha liberato da ogni male».

Dio non è intervenuto con lampi, tuoni e visioni, eurovisioni o mondovisioni, ma è sempre stato lì in silenzio, esattamente come fa con ciascuno di noi.

Perché Dio quando agisce non fa chiasso.