Lettura 119 Gen 43,1–34 Il secondo viaggio in Egitto con Beniamino

In questa scena il ruolo più importante riguarda Beniamino, anche se non dice una parola, ma verso il quale emerge la preferenza del padre nella prima parte e di Giuseppe nella quarta. E lo capiamo benissimo se pensiamo che Giacobbe vede in lui la figura di Rachele, morta dandolo alla luce e Giuseppe ritrova il fratellino con il quale dovrebbe esserci una differenza maggiore di quindici anni. Però l’autore della nostra storia si riferisce a lui chiamandolo talvolta: “giovinetto” e comunque fa capire che si tratti di un ragazzo.

A’ – Difficoltà a tornare in Egitto con Beniamino

Gen 43,1 «La carestia continuava a gravare sul paese. 2 Quando ebbero finito di consumare il grano che avevano portato dall’Egitto, il padre disse loro: «Tornate là e acquistate per noi un po’ di viveri». 3 Ma Giuda gli disse: «Quell’uomo ci ha dichiarato severamente: Non verrete alla mia presenza, se non avrete con voi il vostro fratello! 4 Se tu sei disposto a lasciar partire con noi nostro fratello, andremo laggiù e ti compreremo il grano. 5 Ma se tu non lo lasci partire, noi non ci andremo, perché quell’uomo ci ha detto: Non vedrete il mio volto [Cei: non verrete alla mia presenza], se non avrete con voi il vostro fratello!». 6 Israele disse: «Perché mi avete fatto questo male, cioè far sapere a quell’uomo che avevate ancora un fratello?». 7 Risposero: «Quell’uomo ci ha interrogati con insistenza intorno a noi e alla nostra parentela: È ancora vivo vostro padre? Avete qualche fratello? e noi abbiamo risposto secondo queste domande. Potevamo sapere ch’egli avrebbe detto: Conducete qui vostro fratello?».

8 Giuda disse a Israele suo padre: «Lascia venire il giovane con me; partiremo subito per vivere e non morire, noi, tu e i nostri bambini. 9 Io mi rendo garante di lui: dalle mie mani lo reclamerai. Se non te lo ricondurrò, se non te lo riporterò, io sarò colpevole contro di te per tutta la vita. 10 Se non avessimo indugiato, ora saremmo già di ritorno per la seconda volta». 11 Israele loro padre rispose: «Se è così, fate pure: mettete nei vostri bagagli i prodotti più scelti del paese e portateli in dono a quell’uomo: un po’ di balsamo, un po’ di miele, resina e laudano, pistacchi e mandorle. 12 Prendete con voi doppio denaro, il denaro cioè che è stato rimesso nella bocca dei vostri sacchi lo porterete indietro: forse si tratta di un errore. 13 Prendete anche vostro fratello, partite e tornate da quell’uomo. 14 Dio onnipotente / El Šadday vi faccia trovare misericordia / rahamin presso quell’uomo, così che vi rilasci l’altro fratello e Beniamino. Quanto a me, i miei figli perdere li perderò [Cei: una volta che non avrò più i miei figli, non li avrò più…!]».

Questa parte deve essere traguardata anche con la lettura precedente, perché troviamo i fratelli che rispondono in modo falso all’accusa di Giacobbe di avere parlato a Giuseppe di Beniamino. Infatti la scusa “ci ha interrogato con insistenza sulla nostra parentela” è falsa. In effetti essi per spiegare di non essere spie, come sosteneva Giuseppe, dissero:

42,13 «Allora essi dissero: «Dodici sono i tuoi servi, siamo fratelli, figli di un solo uomo, nel paese di Canaan; ecco il più giovane è ora presso nostro padre e uno non c’è più».

Se avessero risposto: “uno l’abbiamo venduto come schiavo…” tutto si sarebbe svolto in modo diverso.

La preferenza accordata a Beniamino da Giacobbe mostra, ancora una volta, che i legami affettivi di quella famiglia erano alquanto condizionati da fattori emotivi, come del resto lo erano quelli della famiglia di Isacco che preferiva Esaù perché gli portava la cacciagione e Rebecca che invece preferiva Giacobbe. Così, ancora una volta, si mostra che il difetto di origine è tutt’ora vivace. Occorre allora un processo di guarigione. L’unico che l’ha capito, proprio a causa delle vicissitudini subite, è il saggio Giuseppe, il quale già dal precedente viaggio ha posto in campo il suo piano. Che in prima battuta consiste nel riunire tutti i fratelli, compreso Beniamino.

In tutta questa discussione tra Giacobbe e i figli non appare alcuna preoccupazione per Simeone, solo, là in Egitto, rinchiuso in prigione.

La questione praticamente riguarda solo Beniamino, ma si possono condividere i sospetti di Giacobbe a riguardo dell’interesse di quell’egiziano per la sua famiglia ed in particolare per il figlio più piccolo.

La proposta di Giuda v9-10 è l’invocazione di una specie di maledizione su di sé se Beniamino non sarà riportato a casa sano e salvo.

L’ultimo versetto riferito ai figli, in ebraico è: “perdere li perderò“; si tratta del raddoppiamento del verbo che viene preceduto dall’infinito per indicare un’intensificazione dell’azione. E significa che Giacobbe è ormai rassegnato alla perdita di tutti i suoi figli, ma come alternativa avrebbe solo la perdita di tutto il clan per la carestia. Un’ altro viaggio in Egitto è l’ultima soluzione che gli rimane disponibile.

I doni che vengono portati in Egitto per “quell’uomo” a quel tempo erano alquanto apprezzati soprattutto il miele che era ovviamente selvatico; ricordiamo che lo zucchero si diffonde in Europa nel 700 d.C. e fino ad allora l’unico dolcificante usato era il miele.

È molto importante l’ultima parte di questo versetto che tratteremo più avanti insieme al v 29.

A questo punto si forma una carovana di fratelli che si reca in Egitto per riportare a casa il fratello prigioniero in Egitto; essa fa il paio con un’altra carovana che aveva portato un altro fratello venduto come schiavo in Egitto dai medesimi fratelli.

B – Ospiti in casa di Giuseppe

«15 Presero dunque i nostri uomini questo dono e il doppio del denaro e anche Beniamino, partirono, scesero in Egitto e si presentarono a Giuseppe.

16 Quando Giuseppe ebbe visto Beniamino con loro, disse al suo maggiordomo: «Conduci questi uomini in casa, macella quello che occorre e prepara, perché questi uomini mangeranno con me a mezzogiorno». 17 Il maggiordomo fece come Giuseppe aveva ordinato e introdusse quegli uomini nella casa di Giuseppe. 18 Ma quegli uomini si spaventarono, perché venivano condotti in casa di Giuseppe, e dissero: «A causa del denaro, rimesso nei nostri sacchi l’altra volta, ci si vuol condurre là: per assalirci, piombarci addosso e prenderci come schiavi con i nostri asini».

19 Allora si avvicinarono al maggiordomo della casa di Giuseppe e parlarono con lui all’ingresso della casa; 20 dissero: «Mio signore, noi siamo venuti già un’altra volta per comperare viveri. 21 Quando fummo arrivati ad un luogo per passarvi la notte, aprimmo i sacchi ed ecco il denaro di ciascuno si trovava alla bocca del suo sacco: proprio il nostro denaro con il suo peso esatto. Allora noi l’abbiamo portato indietro 22 e, per acquistare i viveri, abbiamo portato con noi altro denaro. Non sappiamo chi abbia messo nei sacchi il nostro denaro!». 23 Ma quegli disse: «State in pace, non temete! Il vostro Dio e il Dio dei padri vostri vi ha messo un tesoro nei sacchi; il vostro denaro è pervenuto a me». E portò loro Simeone».

Alla vista del fratellino Beniamino, Giuseppe decide che i fratelli siano ospitati nella sua casa.

Se da un lato possiamo considerarlo un gesto di profonda ospitalità, dall’altro si sapeva che gli egiziani non trovavano adatto a loro ospitare stranieri e cananei in particolare. Questa proibizioni era motivata dal fatto che i cananei si nutrivano dei prodotti delle greggi, in particolare mangiavano gli agnelli: un vero abominio per gli egiziani per i quali gli ovini erano animali sacri ad uno dei loro dèi.

Di conseguenza l’invito del maggiordomo viene interpretato in modo negativo: un altro tiro mancino di Zafnat-Paneach per attuare un fine nascosto.

Per guadagnare un po’ di fiducia cercano di restituire l’argento che la volta precedente hanno ritrovato nei sacchi del grano, ma il maggiordomo non lo accetta perché il grano era già stato pagato. Per giunta attribuisce al loro Dio l’avere trovato non più semplice “argento”, ma un “tesoro” nei loro sacchi. La faccenda ai loro occhi si fa ancor più incomprensibile e la paura cresce.

Né serve a calmarla la spiegazione ricevuta attraverso un saluto tipicamente ebraico: «State in pace, non temete! Il vostro Dio e il Dio dei vostri padri…» augurio che rimanda alle misteriose azioni di Dio. Come dire: “Sarebbe stato il vostro Dio a farvi trovare quel “tesoro” nei sacchi”. Ma la spiegazione oltre ad essere poco convincente li riporta al “loro” rapporto con Dio e a quello che avevano fatto al loro fratello quando aveva diciassette anni.

Né può servire a tranquillizzarli la restituzione di Simeone.

B’ – Incontro nella casa di Giuseppe

«24 Quell’uomo fece entrare gli uomini nella casa di Giuseppe, diede loro acqua, perché si lavassero i piedi e diede il foraggio ai loro asini.

25 Essi prepararono il dono nell’attesa che Giuseppe arrivasse a mezzogiorno, perché avevano saputo che avrebbero preso cibo in quel luogo. 26 Quando Giuseppe arrivò a casa, gli presentarono il dono, che avevano con sé, e si prostrarono davanti a lui con la faccia a terra. 27 Egli domandò loro come stavano e disse: «Sta bene il vostro vecchio padre, di cui mi avete parlato? Vive ancora?». 28 Risposero: «Il tuo servo, nostro padre, sta bene, è ancora vivo» e si inginocchiarono prostrandosi. 29 Egli alzò gli occhi e guardò Beniamino, suo fratello, il figlio di sua madre, e disse: «È questo il vostro fratello più giovane, di cui mi avete parlato?» e aggiunse: «Dio ti conceda grazia / hanan, figlio mio!». 30 Giuseppe uscì in fretta, perché si era commosso nelle sue viscere [Cei: nell’intimo] alla presenza di suo fratello e sentiva il bisogno di piangere; entrò nella sua camera e pianse».

Gli undici fratelli si prostrano davanti a Zafnat-Paneach/Giuseppe due volte e così per la seconda volta si realizzano i sogni che aveva raccontato alla famiglia all’inizio di questa “Storia”.

Il riconoscimento di Beniamino e la frase così stringata che gli rivolge sono segno della commozione che lo ha travolto, per cui deve allontanarsi in fretta per non scoppiare in pianto.

Figlio mio” al di là del valore affettivo, indica ancora una volta quanto Beniamino sia giovane.

A’ – Preferenza per Beniamino

«31 Poi si lavò la faccia, uscì e, facendosi forza, ordinò: «Servite il pasto». 32 Fu servito per lui a parte, per loro a parte e per i commensali egiziani a parte, perché gli Egiziani non possono prender cibo con gli Ebrei: ciò sarebbe per loro un abominio. 33 Presero posto davanti a lui dal primogenito al più giovane, ciascuno in ordine di età ed essi si guardavano con meraviglia l’un l’altro. 34 Egli fece portare loro porzioni prese dalla propria mensa, ma la porzione di Beniamino era cinque volte più abbondante di quella di tutti gli altri. E con lui bevvero fino ad inebriarsi [Cei: all’allegria]».

Se nella prima parte di questa struttura la preferenza per Beniamino è manifestata da Giacobbe in questo ultimo brano è Giuseppe a mostrargli tutta la sua attenzione. Ciò si esprime nel fargli avere una grande porzione di cibo prelevata direttamente dal suo piatto. Gesto che trasgredendo i comportamenti consueti mostra il profondo affetto di Giuseppe per Beniamino.

Il banchetto si chiude in grande allegria, in realtà una sbornia collettiva, comportamento che non era ritenuto disonorevole per gli antichi egizi.

Tutto a posto? Tutto sistemato? Sembrerebbe di sì. Ma tutto questo faceva parte del disegno perseguito da Giuseppe che aveva già predisposto un altro colpo di scena.

I versetti 14 e 29 richiedono una trattazione specifica. Per comodità li riportiamo entrambi.

14 «Dio onnipotente / El Šadday vi faccia trovare misericordia / rahamin presso quell’uomo, così che vi rilasci l’altro fratello e Beniamino. Quanto a me, i miei figli perdere li perderò»

29 «Egli alzò gli occhi e guardò Beniamino, suo fratello, il figlio di sua madre, e disse: «È questo il vostro fratello più giovane, di cui mi avete parlato?» e aggiunse: «Dio ti conceda grazia / hanan, figlio mio!»

All’inizio della “Storia di Giuseppe” abbiamo detto che essa costituisce un legame storico tra Genesi ed in particolare il “Ciclo di Giacobbe” ed “Esodo”, ma ora dobbiamo dire che questo legame è anche teologico.

Intanto Dio non è più un generico Elohim, ma diventa El Šadday che, come abbiamo scritto nella lettura 59, sarebbe “Dio dei monti” che la CEI traduce sempre con “Dio Onnipotente” e poi diventerà un attributo di JHWH.

Ora, Giacobbe che sta per lasciare partire il figlio prediletto Beniamino verso l’Egitto, lo affida alla raham /misericordia di Dio. A sua volta Giuseppe affida lo stesso Beniamino alla hanan / grazia di Dio.

Non ci interessano tanto le traduzioni nelle quali spesso: misericordia, grazia, pietà, favore, ecc. si intrecciano tra di loro, ma per noi è importante il fatto che questi due termini ci rimandano ai momenti centrali di Esodo, alle teofanie del Sinai ed in particolare ai brani nei quali Dio presenta la sua “carta d’identità“. In questo modo si stabilisce quel raccordo teologico di cui si è detto.

Emerge ancora una volta quel principio indispensabile nel trattare la Bibbia: essa deve essere sempre considerata nel suo insieme, nella sua unità e non, invece, prendendo uno più brani qua e là e farle dire quello che ci passa per la testa.

Per un approfondimento rimandiamo alle letture 57 e 59 (vedi Esodo in Archivio) delle quali riportiamo i versetti più significativi:

Lettura 57

Es 33,19 «Io farò passare tutta la mia TOV (bontà, bene; Cei: splendore) davanti a te e pronuncerò davanti a te il nome JHWH. Farò HANAN / grazia a chi farò hanan e avrò RAHAM /pietà a chi farò raham».

Lettura 59

Es 34,5 Allora JHWH scese nella nube e stette là presso di lui e proclamò il nome JHWH.

6 E passò JHWH davanti a lui proclamando: «JHWH, JHWH, Dio RAHAM (misericordioso, grazioso) e HANAN (pietoso), lento all’ira e ricco di HESED (grazia) e di EMET (fedeltà) 7 che conserva la sua HESED (favore, grazia) per mille generazioni, che perdona la colpa, la trasgressione e il peccato, ma non lascia senza punizione, che castiga la colpa dei padri nei figli e nei figli dei figli fino alla terza e alla quarta generazione».