Lettura 117 Gen 41,46–57 L’attività di Giuseppe

Questo brano costituisce un intermezzo tra il primo atto e il secondo atto della storia di Giuseppe. Non abbiamo voluto trattare in anticipo la struttura di questa storia perché ci sembrava di rovinare l’effetto sorpresa. Infatti questa “storia” è costituita dalla successione di molte sorprese.

A posteriori potremmo titolare il primo atto: “Dalla polvere alla gloria” da Gen 39 – 41,45, preceduto tuttavia da un “Prologo: Giuseppe reso schiavo dai fratelli” Gen 37,2 – 38,29 che tratta la riduzione di Giuseppe alla condizione di schiavo con l’aggiunta della vicenda di Giuda e Tamar.

Al solito si tratta di un intermezzo, un brano di separazione, ottenuto grazie all’inserzione di una genealogia: l’età di Giuseppe e la generazione dei due figli: Manasse ed Efraim. È il criterio usato in quel tempo per strutturare i libri, quando non era ancora stata inventata la punteggiatura, gli spazi tra una parola e l’altra, la suddivisione in capitoli e versetti, ecc.; tutti criteri che nasceranno nel Medio Evo.

A – Gli anni dell’abbondanza

Gen 41,46 «Giuseppe aveva trent’anni quando si presentò al faraone re d’Egitto.

Poi Giuseppe si allontanò dal faraone e percorse tutto il paese d’Egitto. 47 Durante i sette anni di abbondanza la terra produsse a profusione. 48 Egli raccolse tutti i viveri dei sette anni, nei quali vi era stata l’abbondanza nel paese d’Egitto, e ripose i viveri nelle città, cioè in ogni città ripose i viveri della campagna circostante. 49 Giuseppe ammassò il grano come la sabbia del mare, in grandissima quantità, così che non se ne fece più il computo, perché era incalcolabile».

L’età di Giuseppe ci consente di fare qualche conto. Aveva diciassette anni quando “pascolava il gregge con i fratelli” Gen 37,2, Lettura 110, quindi la sua schiavitù è durata tredici anni. Ora è diventato il gran vizir d’Egitto, la persona più importante dopo il faraone.

«Raccolse tutti viveri» è una espressione paradossale, perché significherebbe che in quel periodo nessuno più mangiasse. Del resto in Gen 41,34 Giuseppeaveva suggerito al faraone di mettere da parte un quinto dei raccolti annuali, anche se al versetto successivo ripeterà “tutti i viveri“. Prima di pensare ad errori di redazione bisognerebbe conoscere la struttura economica dell’Egitto. Potremmo pensare ad un ammasso centralizzato dei beni alimentari che sono distribuiti, poi, in base alle esigenze e alle disponibilità, sia nel tempo dell’abbondanza che in quello della penuria.

Al di là di ogni considerazione sembra che il redattore voglia evidenziare l’enorme abbondanza di beni prodotti nei sette anni di abbondanza in modo quasi paradossale, “incalcolabile“, appunto..

B – Nascita di due figli

«50 Intanto nacquero a Giuseppe due figli, prima che venisse l’anno della carestia; glieli partorì Asenat, figlia di Potifera, sacerdote di On. 51 Giuseppe chiamò il primogenito Manasse, «perché – disse – Dio mi ha fatto dimenticare ogni affanno e tutta la casa di mio padre». 52 E il secondo lo chiamò Efraim, «perché – disse – Dio mi ha reso fecondo nel paese della mia afflizione».

Ci resta sempre un dubbio. Che Giuseppe sia diventato a tutti gli effetti egiziano.

Infatti il nome dato al primo figlio Manasse, che effettivamente contiene alcune radicali del verbo “dimenticare”, porta a ritenere che questo figlio gli farebbe dimenticare «tutta la casa di suo padre». Di contro, tutte le volte che lo chiama, non fa altro che riportare alla memoria ciò che ha voluto o vorrebbe dimenticare.

Il nome del secondo figlio Efraim a sua volta rimanda al verbo “fruttificare o rendere fruttifero o fecondo”; ma in un paese straniero.

Però osserviamo che per la seconda volta il nome della moglie è collegato a quello del padre “Potifera” del quale è richiamata la sua funzione di sacerdote di On. On è la città che in greco sarà chiamata “Eliopoli / Città del Sole” nella quale si adorava Ra, il Dio sole, appunto. La città si trovava all’inizio del delta del Nilo e sappiamo che la più grande comunità di ebrei esistente già nel quarto secolo a. C. non era a Gerusalemme, ma ad Alessandria d’Egitto. È lì che nasce la Bibbia greca, la LXX.

Ora, alcuni studiosi fanno notare che non tutti gli ebrei che si trovavano in Egitto al tempo dell’Esodo intrapresero il cammino con Mosè per tornare in Canaan, ma rimasero colà continuando a mantenere le loro tradizioni religiose, cioè a vivere la loro religione ebraica. Questi studiosi ipotizzano che si trattassero di appartenenti alla tribù di Giuseppe, che poi diedero vita all’ebraismo alessandrino che per certi versi non sempre concordava con quello gerosolimitano. Nel nostro caso specifico i matrimoni con donne straniere, come fa Giuseppe, cosa che al tempo di Esdra e Neemia, la cui redazione è contemporanea alla Storia di Giuseppe, divengono assolutamente vietati, come abbiamo già visto in altre letture. Se è così, allora questo richiamo ripetuto, suona in tono polemico rispetto alle direttive di Gerusalemme.

Ribadiamo. Si tratta solo di ipotesi che girano nel mondo degli studiosi, ma vale la fatica di considerarle. Anche perché la Bibbia non e una manuale giuridico, ma riporta la storia di Dio con gli uomini. Una storia che deve sempre essere scavata e approfondita.

A’ – Gli anni della carestia

«53 Poi finirono i sette anni di abbondanza nel paese d’Egitto 54 e cominciarono i sette anni di carestia, come aveva detto Giuseppe. Ci fu carestia in tutti i paesi, ma in tutto l’Egitto c’era il pane.

55 Poi tutto il paese d’Egitto cominciò a sentire la fame e il popolo gridò al faraone per avere il pane. Allora il faraone disse a tutti gli Egiziani: «Andate da Giuseppe; fate quello che vi dirà». 56 La carestia dominava su tutta la terra. Allora Giuseppe aprì tutti i depositi in cui vi era grano e vendette il grano agli Egiziani, mentre la carestia si aggravava in Egitto. 57 E da tutti i paesi venivano in Egitto per acquistare grano da Giuseppe, perché la carestia infieriva su tutta la terra».

Già l’avvento di sette anni di carestia aveva cominciato a dare ragione all’interpretazione dei sogni del faraone, che però Giuseppe ha sempre chiamato “rivelazioni di Dio”, adesso l’arrivo della carestia mette fuori discussone ogni possibile dubbio a riguardo di ciò che aveva detto. Con una aggravante. La carestia non riguarda solo l’Egitto, ma “tutti i paesiv54 e più avanti “tutta la terrav56. Così l’Egitto diventa una riserva di cibo per tutta la regione… e possiamo immaginare come tutti, egiziani e stranieri, ricorressero a Zafnat-Paneach per poter sopravvivere.

Abbiamo volutamente chiamato Giuseppe con il nome egiziano perché più nessuno si ricorda di quel giovane schiavo ebreo, arrivato nel paese del Nilo insieme a tanti altri schiavi come lui.

Così, il nostro protagonista, che ha sposato la figlia del sommo sacerdote del dio Sole e padre di due figli, completamente assorbito dalla sua carica è diventato egiziano a tutti gli effetti.

La sua vita precedente è stata dimenticata, d’altra parte con essa, con la sua famiglia d’origine non ci sono più rapporti e quindi vive la sua vita da uomo d’Egitto.

Von Rad riporta un proverbio egiziano che dice: “Lo straniero che beve l’acqua del Nilo dimentica il suo paese“.

E allora dobbiamo ribadire che Giuseppe non c’è più; è rimasto solo Zafnat-Paneach.