Lettura 112 Gen 38,1-30 Giuda e Tamar
Stavamo parlando di Giuseppe finito schiavo in Egitto e all’improvviso emerge questo racconto a riguardo di Giuda e la sua discendenza. Potremmo dire che l’intervento non è del tutto impertinente perché dà al lettore l’idea che, mentre Giuseppe è obbligato ad affrontare la vita in Egitto, anche in Canaan la vita prosegue con le sue storie.
Una domanda emerge subito: come mai degli undici figli rimasti con Giacobbe viene riferita una storia che riguarda solo Giuda? Dobbiamo tenere conto di tutto quello che sta alle spalle di queste redazione che, abbiamo detto, possiamo datare attorno al IV secolo a. C., così emerge l’interesse per la discendenza di Giuda che risulta essere un antico avo di Davide, il grande Re… e noi aggiungiamo: di Gesù Cristo.
Possiamo disquisire sull’attendibilità di questa ricostruzione, ma una cosa è certa: la discendenza di Giuda passa per Tamàr perché la genealogia di Gesù (Mt 1) richiama Tamàr quale sposa di Giuda e madre di Fares (o Perez a seconda delle translitterazioni dall’ebraico) e Zara. E le genealogie non sbagliavano perché, costituendo la carta d’identità per le persone di quel tempo, venivano imparate a memoria da tutti i bambini.
È opportuno leggere anche questo capitolo in forma strutturata per facilitarne la comprensione. Esso è composto di cinque parti della quali la più importante è quella centrale “C”, mentre le altre costituiscono coppie che si richiamano reciprocamente.
A – Il matrimonio di Giuda con una cananea
Gen 38:1 «In quel tempo Giuda si separò dai suoi fratelli e si stabilì presso un uomo di Adullam, di nome Chira. 2 Qui Giuda vide la figlia di un Cananeo chiamato Sua, la prese in moglie e si unì a lei. 3 Essa concepì e partorì un figlio e lo chiamò Er. 4 Poi concepì ancora e partorì un figlio e lo chiamò Onan. 5 Ancora un’altra volta partorì un figlio e lo chiamò Sela. Essa si trovava in Chezib, quando lo partorì».
Viene messo subito in evidenza che Giuda si era separato dal clan di Giacobbe e aveva sposato una donna di Canaan. Questo corrisponde anche a quanto si conosce dalla storia e cioè, che la tribù di Giuda non aveva fatto guerre per conquistare il suo territorio, a sud est di Gerusalemme, ma si era fusa con gli abitanti locali.
Da questo matrimonio nascono tre figli: Er, Onan e Sela.
B – I peccati di Er, Onan e Giuda
«6 Giuda prese una moglie per il suo primogenito Er, la quale si chiamava Tamàr / Palma. 7 Ma Er, primogenito di Giuda, si rese odioso a JHWH e JHWH lo fece morire. 8 Allora Giuda disse a Onan: «Unisciti alla moglie del fratello, compi verso di lei il dovere di cognato e assicura così una posterità per il fratello». 9 Ma Onan sapeva che la prole non sarebbe stata considerata come sua; ogni volta che si univa alla moglie del fratello, disperdeva per terra [il seme], per non dare una posterità al fratello. 10 Ciò che egli faceva non fu gradito a JHWH, il Quale fece morire anche lui. 11 Allora Giuda disse alla nuora Tamàr: «Ritorna a casa da tuo padre come vedova fin quando il mio figlio Sela sarà cresciuto». Perché pensava: «Che non muoia anche questo come i suoi fratelli!». Così Tamàr se ne andò e ritornò alla casa del padre».
Onan, commette un peccato contro la legge del levirato che impone al fratello del defunto di unirsi alla vedova per dare una discendenza anche al morto.
Dt 25,5 «Quando i fratelli abiteranno insieme e uno di loro morirà senza lasciare figli, la moglie del defunto non si mariterà fuori, con un forestiero; il suo cognato verrà da lei e se la prenderà in moglie, compiendo così verso di lei il dovere del cognato; 6 il primogenito che essa metterà al mondo, andrà sotto il nome del fratello morto perché il nome di questo non si estingua in Israele».
Questa prescrizione, facendo parte del Deuteronomio è alquanto tarda, perché pur se attribuita a Mosè, la possiamo datare verso il 600 a. C. per cui al tempo di Giuda era sconosciuta, ma non dobbiamo dimenticare che le leggi non sono altro che la codificazione di usi e comportamenti già radicati nella coscienza collettiva di un popolo.
Ora, se Onan ha peccato anche Giuda lo commette, perché teme che dando Tamàr in moglie al terzo figlio anche costui possa morire. La situazione per lui non è semplice. Se fa sposare Sela con Tamàr, rischia di perdere il figlio. E se lascia tutto fermo, lui stesso resta senza discendenza, anche perché non può consentire che Sela sposi un’altra donna.
In questo brano troviamo due passaggi che chiedono di essere analizzati con cura: “JHWH lo fece morire“. Affermare che Dio fa morire qualcuno perché ha peccato, può essere accettato in società religiosamente primitiva nella quale tutti gli accadimenti sono attribuiti a Dio: il tempo, la pioggia, la siccità, la vita e la morte.
Questo modo di argomentare appartiene alla cosiddetta teologia retribuzionista: “se agisci bene avrai successo se agisci male sarai sconfitto”.
Bisognerà arrivare al libro di Giobbe e più avanti al Vangelo per incrociare il superamento di questa teologia e stabilire che il nostro Dio è il “Dio della vita” e la morte corrisponde al nemico per eccellenza dell’uomo, come afferma Paolo:
1 Cor 15,20 «Ora, invece, Cristo è risuscitato dai morti, primizia di coloro che sono morti. 21 Poiché se a causa di un uomo venne la morte, a causa di un uomo verrà anche la risurrezione dei morti; 22 e come tutti muoiono in Adamo, così tutti riceveranno la vita in Cristo. 23 Ciascuno però nel suo ordine: prima Cristo, che è la primizia; poi, alla sua venuta, quelli che sono di Cristo; 24 poi sarà la fine, quando egli consegnerà il regno a Dio Padre, dopo aver ridotto al nulla ogni principato e ogni potestà e potenza. 25 Bisogna infatti che egli regni finché non abbia posto tutti i nemici sotto i suoi piedi. 26 L’ultimo nemico ad essere annientato sarà la morte, 27 perché ogni cosa ha posto sotto i suoi piedi. Però quando dice che ogni cosa è stata sottoposta, è chiaro che si deve eccettuare Colui che gli ha sottomesso ogni cosa. 28 E quando tutto gli sarà stato sottomesso, anche lui, il Figlio, sarà sottomesso a Colui che gli ha sottomesso ogni cosa, perché Dio sia tutto in tutti».
Quindi la morte non è assolutamente opera di Dio. Al contrario, è proprio l’agire di Dio a realizzare la fine della morte con la risurrezione della carne, di ogni carne.
Questo, allora, va ribadito con estrema forza: quando, con Gesù Cristo, la rivelazione raggiunge il suo punto culminante, allora appare estremamente chiaro il fatto che tutti gli interventi di Dio sono univocamente segni di liberazione dal male. Non accade mai che un peccatore o un oppositore vengano fulminati con un infarto o stramazzino a terra morto per intervento di Dio. Troviamo soltanto ed esclusivamente ciechi che recuperano la vista, zoppi che si mettono a camminare, lebbrosi mondati e perfino morti che risorgono. Tutti questi gesti sono “segni” che proclamano univocamente come Dio opera. Segni di liberazione dal male, perché Dio è il nemico radicale del male sotto qualunque forma esso si presenti.
Allora dobbiamo dire che quelle due frasi sono semplicemente “cristologicamente incompatibili”. Quindi, la spiegazione lì fornita non è accettabile. Ora si fa notare che questo argomento è stato trattato nella Nota esegetica n. 5, riguardante appunto la “Compatibilità Cristologica”.
C – L’inganno di Tamàr
«12 Passarono molti giorni e morì la figlia di Sua, moglie di Giuda. Quando Giuda ebbe finito il lutto, andò a Timna da quelli che tosavano il suo gregge e con lui vi era Chira, il suo amico di Adullam. 13 Fu portata a Tamar questa notizia: «Ecco, tuo suocero va a Timna per la tosatura del suo gregge». 14 Allora Tamar si tolse gli abiti vedovili, si coprì con il velo e se lo avvolse intorno, poi si pose a sedere all’ingresso di Enaim, che è sulla strada verso Timna. Aveva visto infatti che Sela era ormai cresciuto, ma che lei non gli era stata data in moglie. 15 Giuda la vide e la credette una prostituta, perché essa si era coperta la faccia. 16 Egli si diresse su quella strada verso di lei e disse: «Lascia che io venga con te!». Non sapeva infatti che quella fosse la sua nuora. Essa disse: «Che mi darai per venire con me?». 17 Rispose: «Io ti manderò un capretto del gregge». Essa riprese: «Mi dai un pegno fin quando me lo avrai mandato?». 18 Egli disse: «Qual è il pegno che ti devo dare?». Rispose: «Il tuo sigillo, il tuo cordone e il bastone che hai in mano». Allora glieli diede e le si unì. Essa concepì da lui. 19 Poi si alzò e se ne andò; si tolse il velo e rivestì gli abiti vedovili. 20 Giuda mandò il capretto per mezzo del suo amico di Adullam, per riprendere il pegno dalle mani di quella donna, ma quegli non la trovò. 21 Domandò agli uomini di quel “luogo / maqom” : «Dov’è quella prostituta [qedešah = prostituta sacra] che stava in Enaim sulla strada?». Ma risposero: «Non c’è stata qui nessuna prostituta». 22 Così tornò da Giuda e disse: «Non l’ho trovata; anche gli uomini di quel luogo dicevano: Non c’è stata qui nessuna prostituta». 23 Allora Giuda disse: «Se li tenga! Altrimenti ci esponiamo agli scherni. Vedi che le ho mandato questo capretto, ma tu non l’hai trovata».
Che una prostituta cerchi di attrare i possibili clienti coprendosi è un fatto fuori dal mondo. Al contrario, cercherà di mettere in evidenza le sue “risorse femminili” per smuovere anche i più refrattari. E allora Giuda cosa ha visto?
Usciamo dal dilemma se ci riferiamo al testo ebraico del v 21 nel quale si parla chiaramente di “prostituta sacra” e non semplice “prostituta” come traduce la Cei. Allora una donna di questo genere non vale tanto per la sua avvenenza, ma per ciò che di “religioso” può offrire.
Se è così il termine luogo / maqom indica un santuario, un luogo religioso, come avevamo visto nella Lettura 93 a proposito della teofania di Betel. Quindi Giuda si è unito a Tamàr in un luogo sacro.
Potremmo elaborare molte ipotesi sul motivo di una visita del genere da parte di Giuda: magari cercare una risposta “celeste” che gli indicasse se fare sposare il terzo figlio con Tamàr, ma il testo non dice nulla al riguardo. Sembrerebbe, tuttavia, che si trattasse di qualcosa di più che non un semplice sfogo erotico.
B’ – Giuda costretto a confessare il suo peccato
«24 Circa tre mesi dopo, fu portata a Giuda questa notizia: «Tamar, la tua nuora, si è prostituita e anzi è incinta a causa della prostituzione». Giuda disse: «Conducetela fuori e sia bruciata!». 25 Essa veniva già condotta fuori, quando mandò a dire al suocero: «Dell’uomo a cui appartengono questi oggetti io sono incinta». E aggiunse: «Riscontra, dunque, di chi siano questo sigillo, questi cordoni e questo bastone». 26 Giuda li riconobbe e disse: «Essa è più giusta di me, perché io non l’ho data a mio figlio Sela». E non ebbe più rapporti con lei».
Qui Giuda si fa garante della giustizia ordinando l’applicazione di una norma severissima, riservata ai sacerdoti:
Lv 21,9 «Se la figlia di un sacerdote si disonora prostituendosi, disonora suo padre; sarà arsa con il fuoco».
Però questa norma del Levitico è più tarda rispetto al periodo patriarcale, ma soprattutto l’ingiunzione di Giuda fa a pugni con la sua precedente decisione, quella di rimandare Tamàr al padre, per cui ella era diventata una donna libera. Così, Tamàr a questo punto porta a compimento il suo progetto rivelando l’identità di colui che l’ha messa incinta: Giuda stesso.
Ora egli riconosce la propria colpa con una frase che nel testo ebraico è più incisiva della nostra traduzione: “Lei innocente, io colpevole“. Colpevole per non avere dato un marito, Sela, alla nuora; colpevole di avere frequentato un finta prostituta sacra; colpevole di averla ingravidata.
A’ – Nascita di Perez e Zerach
«27 Quand’essa fu giunta al momento di partorire, ecco aveva nel grembo due gemelli. 28 Durante il parto, uno di essi mise fuori una mano e la levatrice prese un filo scarlatto e lo legò attorno a quella mano, dicendo: «Questi è uscito [spuntato] per primo». 29 Ma, quando questi ritirò la mano, ecco uscì suo fratello. Allora essa disse: «Come ti sei aperta una breccia?» e lo si chiamò Perez /Breccia. 30 Poi uscì suo fratello, che aveva il filo scarlatto alla mano, e lo si chiamò Zerach / Spuntato».
Troviamo ancora una volta il tema di due fratelli in cui il minore supera il maggiore infatti nelle genealogie si troverà citato Perez / Fares (differenza dovuta alla traslitterazione dall’ebraico), e non Zerach
Considerazione finale
Ci possiamo chiedere come mai nella Storia di Giuseppe, la cui redazione risale al 5° o 4° secolo viene riportato con dovizia di particolari questo racconto? Alcuni studiosi ritengono che sia un testo proposto in opposizione ai libri di Esdra e Neemia, che sono particolarmente rigorosi nel vietare i matrimoni con donne straniere. Ricordiamo che in Esdra 10 si racconta della decisione imposta agli ex esiliati ritornati da Babilonia di rimandare le mogli straniere e i relativi figli, un tema che abbiamo approfondito nella seconda parte della Lettura 82. Anche il libro di Ruth databile alla stessa epoca sembra prendere le distanze da quella decisione inumana.
E mentre in Canaan accadono questi fatti, Giuseppe inizia la sua nuova vita da schiavo, lontano. Ma, paradossalmente, lì i fatti lo stimoleranno a maturare una sapienza come pochi.