Lettura 123 Gen 46,28-47,1-27 L’arrivo di Giacobbe in Egitto

Con questa lettura inizia il III° ATTO che possiamo intitolare: Giacobbe in Egitto

A – Incontro di Giacobbe con Giuseppe

Gen 46,28 «Ora egli aveva mandato Giuda avanti a sé da Giuseppe, perché questi desse istruzioni in Gosen prima del suo arrivo. Poi arrivarono al paese di Gosen. 29 Allora Giuseppe fece attaccare il suo carro e salì in Gosen incontro a Israele, suo padre. Appena se lo vide davanti, gli si gettò al collo e pianse a lungo stretto al suo collo. 30 Israele disse a Giuseppe: «Posso anche morire, questa volta, dopo aver visto la tua faccia, perché sei ancora vivo».

Il nostro testo, fedele a quello ebraico (Masoretico), non spiega perché Giacobbe mandi Giuda davanti a sé. Potremmo fare molte ipotesi, ma la LXX aggiunge: “per incontrarsi con lui”. Altri codici riportano altre notazioni.

Però se stiamo ai precedenti della “storia” dobbiamo ricordare che Giuda ha avuto un ruolo di rilievo per giungere fino a questo punto. Aveva insistito con il padre per ritornare in Egitto con Beniamino e così liberare Simeone dalla prigionia (43,3 Lettura 119). Durante il secondo viaggio si era fatto interprete verso Zafnat-Paneach/ Giuseppe con una lunga e commovente perorazione perché Beniamino non rimanesse prigioniero in Egitto, quando lo stesso Giuseppe aveva messo alla prova con il simulato furto della coppa d’argento (44,18 ss; Lettura 120).

Se è così, dobbiamo riconoscere a Giuda un ruolo primaziale sopra i fratelli. La ragione potrebbe essere più storica che non narrativa. Dobbiamo ricordare che nel 721 a. C. viene annientato il regno del Nord e la popolazione dispersa in differenti regioni dell’Impero Assiro e dopo la distruzione di Gerusalemme per opera dei babilonesi nel 587 a. C. il conseguente esilio e la diaspora, quando gli esiliati ritornano non si parla più di “Ebraismo”, ma di “Giudaismo”. Quasi a dire che di tutto quello che c’era stato prima è rimasto il territorio di Giuda. Ecco perché Giuda e conseguentemente la sua tribù, diventano così importanti.

L’incontro tra padre e figlio, Giacobbe e Zafnat-Paneach / Giuseppe è raccontato in modo estremamente sintetico. I redattori vogliono lasciare ai lettori il compito di rivestirlo di sentimenti.

Tuttavia dobbiamo sottolineare che, a differenza dei fratelli, Giacobbe non si prostra davanti al gran vizir dell’Egitto, Giuseppe.

La pericope è chiusa da un breve passaggio di consolazione. Ora Giacobbe ha ritrovato la pace ed è disposto a lasciare questo mondo.

Viene in mente la preghiera di Simeone alla vista del piccolo Gesù portato al tempo per il rito di Purificazione che si recita a Compieta.

Lc 2, 25 «Ora a Gerusalemme c’era un uomo di nome Simeone, uomo giusto e timorato di Dio, che aspettava il conforto d’Israele; 26 lo Spirito Santo che era sopra di lui, gli aveva preannunziato che non avrebbe visto la morte senza prima aver veduto il Messia del Signore. 27 Mosso dunque dallo Spirito, si recò al tempio; e mentre i genitori vi portavano il bambino Gesù per adempiere la Legge, 28 lo prese tra le braccia e benedisse Dio:

29 «Ora lascia, o Signore, che il tuo servo / vada in pace secondo la tua parola;

30 perché i miei occhi han visto la tua salvezza, / 31 preparata da te davanti a tutti i popoli,

32 luce per illuminare le genti / e gloria del tuo popolo Israele».

B – Preparazione dei fratelli all’incontro con il Faraone

«31 Allora Giuseppe disse ai fratelli e alla famiglia del padre: «Vado ad informare il faraone e a dirgli: I miei fratelli e la famiglia di mio padre, che erano nel paese di Canaan, sono venuti da me. 32 Ora questi uomini sono pastori di greggi, si occupano di bestiame, e hanno condotto i loro greggi, i loro armenti e tutti i loro averi. 33 Quando dunque il faraone vi chiamerà e vi domanderà: Qual è il vostro mestiere?, 34 voi risponderete: Gente dedita al bestiame sono stati i tuoi servi, dalla nostra fanciullezza fino ad ora, noi e i nostri padri. Questo perché possiate risiedere nel paese di Gošen». Perché tutti i pastori di greggi sono un abominio per gli Egiziani».

Il testo in questione è probabilmente corrotto. L’ultima parte del v 34 mette in chiaro che i pastori di pecore non possono stare in Egitto, perché per gli egiziani essi sono sacrileghi. Tentiamo di dare una spiegazione basata su ritrovamenti archeologici. Nell’isola di Elefantina situata in mezzo al Nilo vicino ad Assuan è venuto alla luce un antico tempio egizio del dio Hnum che viene raffigurato da un ariete, cioè il maschio adulto della pecora o di altri ovini. Allora comprendiamo che per gli egiziani questi animali sono sacri. Per contro i pastori di pecore usano cibarsi delle carni delle pecore quando non sono più in grado di produrre latte e degli agnelli “maschi”. Non solo si nutrono di ovini, ma oltretutto li sacrificano al loro Dio: “uno strano Dio JHWH” del quale non ci sono neanche immagini. Di conseguenza questa “gentaglia” va tenuta alla larga.

Così Giuseppe istruisce i suoi fratelli perché parlando con faraone non rivelino la loro reale attività di pastori di ovini, ma genericamente di bestiame.

Tuttavia nel brano successivo questi confesseranno candidamente di essere pastori di greggi. Ciò nonostante il faraone consentirà loro di stanziarsi a Gošen; un territorio di confine ad oriente nel delta del Nilo.

Giuseppe si mostra un buon diplomatico perché Gošen è terra di confine militarmente importante e nello stesso tempo lontana da centri abitati sicché questi pastori indesiderati possano soggiornare senza conflitti con la popolazione del luogo.

B’ – I fratelli dal Faraone

Gen «47,1 Giuseppe andò ad informare il faraone dicendogli: «Mio padre e i miei fratelli con i loro greggi e armenti e con tutti i loro averi sono venuti dal paese di Canaan; eccoli nel paese di Gosen». 2 Intanto prese cinque uomini dal gruppo dei suoi fratelli e li presentò al faraone. 3 Il faraone disse ai suoi fratelli: «Qual è il vostro mestiere?». Essi risposero al faraone: «Pastori di greggi sono i tuoi servi, noi e i nostri padri». 4 Poi dissero al faraone: «Siamo venuti per soggiornare come forestieri nel paese perché non c’è più pascolo per il gregge dei tuoi servi; infatti è grave la carestia nel paese di Canaan. E ora lascia che i tuoi servi risiedano nel paese di Gosen!».

5 Allora il faraone disse a Giuseppe: «Tuo padre e i tuoi fratelli sono dunque venuti da te. 6 Ebbene, il paese d’Egitto è a tua disposizione: fa’ risiedere tuo padre e i tuoi fratelli nella parte migliore del paese. Risiedano pure nel paese di Gosen. Se tu sai che vi sono tra di loro uomini capaci, costituiscili sopra i miei averi in qualità di sovrintendenti al bestiame».

Il faraone apparentemente sembra molto disponibile ad accogliere questi cananei, ma in realtà mette in chiaro quali rapporti dovranno avere con le autorità egiziane.

I fratelli chiedono di poter risiedere come forestieri, cioè ospiti. E, sappiamo bene, che in tutto il mondo antico l’ospitalità è sacra. Però il faraone chiarisce che vivranno a Gošen come normali cittadini del paese, anzi se ne hanno capacità saranno sovrintendenti sopra i suoi beni. Questo sta dire che essi saranno sottoposti all’autorità del faraone e non godranno dei privilegi riconosciuti agli ospiti. E nella prossima lettura vedremo cosa significhi l’autorità del faraone per i suoi cittadini.

A’ – Incontro di Giacobbe con il Faraone

«7 Poi Giuseppe introdusse Giacobbe, suo padre, e lo presentò al faraone e Giacobbe benedisse il faraone. 8 Il faraone domandò a Giacobbe: «Quanti anni hai?». 9 Giacobbe rispose al faraone: «Centotrenta di vita errabonda, pochi e tristi sono stati gli anni della mia vita e non hanno raggiunto il numero degli anni dei miei padri, al tempo della loro vita nomade». 10 Poi Giacobbe benedisse il faraone e si allontanò dal faraone».

Il brano si apre e si chiude con una benedizione di Giacobbe verso il faraone. Ci chiediamo quale possa essere il contenuto di questa benedizione. Sappiamo che nei saluti verso le autorità ai quei tempi si augurava lunga vita; qualcosa come: “Lunga vita al re”. Nel nostro caso però l’augurio è posto sotto la mano di Dio; qualcosa di più che un semplice augurio.

Che si trattasse di questo tema lo comprendiamo anche dalla parte centrale del brano nella quale si parla della sorprendente durata della vita di Giacobbe che attualmente ha centotrenta anni. Ma questi mette subito in evidenza che la vita dei suoi padri è stato molto più lunga e felice: Abramo centosettantacinque e Isacco centottanta.

Il redattore condivide l’idea che gli antichi fossero più longevi e felici, ma poi l’incremento e la diffusione del male ha reso la vita più difficile e più breve. Ricordiamo che i patriarchi prediluviani raggiungevano diverse centinaia di anni senza difficoltà (5,1-32; Lettura 36)

Conclusione: stanziamento in Egitto

«11 Giuseppe fece risiedere suo padre e i suoi fratelli e diede loro una proprietà nel paese d’Egitto, nella parte migliore del paese, nel territorio di Ramses, come aveva comandato il faraone. 12 Giuseppe diede il sostentamento al padre, ai fratelli e a tutta la famiglia di suo padre, fornendo pane secondo il numero dei bambini».

Qui, il testo della “Storia di Giuseppe” potrebbe anche essere fatto finire. Ha perfettamente svolto la sua funzione: spiegare le cause storiche che hanno condotto gli ebrei in Egitto. I capitoli successivi servono a chiudere il “Ciclo di Giacobbe”. La “Storia di Giuseppe” lo aveva, infatti, bloccato e lasciato come in sospeso.

Abbiamo proposto questa annotazione per un motivo assolutamente concreto e del tutto specifico. Ci siamo prefissati di proporre un dato storico quindi concreto, vale a dire direttamente legato alla vita di chi si lascia guidare dalla fede, per fare risaltare come i Patriarchi, i Padri delle origini, si sono fatti una idea specifica della loro fede e, insieme, come hanno ritenuto di poterla trasmettere ai figli, per farla vivere per sempre. A loro risultava del tutto chiaro il fatto che la fede è rivivere esperienze giudicate dai primi essenziali. Così, un padre vive le esperienze che ha ricevuto. Intanto, le passa ai figli dicendo loro che solo così potranno capire cosa la fede è e come la si deve vivere, per non farla finire dentro il nulla e farla scomparire dalla terra. Questa è la funzione primaria dei cicli e del racconto delle storie: indicare esperienze di vita per le quali passare. Riviverle. Diventare spiritualmente molto attenti. Ritrovarle, alla fine, come portatrici della Rivelazione che Dio ha dato di sé all’umanità di tutti i tempi. Riviverle, senza tentennamenti o stanchezza, coscienti che non c’è altra strada per trovare il Dio dei Padri che è, poi, il Dio dei profeti e, per ultimo, il Dio di Gesù.

Questo brano rimanda direttamente al Libro di Esodo perché chiama il luogo d’insediamento del clan di Giacobbe, non più: Gosen / Gošen / Goshen, ma “ territorio di Ramses“, cioè con il nome di un faraone che avrebbe regnato circa quattrocento anni dopo. Infatti intorno al 1250 a.C. il faraone Ramses si accinge ad edificare nel territorio di Gošen la sua nuova capitale, da cui il cambio del nome.

È sempre in quel territorio che gli ebrei, divenuti schiavi, grazie al cambio di dinastia regnante, saranno costretti a costruire la città magazzino di Pitom.

Così abbiamo tutte le premesse che portano al Libro di Esodo.