Lettura 125 Gen 47,27-31 Le disposizione testamentaria di Giacobbe
Gen 47,27 «Gli Israeliti intanto si stabilirono nel paese d’Egitto, nel territorio di Gosen, ebbero proprietà e furono fecondi e divennero molto numerosi.
28 Giacobbe visse nel paese d’Egitto diciassette anni e gli anni della sua vita furono centoquarantasette. 29 Quando fu vicino il tempo della sua morte, Israele chiamò il figlio Giuseppe e gli disse: «Se ho trovato grazia ai tuoi occhi, metti la mano sotto la mia coscia e usa con me bontà e fedeltà: non seppellirmi in Egitto! 30 Quando io mi sarò coricato con i miei padri, portami via dall’Egitto e seppelliscimi nel loro sepolcro». Rispose: «Io agirò come hai detto». 31 Riprese: «Giuramelo!». E glielo giurò; allora Israele si prostrò sul capezzale del letto».
Anche questo brano porta a pensare che la lettura precedente sia fuori posto perché ora ritorniamo ai rapporti familiari, in particolare Giuseppe e il padre.
Di per sé sembra di avere a che fare con la fine di Giacobbe, perché la disposizione lasciata a Giuseppe ha tutta l’aria di un testamento espresso in punto di morte, ma i capitoli successivi, Gen 48, smentiranno questa impressione.
Quello che determina questa impressione è il seguente passaggio:
28 «Giacobbe visse nel paese d’Egitto diciassette anni e gli anni della sua vita furono centoquarantasette. 29 Quando fu vicino il tempo della sua morte…»
che secondo gli esperti dovrebbe fare parte del capitolo successivo.
Giacobbe lascia al figlio attualmente più importate la sua volontà a riguardo della sua sepoltura, che non dovrà avvenire in questa terra straniera, ma nella Terra promessa ad Abramo, Isacco e a se stesso: Canaan.
Il giuramento acquista una particolare rilevanza perché attuato mettendo la mano sotto la coscia, in realtà sui genitali che anticamente erano considerati l’origine della vita e pertanto organi sacri. In epoca più tarda alcuni codici scrivono: “metti la mano sulla mia alleanza”, tenendo presente che il segno dell’alleanza è la circoncisione. Nell’epoca in cui questa redazione è stata compilata, cioè nel postesilio si era perduto il rito originario ed era diventato un semplice richiamo all’Alleanza con JHWH.
Avevamo già trovato questo rito quando Abramo inviò il suo servo più affidabile a trovare una moglie per Isacco tra le donne della famiglia di origine a Carran; paese da quale il servo tornò con Rebecca Gen 24 (Letture 82 e 83).
Egli effetti di questo giuramento si vedranno al capitolo 50 nel quale si narra morte di Giacobbe, la sua imbalsamazione e il trasferimento con un solenne corteo della sua salma in Canaan dove sarà sepolto nella grotta di Macpela, vicino a Ebron, dove già risposavano Abramo, Sara e Isacco.
Anche Giuseppe sarà sepolto a Macpela, ma la sua traslazione avverrà quando quel piccolo clan, divenuto popolo, uscirà dall’Egitto per insediarsi definitivamente nella Terra della Promessa come è raccontato nel libro di Esodo.
Il brano si conclude con un versetto molto importante che rimanda all’inizio della “Storia di Giuseppe”, quando il protagonista, ancora ragazzo, racconta ai famigliari i suoi sogni. Ci interessa il secondo che riportiamo testualmente:
Gen 37,9 «Egli fece ancora un altro sogno e lo narrò al padre e ai fratelli e disse: «Ho fatto ancora un sogno, sentite: il sole, la luna e undici stelle si prostravano davanti a me». 10 Lo narrò dunque al padre e ai fratelli e il padre lo rimproverò e gli disse: «Che sogno è questo che hai fatto! Dovremo forse venire io e tua madre e i tuoi fratelli a prostrarci fino a terra davanti a te?».
In quell’occasione Giacobbe lo rimproverò, ma il nostro brano termina esattamente con la prostrazione di Giacobbe davanti al figlio Giuseppe.
Anche quel sogno ha trovato il suo avveramento.