Lettura 124 Gen 47,13-26 Il successo (?) di Giuseppe
Abbiamo a che fare con un brano che crea un sacco di problemi agli studiosi, perché viene introdotto un argomento che interrompe il filo del discorso. La frattura è più che evidente. Si stava parlando dei fratelli, di Giacobbe, della ricomposizione della famiglia e tutto questo viene improvvisamente abbandonato per parlare della politica economica praticata da Giuseppe. Qualcuno, ritiene e ha ragione, che questo brano dovrebbe essere posto dopo il capitolo 41, cioè dopo che il faraone ha incaricato Giuseppe di fronteggiare i sette anni buoni e i sette di carestia.
Però ha una sua funzione letteraria e compositiva perché colma i diciassette anni che trascorrono dall’incontro di Giacobbe con il faraone e la sua morte.
Per facilitare la lettura dividiamo il testo in tre fasi.
Prima fase
Gen 47,13 «Ora non c’era pane in tutto il paese, perché la carestia era molto grave: il paese d’Egitto e il paese di Canaan languivano per la carestia. 14 Giuseppe raccolse tutto il denaro che si trovava nel paese d’Egitto e nel paese di Canaan in cambio del grano che essi acquistavano; Giuseppe consegnò questo denaro alla casa del faraone.
Seconda fase
15 Quando fu esaurito il denaro del paese di Egitto e del paese di Canaan, tutti gli Egiziani vennero da Giuseppe a dire: «Dacci il pane! Perché dovremmo morire sotto i tuoi occhi? Infatti non c’è più denaro». 16 Rispose Giuseppe: «Cedetemi il vostro bestiame e io vi darò pane in cambio del vostro bestiame, se non c’è più denaro». 17 Allora condussero a Giuseppe il loro bestiame e Giuseppe diede loro il pane in cambio dei cavalli e delle pecore, dei buoi e degli asini; così in quell’anno li nutrì di pane in cambio di tutto il loro bestiame.
Terza fase
18 Passato quell’anno, vennero a lui l’anno dopo e gli dissero: «Non nascondiamo al mio signore che si è esaurito il denaro e anche il possesso del bestiame è passato al mio signore, non rimane più a disposizione del mio signore se non il nostro corpo e il nostro terreno. 19 Perché dovremmo perire sotto i tuoi occhi, noi e la nostra terra? Acquista noi e la nostra terra in cambio di pane e diventeremo servi del faraone noi con la nostra terra; ma dacci di che seminare, così che possiamo vivere e non morire e il suolo non diventi un deserto!». 20 Allora Giuseppe acquistò per il faraone tutto il terreno dell’Egitto, perché gli Egiziani vendettero ciascuno il proprio campo, tanto infieriva su di loro la carestia. Così la terra divenne proprietà del faraone. 21 Quanto al popolo, egli lo fece passare nelle città da un capo all’altro della frontiera egiziana. 22 Soltanto il terreno dei sacerdoti egli non acquistò, perché i sacerdoti avevano un’assegnazione fissa da parte del faraone e si nutrivano dell’assegnazione che il faraone passava loro; per questo non vendettero il loro terreno.
23 Poi Giuseppe disse al popolo: «Vedete, io ho acquistato oggi per il faraone voi e il vostro terreno. Eccovi il seme: seminate il terreno. 24 Ma quando vi sarà il raccolto, voi ne darete un quinto al faraone e quattro parti saranno vostre, per la semina dei campi, per il nutrimento vostro e di quelli di casa vostra e per il nutrimento dei vostri bambini». 25 Gli risposero: «Ci hai salvato la vita! Ci sia solo concesso di trovar grazia agli occhi del mio signore e saremo servi del faraone!». 26 Così Giuseppe fece di questo una legge che vige fino ad oggi sui terreni d’Egitto, per la quale si deve dare la quinta parte al faraone. Soltanto i terreni dei sacerdoti non divennero del faraone».
Letto senza riflessione questo brano sembra esaltare la saggezza di Giuseppe che pone tutte le ricchezze del paese nelle mani del faraone. Ma cosa ne poteva pensare la gente? Il giudizio del popolo riportato al v 25 esalta ancora Giuseppe, ma proviamo a calarci nei panni di un agricoltore che negli anni dell’abbondanza dovette versare al faraone un quinto del raccolto e adesso con la carestia, prima ci rimette tutto il denaro posseduto, poi il bestiame e infine il terreno così da essere ridotto un miserabile. Certo è ancora in vita, ma divenuto praticamente schiavo. Così adesso deve coltivare il terreno di proprietà dello stato, tenere per sé un parte del raccolto e ammassare sempre un quinto all’erario. Non è più in grado di vendere o acquistare la terra, né gli animali, né di andare a risiedere in altri luoghi.
Allora questa soluzione della carestia praticata da Giuseppe ottiene il bel risultato di rendere tutti gli egiziani una massa di schiavi. Dal punto di vista storico sappiamo che Nuovo Impero intorno al 1500 a. C. pose in atto in modo strisciante questa prassi, ma alcune fonti ritengono che essa non fosse applicata proprio a tutti i contadini.
Appare poi una incongruenza notevole: il clan di Giacobbe residente in una delle zone più fertili è mantenuto direttamente dal gran vizir / Giuseppe, mentre i cittadini del paese sono ridotti ad uno stato di servitù della gleba.
Anche i terreni della classe sacerdotale non divengono beni del faraone e in sovrappiù i sacerdoti sono riforniti direttamente dai beni del faraone.
Per quanto riguarda il bestiame, seconda fase, sorge la domanda: cosa se ne fa Giuseppe di tutto il bestiame? Comprendiamo che, a rigor di logica, esso fosse lasciato in gestione ai precedenti proprietari che tuttavia non potevano più disporne a piacimento.
Probabilmente hanno ragione gli studiosi che in base all’affermazione «una legge che vige fino ad oggi sui terreni d’Egitto» ritengono che questo brano sia un’eziologia che cerca di spiegare le differenze nella politica agraria egizia e quella di Israele.
Allora dobbiamo esplorare questa differenza o meglio, la particolarità della politica agraria d’Israele rispetto a quella egiziana, del resto analoga a quella persiana.
Lungo tutto il nostro percorso nella lettura di Genesi abbiamo incontrato diverse teofanie o rivelazioni che promettevano “una numerosa discendenza e il possesso della Terra“. Sono promesse che continuano anche nel libro di Esodo e troveranno il loro compimento nel libro di Giosuè.
In questo libro viene raccontata la conquista della Terra e la sua suddivisione tra le varie tribù e poi in dettaglio la suddivisione del territorio assegnato ad ogni tribù secondo le varie famiglie. Pertanto ogni famiglia d’Israele possiede il suo appezzamento che costituisce la sua eredità / nahalat. Questo termine non significa semplicemente il possesso di un terreno, ma per ogni israelita è il dono che Dio ha fatto ai tuoi padri e che tu dovrai migliorare e consegnare ai tuoi figli e ai figli dei tuoi figli; di generazione in generazione.
Potremmo avere un’idea di cosa significasse questa “eredità” se riprendiamo le Letture 17 e 18 del libretto di Elia (vedi archivio), delle quali riportiamo solo l’inizio del racconto:
1 Re 21,1 «In seguito avvenne il seguente episodio. Nabot di Izreèl possedeva una vigna vicino al palazzo di Acab re di Samaria. 2 Acab disse a Nabòt: «Cedimi la tua vigna; siccome è vicina alla mia casa, ne farei un giardino verdeggiante. In cambio ti darò una vigna migliore oppure, se preferisci, te la pagherò in denaro al prezzo che vale».
3 Nabòt rispose ad Acab: «Mi maledica JHWH dal cederti l’eredità / nahalat dei miei padri».
Il re vuole una piccola vigna disposto a pagarla per molto di più del suo valore, ma il povero Nabot, non la cede per nessun prezzo perché è la nahalat di famiglia. Nabot verrà, poi, accusato da falsi testimoni e lapidato.
Il “di più”, il valore “teologico” della nahalat è oggetto di un articolo della Legge:
Nm 36,7 «Nessuna eredità tra gli Israeliti potrà passare da una tribù all’altra, ma ciascuno degli Israeliti si terrà vincolato all’eredità della tribù dei suoi padri. 8 Ogni fanciulla che possiede una eredità in una tribù degli Israeliti, si mariterà ad uno che appartenga ad una famiglia della tribù di suo padre, perché ognuno degli Israeliti rimanga nel possesso dell’eredità dei suoi padri 9 e nessuna eredità passi da una tribù all’altra; ognuna delle tribù degli Israeliti si terrà vincolata alla propria eredità nahalat».
Inoltre la prescrizione riguardante le tribù vale anche per le famiglie che la compongono.
In definitiva la consapevolezza nutrita dal popolo di Israele concepisce che la tua terra, la tua nahalat non possa essere venduta per nessuna ragione. Neanche per pagare le tasse come mostrano i due brani seguenti:
1Re 4, 7 «Salomone aveva dodici prefetti su tutto Israele; costoro provvedevano al re e alla sua famiglia; ognuno aveva l’incarico di procurare il necessario per un mese all’anno».
Nella Bibbia parla sempre bene di Salomone perché si lascia a parte il tema delle tasse, usate anche per lo sfarzo ostentato dalla corte. Ricordiamo che Salomone aveva mille tra mogli e concubine. Le tasse diventeranno il motivo che spaccherà il Regno in due, perché al Nord gli abitanti rifiutano l’erede designato al trono: Roboamo, che voleva aumentare le tasse, con rischio per gli agricoltori di dovere vendere anche la terra / nahalat perché le imposte erano proporzionali ai terreni posseduti.
1Re 12:1 «Roboamo [figlio di Salomone] andò in Sichem, perché tutto Israele era convenuto in Sichem per proclamarlo re. 2 Quando lo seppe, Geroboamo figlio di Nebàt, che era ancora in Egitto ove si era rifugiato per paura del re Salomone, tornò dall’Egitto. 3 Lo mandarono a chiamare e Geroboamo venne con tutta l’assemblea di Israele e dissero a Roboamo: 4 «Tuo padre ci ha imposto un pesante giogo; ora tu alleggerisci la dura schiavitù di tuo padre e il giogo pesante che quegli ci ha imposto e noi ti serviremo». 5 Rispose loro: «Ritiratevi per tre giorni; poi tornerete da me». Il popolo se ne andò. 6 Il re Roboamo si consigliò con gli anziani, che erano stati al servizio di Salomone suo padre durante la sua vita, domandando: «Che cosa mi consigliate di rispondere a questo popolo?». 7 Gli dissero: «Se oggi ti mostrerai arrendevole verso questo popolo, se darai loro soddisfazione, se dirai loro parole gentili, essi saranno tuoi servi per sempre». 8 Ma egli trascurò il consiglio che gli anziani gli avevano dato e si consultò con giovani che erano cresciuti con lui ed erano al suo servizio. 9 Domandò loro: «Che cosa mi consigliate di rispondere a questo popolo che mi ha chiesto di alleggerire il giogo imposto loro da mio padre?». 10 I giovani che erano cresciuti con lui gli dissero: «Così risponderai a questo popolo, che ti ha chiesto: Tuo padre ha reso pesante il nostro giogo, tu alleggeriscilo! così dirai loro: Il mio mignolo è più grosso dei fianchi di mio padre. 11 Ora, se mio padre vi caricò di un giogo pesante, io renderò ancora più grave il vostro giogo; mio padre vi castigò con fruste, io vi castigherò con flagelli».
12 Quando Geroboamo e tutto il popolo si presentarono a Roboamo il terzo giorno, come il re aveva ordinato affermando: «Ritornate da me il terzo giorno», 13 il re rispose duramente al popolo respingendo il consiglio degli anziani; 14 egli disse loro secondo il consiglio dei giovani: «Mio padre vi ha imposto un giogo pesante; io renderò ancora più grave il vostro giogo. Mio padre vi ha castigati con fruste, io vi castigherò con flagelli».
A questa testardaggine di Roboamo il popolo reagirà proclamando re Geroboamo che regnerà su tutto Israele ad eccezione della piccola Giudea. Due regni perennemente in lotta tra di loro, facili bocconi per la superpotenze di allora: Assiria da un lato, Egitto dall’altro, delle quali per gran parte del tempo resteranno vassalli.
Questi racconti ci dicono che le eccesive tasse diventano la ragione per mandare a casa il legittimo re e sostituirlo con uno dei suoi generali. Cosa possibile in Israele il cui re è un semplice uomo, a differenza del faraone considerato di origine divina se non dio addirittura.
Ma allora cos’è per un ebreo la nahalat?
La nahalat è la terra ove tu semini il grano e “che tu dorma o sia veglio lui cresce...”
È il luogo nel quale “Dio fa crescere il gigli che neanche Salomone…“
È il luogo dove cade se cade “un granello di senape che non riesci neanche a vedere ad occhio nudo diventa poi un albero tanto grande che gli uccelli vi fanno i loro nidi...”
È il luogo in cui “Dio dà il sole e il sole e la pioggia, che tu sia giusto o peccatore, perché Lui il tuo Dio è perfetto e ama tanto i giusti che i peccatori…“
È quella terra che ha prodotto “tre staia di farina che la donna con un pugnetto di lievito ha fatto lievitare...”
È il luogo in cui il tuo gregge trova erba che consente a te di avere latte formaggi…
È il luogo in cui Dio «prese e pose l’uomo perché lo coltivasse e custodisse» proprio come nel Giardino.
In definitiva è il luogo in cui Dio manifesta il suo amore per te consentendoti di nutrire te e la tua famiglia con il lavoro delle tue mani.
Se tutto questo regge, il redattore finale vuole sottolineare ai lettori suoi contemporanei, la benedizione che Dio assicura al suo popolo, discendenza di Abramo, che non ha nulla da invidiare alla fecondità dei terreni bagnati dal Nilo.
E allora quella terra che Giuseppe ha ottenuto dai contadini in cambio di pane?
Quella non è nahalat, quella è la terra del faraone.