Lettura 116 Gen 41,37–45 Giuseppe entra nella gloria dell’Egitto

A – Consiglio dei ministri

Gen 41,37 «La cosa fu buona agli occhi del faraone e agli occhi di tutti i suoi ministri. 38 Il faraone disse ai ministri: «Potremo trovare un uomo come questo, in cui sia lo spirito di Dio?».

Il testo ebraico usa un termine più ampio per riferirsi alla corte del faraone, esattamente “servi”, che certo comprende anche i ministri, ma dà l’idea che tutta la corte, poi, considerasse buona cosa il consiglio di Giuseppe.

Conoscendo l’immenso numero di dèi di cui pullulava il mondo egiziano e, soprattutto, avendo negli orecchi tutte le discussioni e le battaglie avvenute tra Mosè e il faraone del suo tempo, oltre alle famose “dieci piaghe”, risulta alquanto stridente sentire “questo” faraone parlare di “spirito di Dio“. Però abbiamo già detto che la “storia di Giuseppe” e un testo didattico, una novella, che non rispetta le reali condizioni storiche esistenti attorno al 1600 a. C.

D’altra non dobbiamo dimenticare, come visto nella lettura precedente, che è stato lo stesso Giuseppe a rispondere al faraone in questi termini:

16 Giuseppe rispose al faraone: «Non io, ma Dio darà la risposta per la salute del faraone!».

Dobbiamo anche dire che non è difficile ammettere che probabilmente questo testo dipenda o in qualche modo sia influenzato dal seguente brano di Isaia che descrive il sovrano perfetto, che a sua volta fa riferimento a Davide:

Is 11:1 «Un germoglio spunterà dal tronco di Iesse [padre di Davide],

un virgulto germoglierà dalle sue radici.

2 Su di lui si poserà lo spirito di JHWH, / spirito di sapienza e di intelligenza,

spirito di consiglio e di fortezza, / spirito di conoscenza e di timore di JHWH.

3 Si compiacerà del timore di JHWH. / Non giudicherà secondo le apparenze

e non prenderà decisioni per sentito dire;

4 ma giudicherà con giustizia i miseri / e prenderà decisioni eque per gli oppressi del paese.

La sua parola sarà una verga che percuoterà il violento; / con il soffio delle sue labbra ucciderà l’empio.

5 Fascia dei suoi lombi sarà la giustizia, / cintura dei suoi fianchi la fedeltà».

Un re di questo genere assicura il benessere, la pace e l’abbondanza per tutti gli abitanti del paese. Una pace che riguarda anche tutti gli animali che non dovranno più sbranarsi l’un l’altro per nutrirsi.

6 «Il lupo dimorerà insieme con l’agnello, / la pantera si sdraierà accanto al capretto;

il vitello e il leoncello pascoleranno insieme / e un fanciullo li guiderà.

7 La vacca e l’orsa pascoleranno insieme; / si sdraieranno insieme i loro piccoli.

Il leone si ciberà di paglia, come il bue.

8 Il lattante si trastullerà sulla buca dell’aspide; / il bambino metterà la mano nel covo di serpenti velenosi.

9 Non agiranno più iniquamente né saccheggeranno / in tutto il mio santo monte,

perché la saggezza di JHWH riempirà il paese / come le acque ricoprono il mare.

10 In quel giorno / la radice di Iesse si leverà a vessillo per i popoli,

le genti la cercheranno con ansia, / la sua dimora sarà gloriosa».

Allora sembra di capire che attraverso la saggezza e lo spirito di Dio che pervade Giuseppe, il faraone veda in lui la possibilità di assicurare il superamento della carestia che minaccia l’Egitto.

B – Riti di investitura

«39 Poi il faraone disse a Giuseppe: «Dal momento che Dio ti ha manifestato tutto questo, nessuno è intelligente e saggio come te. 40 Tu stesso sarai il mio maggiordomo e ai tuoi ordini si schiererà tutto il mio popolo: solo per il trono io sarò più grande di te».

41 Il faraone disse a Giuseppe: «Ecco, io ti metto a capo di tutto il paese d’Egitto». 42 Il faraone si tolse di mano l’anello e lo pose sulla mano di Giuseppe; lo rivestì di abiti di lino finissimo e gli pose al collo un monile d’oro. 43 Poi lo fece montare sul suo secondo carro e davanti a lui si gridava: «Abrech». E così lo si stabilì su tutto il paese d’Egitto».

Dopo aver parlato con i cortigiani, il faraone si rivolge direttamente a Giuseppe chiarendogli i motivi della sua investitura a cui seguono quattro riti che la ratificano; il quinto lo troviamo al termine di questo brano.

L’anello

L’anello a detta degli esperti viene già utilizzato nell’età del bronzo che, nell’area in questione , inizia già nel quarto millennio a. C. Il nostro interesse per questo oggetto è rivolto al suo valore simbolico, che probabilmente era quello predominate sin dall’antichità e cioè l’idea di creare un legame. Anche oggi si portano anelli per mostrare la propria ricchezza, ma l’anello nuziale nella sua semplicità è più significativo ed importante di qualunque altro gioello.

Che il significate fosse quello di creare un legame lo possiamo comprendere più in profondità se pensiamo che ancora qualche secolo fa si toglieva l’anello ai defunti perché non fossero più legati ad affetti di questo mondo e fossero liberi di raggiunge una vita “altra”. E questo accadeva, non solo nel cristianesimo, ma altresì nelle antiche religioni pagane.

Ora, nel nostro caso non c’è uno scambio di anelli, ma è solo il faraone che pone al dito di Giuseppe il suo anello. Questo implica chiaramente ad un rapporto di dipendenza. Potremmo dire: Giuseppe è legato al faraone, ma il faraone non è legato a Giuseppe.

L’abito

É la terza volta che a Giuseppe viene cambiato l’abito.

La prima è avvenuta per opera dei fratelli che gli hanno tolto la tunica dalle lunghe maniche (Gen 37,23) e questo ha segnato il passaggio da uomo libero a schiavo; uno schiavo non indossa abiti lussuosi, al limite è sufficiente un perizoma.

La seconda quando viene chiamato alla presenza del faraone per interpretare i suoi sogni. Non è ancora un cambio della condizione sociale, ma una necessità indispensabile per essere ammesso a palazzo (Gen 41,14; Lettura 115).

La terza volta segna un passaggio netto e radicale dalla condizione di schiavo a plenipotenziario dell’Egitto simbolicamente rappresentato da un abito fatto di una stoffa particolarmente preziosa per quel tempo, come mostra l’aggettivo “finissimo” riferito al lino. Ora, per usare un termine orientale Giuseppe è diventato un “vizir”.

Il monile d’oro

Alcune traduzioni usano “collare d’oro“, quindi non si tratta di una semplice collanina come si usa oggi, ma un gioiello piuttosto grande e vistoso: tutti devono capire al volo chi è questo personaggio e quale il suo ruolo politico.

Il giro sul carro

Sembra di capire che il faraone e Giuseppe abbiano fatto un giro su due carri vicini in modo che tutti potessero accostare da subito la persona di Giuseppe a quella del faraone. Tanto più che davanti a lui c’era qualcuno che gridava «Abrech». Il significato di questo termine resta problematico, però esso contiene la radice ebraica di “ginocchio”, per cui potrebbe essere un invito ad inginocchiarsi al suo passaggio.

B’ – Potere di Giuseppe

«44 Poi il faraone disse a Giuseppe: «Sono il faraone, ma senza il tuo permesso nessuno potrà alzare la mano o il piede in tutto il paese d’Egitto».

Per fare un paragone con la nostra realtà politica potremmo dire che Giuseppe è diventato capo del governo, mentre il faraone è presidente della repubblica.

A’ – Giuseppe diventa egiziano ?

«45 E il faraone chiamò Giuseppe Zafnat-Paneach e gli diede in moglie Asenat, figlia di Potifera, sacerdote di On. Giuseppe uscì per tutto il paese d’Egitto».

La dipendenza di Giuseppe dal faraone si mostra anche in queste due gesti:

1- Imposizione di un nuovo nome.

Nel modo d’allora il nome non era scelto semplicemente perché suonava bene, ma specificava la qualità o il destino della persona. Era il gesto compiuto nell’Antico Vicino Oriente da parte di un re verso i suoi vassalli o sottoposti.

Intanto gli viene imposto un nome egiziano «Zafnat-Paneach» traducibile come “L’uomo che sa le cose” e questo è riferito alla capacità di Giuseppe di conoscere il significato dei sogni.

L’imposizione del nuovo nome è il quinto gesto che stabilisce Giuseppe nelle sue nuove funzioni.

2- Imposizione (?) della moglie.

Sempre il faraone dà a Giuseppe una moglie il cui nome dal punto di vista religioso può destare qualche interrogativo perché Asenat significa “quella che appartiene a Neit”, dove Neit è una dea dell’Olimpo egiziano.

Per giunta questa donna è figlia di un sacerdote, Potifera, che è anche il nome di colui che lo comprò quale schiavo: Potifar.

Ancora: il padre di Asenat è sacerdote della città di “On”, luogo in cui si adorava “Ra”, cioè il dio Sole.

In definitiva Giuseppe ha percorso in un balzo tutta la scala sociale: da schiavo, per giunta ebreo, a plenipotenziario dell’Impero egiziano, una delle due superpotenze epocali.

Allora nascono inevitabilmente alcune domande:

Cosa è rimasto in Giuseppe delle sue origini ebraiche?

Dove sono finiti i legami con la sua famiglia di origine?

Qual è ora la sua relazione con il Dio dei Padri?