Lettura 115 Gen 41,1–36 Giuseppe interpreta i sogni del faraone
Abbiamo nuovamente a che fare con due sogni. Nella “storia di Giuseppe” tutto è duplice. Ora, il sogno per gli antichi non è semplice aspetto naturale del sonno, ma entrare in un mondo altro, il quale ha che fare con il mondo del divino. Tant’è che anche oggi usiamo dire scherzosamente: “sono caduto nelle braccia di Morfeo” per dire che ci siamo addormentati. E Morfeo era uno degli dèi preposto al sono ed in particolare a suscitare i sogni.
In questo “mondo altro” gli dèi comunicavano le loro volontà, i loro progetti, i loro comandi agli uomini e la cosa è tanto più rilevante per il faraone, che per gli egiziani era considerato un semidio se non addirittura un dio.
A – Primo sogno del faraone
Gen 41,1 «Al termine di due anni, il faraone sognò di trovarsi presso il Nilo. 2 Ed ecco salirono dal Nilo sette vacche, belle di aspetto e grasse e si misero a pascolare tra i giunchi. 3 Ed ecco, dopo quelle, sette altre vacche salirono dal Nilo, brutte di aspetto e magre, e si fermarono accanto alle prime vacche sulla riva del Nilo. 4 Ma le vacche brutte di aspetto e magre divorarono le sette vacche belle di aspetto e grasse. E il faraone si svegliò».
Il redattore si preoccupa anzitutto di stabilire la cronologia. Sono passati due anni da quando Giuseppe ha interpretato i sogni del coppiere e del panettiere del faraone nei sotterranei della prigione, così egli rimane in quel luogo per un periodo sicuramente superiore ai due anni, perché il racconto non dice quanto tempo rimase colà prima che arrivassero questi due personaggi della corte faraonica. Però l’interesse della redazione è quello di sottolineare la durata della dimenticanza: due anni… che sono niente per il coppiere il quale vive a palazzo, ma diventano un’eternità perché chi deve stare nel sotterraneo di una prigione.
B – Secondo sogno del faraone
«5 Poi si addormentò e sognò una seconda volta: ecco sette spighe spuntavano da un unico stelo, grosse e belle. 6 Ma ecco sette spighe vuote e arse dal vento d’oriente spuntavano dopo quelle. 7 Le spighe vuote inghiottirono le sette spighe grosse e piene. Poi il faraone si svegliò: era stato un sogno».
I due sogni sono raccontati due volte: la prima per mano della redazione, la seconda, come vedremo poi, dalla stessa voce del faraone. Una duplicazione spesso usata nella Bibbia per sottolineare l’importanza di un avvenimento.
In questa prima narrazione, che possiamo definire di tipo redazionale, il racconto è freddo, burocratico: il narratore non è minimamente coinvolto.
Infatti, la conclusione di ogni sogno con le affermazioni: «E il faraone si svegliò» e poi «Poi il faraone si svegliò: era stato un sogno», sembrano banalizzare i due sogni.
Abbiamo già detto che la “Storia di Giuseppe è fatta da una redazione che non conosce l’Egitto e qui troviamo una piccola spia: «arse dal vento d’oriente» è una piccola osservazione meteorologica la quale mostra che la redazione non conosce il clima egiziano: il vento caldo e secco d’Oriente riguarda la Palestina perché è il vento proveniente dal deserto, tra l’altro spesso carico di sabbia, mentre in Egitto il vento caldo che brucia ogni vegetale proviene da sud, non da Oriente dove c’è il mar Rosso.
C – Incapacità indovini egiziani
«8 Alla mattina il suo spirito ne era turbato, perciò convocò tutti gli indovini e tutti i saggi dell’Egitto. Il faraone raccontò loro il sogno, ma nessuno lo sapeva interpretare al faraone».
Il problema del faraone è analogo a quello dei due personaggi della corte imprigionati insieme a Giuseppe. Là non era disponibile un “uomo dei sogni”; adesso il problema si ripete. Il faraone, pur avendo a disposizione tutti gli indovini, i saggi nonché maghi e sacerdoti del paese, non trova qualcuno che sappia decifrare i suoi due sogni.
Questa affermazione richiama il c. 8 del libro di Esodo dove si racconta delle piaghe d’Egitto. In quel frangente il faraone organizza una sorta di competizione tra Mosè e i maghi, indovini, ecc. del paese. A fronte delle prime due: acqua mutata in sangue e rane, i maghi riescono a ripetere lo stesso fenomeno, ma alla terza piaga, invasione di zanzare, si arrendono e spariscono di scena:
Es 8,15 «Allora i maghi dissero al faraone: «È il dito di Dio!». Ma il cuore del faraone si ostinò e non diede ascolto, secondo quanto aveva predetto JHWH».
Nel nostro brano dobbiamo sottolineare che la superiorità di Giuseppe non è dovuta alla frequentazione di particolari scuole: egli non si ritiene affatto mago o indovino perché la sua sapienza deriva da Dio stesso.
D1 – Il coppiere ricorda
«9 Allora il capo dei coppieri parlò al faraone: «Io devo ricordare oggi le mie colpe. 10 Il faraone si era adirato contro i suoi servi e li aveva messi in carcere nella casa del capo delle guardie, me e il capo dei panettieri. 11 Noi facemmo un sogno nella stessa notte, io e lui; ma avemmo ciascuno un sogno con un significato particolare. 12 Ora era là con noi un giovane ebreo, schiavo del capo delle guardie; noi gli raccontammo i nostri sogni ed egli ce li interpretò, dando a ciascuno spiegazione del suo sogno. 13 Proprio come ci aveva interpretato, così avvenne: io fui restituito alla mia carica e l’altro fu impiccato».
La memoria del coppiere si riaccende, però non per fare un favore a Giuseppe, che aveva previsto la sua liberazione, ma per fare un favore al faraone e guadagnarsi le sua considerazione.
D2 – Convocazione di Giuseppe dal faraone
«14 Allora il faraone convocò Giuseppe. Lo fecero uscire in fretta dal sotterraneo ed egli si rase, si cambiò gli abiti e si presentò al faraone. 15 Il faraone disse a Giuseppe: «Ho fatto un sogno e nessuno lo sa interpretare; ora io ho sentito dire di te che ti basta ascoltare un sogno per interpretarlo subito».
16 Giuseppe rispose al faraone: «Non io, ma Dio darà la risposta per la salute del faraone!».
Il “cambio degli abiti” non significa deporre l’abito da lavoro, che per uno schiavo poteva consistere in semplice perizoma, ma un cambio di stato sociale, forse perché uno schiavo non avrebbe potuto essere ammesso alla presenza del faraone.
Così possiamo dire che Giuseppe in un baleno passa dalla condizione più infima, schiavo nei sotterranei di una prigione, a quella di un personaggio di corte.
«Non io, ma Dio darà la risposta» Questa risposta di Giuseppe al faraone è analoga a quella data ai due compagni di prigione: la capacità di interpretare i sogni non dipende da una sua particolare abilità, ma è una rivelazione di Dio. Affermazione che non ammette repliche.
A’ – Faraone racconta il primo sogno a Giuseppe
«17 Allora il faraone disse a Giuseppe: «Nel mio sogno io mi trovavo sulla riva del Nilo. 18 Quand’ecco salirono dal Nilo sette vacche grasse e belle di forma e si misero a pascolare tra i giunchi. 19 Ed ecco sette altre vacche salirono dopo quelle, deboli, brutte di forma e magre: non ne vidi mai di così brutte in tutto il paese d’Egitto. 20 Le vacche magre e brutte divorarono le prime sette vacche, quelle grasse. 21 Queste entrarono nel loro corpo, ma non si capiva che vi fossero entrate, perché il loro aspetto era brutto come prima. E mi svegliai».
La vacca non può essere sostituita con un altro animale domestico perché essa era figura o simbolo della dea Isis, cioè la divinità che assicurava la fertilità, la maternità e non ultima la magìa. Questo significherebbe che il sogno è strettamente legato alla dea in questione.
B’ – Faraone racconta il secondo sogno
«22 Poi vidi nel sogno che sette spighe spuntavano da un solo stelo, piene e belle. 23 Ma ecco sette spighe secche, vuote e arse dal vento d’oriente, spuntavano dopo quelle. 24a Le spighe vuote inghiottirono le sette spighe belle».
In queste due narrazioni (17-24a), a differenza delle prime (1-7), possiamo cogliere, grazie all’inserzione di alcuni particolari, l’emozione, l’ansia e la preoccupazione che affliggono il faraone; certo, la sua vita è molto più sicura da quella vissuta dal suo popolo, ma qui sembra che sia in ansia per le sorti dell’Egitto. Se egli è il “Faraone”, mezzo uomo e mezzo Dio la grandezza del suo paese lo riguarda profondamente.
C’ – Faraone denuncia incapacità indovini egiziani
«24b Ora io l’ho detto agli indovini, ma nessuno mi dà la spiegazione».
Nel suo insieme possiamo rilevare un significativo senso di ansia nel racconto del faraone e quest’ultima frase ne è il complemento «… nessuno mi dà la spiegazione».
D1′ – Giuseppe interpreta i sogni del faraone
«25 Allora Giuseppe disse al faraone: «Il sogno del faraone è uno solo: quello che Dio sta per fare, lo ha indicato al faraone. 26 Le sette vacche belle sono sette anni e le sette spighe belle sono sette anni: è un solo sogno. 27 E le sette vacche magre e brutte, che salgono dopo quelle, sono sette anni e le sette spighe vuote, arse dal vento d’oriente, sono sette anni: vi saranno sette anni di carestia. 28 È appunto ciò che ho detto al faraone: quanto Dio sta per fare, l’ha manifestato al faraone. 29 Ecco stanno per venire sette anni, in cui sarà grande abbondanza in tutto il paese d’Egitto. 30 Poi a questi succederanno sette anni di carestia; si dimenticherà tutta quella abbondanza nel paese d’Egitto e la carestia consumerà il paese. 31 Si dimenticherà che vi era stata l’abbondanza nel paese a causa della carestia venuta in seguito, perché sarà molto dura. 32 Quanto al fatto che il sogno del faraone si è ripetuto due volte, significa che la cosa è decisa da Dio e che Dio si affretta ad eseguirla».
Abbiamo tre affermazione di Giuseppe, scritte in grassetto, secondo il quale i due sogni sono un avvertimento al faraone da parte di Dio per indicargli quello che sta per fare: sette anni di abbondanza e sette di carestia.
Dal punto di vista letterario possiamo aggiungere che la decisione divina è già presa perché i due sogni con lo stesso significato intendono affermare una decisone irrevocabile.
Possiamo restare sorpresi che non vi sia alcuna spiegazione circa il motivo di questa abbondanza e successiva carestia. Tuttavia per la cultura del tempo ogni evento naturale era attribuita a qualche divinità, basta pensare agli dèi dell’Olimpo per trovare un dio o una dea preposti ad ogni evento della natura: tempeste, terremoti, siccità, ecc.
D2′ – La soluzione proposta da Giuseppe
«33 Ora il faraone pensi a trovare un uomo intelligente e saggio e lo metta a capo del paese d’Egitto. 34 Il faraone inoltre proceda ad istituire funzionari sul paese, per prelevare un quinto sui prodotti del paese d’Egitto durante i sette anni di abbondanza. 35 Essi raccoglieranno tutti i viveri di queste annate buone che stanno per venire, ammasseranno il grano sotto l’autorità del faraone e lo terranno in deposito nelle città. 36 Questi viveri serviranno al paese di riserva per i sette anni di carestia che verranno nel paese d’Egitto; così il paese non sarà distrutto dalla carestia».
Giuseppe va oltre alla semplice interpretazione dei due sogni e suggerisce anche un metodo per porre rimedio ai sette anni di carestia.
Non suggerisce particolari preghiere o penitenze perché Dio modifichi la sua decisione, ma di mettere da parte le derrate alimentari durante l’abbondanza per poterne avere durante la carestia. Una misura di grande saggezza.
Con questa proposta egli appare l’uomo saggio, che nella corte del re sa dare al momento opportuno il consiglio adeguato al suo sovrano.
Stiamo però sempre parlando di una saggezza nata e cresciuta dall’esperienza di una vita che ha conosciuto l’abbandono da parte dei propri cari, la situazione drammatica dello schiavo deportato in un paese straniero, quindi il dolore, la miseria, ma in tutto questo non ha mai perso la sua fede nel Dio dei Padri.