Lettura 111 Gen 37,2-11 Giuseppe viene venduto dai fratelli

Riteniamo opportuno presentare il testo in forma strutturata, perché sia più facile cogliere la cura con la quale sono stati disposti i singoli elementi. È una struttura in cui le coppie A A’- B B’ – C C’ – D D’ si rimandano l’una con l’altra, mentre l’elemento centrale “E” non essendo in coppia esprime il fatto più importante: Giuseppe gettato nella cisterna.

Il nostro modo di strutturare un testo è, in genere, quello di anteporre una serie di premesse per poi mettere l’elemento più importante alla fine, come conclusione, mentre questa redazione preferisce porre l’elemento fondamentale al centro del testo.

A – Invio di Giuseppe

Gen 37,12 «I suoi fratelli andarono a pascolare il gregge del loro padre a Sichem. 13 Israele disse a Giuseppe: «Sai che i tuoi fratelli sono al pascolo a Sichem? Vieni, ti voglio mandare da loro». Gli rispose: «Eccomi!». 14 Gli disse: «Va’ a vedere come stanno i tuoi fratelli e come sta il bestiame, poi torna a riferirmi». Lo fece dunque partire dalla valle di Ebron ed egli arrivò a Sichem».

Al lettore attento appare subito un problema grosso come una casa. In Gen 34, Lettura 105, avevamo trattato del “fattaccio di Sichem“, dove, dopo avere convinto i sichemiti a circoncidersi per dare vita ad un unico popolo, Simone e Levi, penetrarono in città e uccisero tutti i maschi impossibilitati a difendersi a causa della ferita. Subito dopo il clan di Giacobbe dovette fuggire perché gli alleati di Sichem si erano coalizzati per fare guerra.

Ora, questi figli di Giacobbe vanno a pascolare proprio in quella località, azione del tutto assurda.

Inoltre Sichem si trova a circa 100 Km a nord di Ebron, e Giacobbe ci manda Giuseppe, il figlio prediletto vestito in modo lussuoso che sembrerebbe fatto apposto per attirare predoni.

Il metodo storico critico ha fatto salti mortali per cercare di spiegare la cosa attribuendola a diversi tradizioni, ma l’esegesi attuale, ritenendo che il racconto sia una novella, un testo didattico, giustifica questo paradosso per mostrare ai lettori che si tratta proprio di una novella.

B – Ricerca dei fratelli

«15 Mentr’egli andava errando per la campagna, lo trovò un uomo, che gli domandò: «Che cerchi?». 16 Rispose: «Cerco i miei fratelli. Indicami dove si trovano a pascolare». 17 Quell’uomo disse: «Hanno tolto le tende di qui, infatti li ho sentiti dire: Andiamo a Dotan». Allora Giuseppe andò in cerca dei suoi fratelli e li trovò a Dotan».

Dotan è stato identificato a circa 20 Km a nord di Sichem, quindi Giuseppe ce la mette tutta per trovare i fratelli. Lo possiamo considerare segno di obbedienza al padre, ma anche attaccamento ai fratelli. È sempre in gioco il tema della fratellanza.

C – Proposta di fratricidio

«18 Essi lo videro da lontano e, prima che giungesse vicino a loro, complottarono di farlo morire. 19 Si dissero l’un l’altro: «Ecco, l’uomo dei sogni [CEI: il sognatore] arriva! 20 Orsù, uccidiamolo e gettiamolo in qualche cisterna! Poi diremo: Una bestia feroce l’ha divorato! Così vedremo che ne sarà dei suoi sogni!».

Uomo dei sogni” non è un appellativo generico per ironizzare su Giuseppe, ma un vocabolo tecnico che indica quelle persone che, non solo in grado di interpretare i sogni altrui, ma vedono nei propri sogni una profezia del futuro, come nel caso in questione, anche se dovranno passare diversi anni prima di vedere padre e fratelli inchinarsi davanti a Giuseppe, viceré d’Egitto. Von Rad ritiene che queste ipoteche sul futuro che si rivelano nei sogni, siano la ragione per cui molti profeti hanno fatto una brutta fine.

Quindi i fratelli hanno nutrono il grande timore che i due sogni di Giuseppe si possano avverare. Come di fatto, poi, accadrà.

D – Intervento di Ruben

«21 Ma Ruben sentì e volle salvarlo dalle loro mani, dicendo: «Non togliamogli la vita». 22 Poi disse loro: «Non versate il sangue, gettatelo in questa cisterna che è nel deserto, ma non colpitelo con la vostra mano»; egli intendeva salvarlo dalle loro mani e ricondurlo a suo padre».

Se questi sono i propositi di Ruben significa che i dieci fratelli non erano così concordi nella loro decisione fratricida e anche questo mette in discussione la qualità di quella fratellanza.

Nell’intenzione di Ruben è però presente anche l’idea, molto diffusa tra gli antichi, che lo spargimento del sangue di un uomo chiami vendetta presso Dio, come viene ricordato in un altro fratricidio, il primo in assoluto: quello di Caino, come abbiamo visto in Gen 4, Letture 32 e 33:

Gen 4,10 «[Dio] Riprese: «Che hai fatto? La voce del sangue di tuo fratello grida a me dal suolo! 11 Ora sii maledetto lungi da quel suolo che per opera della tua mano ha bevuto il sangue di tuo fratello. 12 Quando lavorerai il suolo, esso non ti darà più i suoi prodotti: ramingo e fuggiasco sarai sulla terra». 13 Disse Caino a JHWH: «Troppo grande è la mia colpa per ottenere perdono!...».

Una comprensione che oggi si è molto indebolita, se non del tutto perduta; nei nostri giorni si è persa la consapevolezza che ad un certo punto bisognerà fare i conti anche con il Creatore e non solo con la legge.

E – Gettato in una cisterna

«23 Quando Giuseppe fu arrivato presso i suoi fratelli, essi lo spogliarono della sua tunica, quella tunica dalle lunghe maniche ch’egli indossava, 24 poi lo afferrarono e lo gettarono nella cisterna: era una cisterna vuota, senz’acqua. 25 Poi sedettero per prendere cibo. Quando ecco, alzando gli occhi, videro arrivare una carovana di Ismaeliti provenienti da Galaad, con i cammelli carichi di resina, di balsamo e di laudano, che andavano a portare in Egitto».

La prima cosa che i fratelli fanno è quella di togliergli la “tunica dalle lunghe maniche” che per essi era il simbolo di quella preferenza nutrita da Giacobbe verso Giuseppe per loro divenuta insopportabile. Ci rendiamo conto che l’abito non ha solo un significato protettivo, ma soprattutto denotativo. Esso, dice agli altri e al mondo chi tu sei. Anticamente e ancora nel nostro Medio Evo il vestito specificava non solo l’importanza di una persona, ma altresì la professione: il membro di una corporazione doveva vestirsi nel modo prescritto, per cui per strada si poteva distinguere un fabbro, da un idraulico, un medico da un filosofo. Fino a cinquant’anni fa solo presbiteri e frati erano distinguibili dall’abito indossato, oggi la cosa vale solo per alcuni ordini religiosi. Tutto è stato ridotto allo squallido “casual”.

Così Giuseppe viene gettato nella cisterna, praticamente seminudo. Egli non è più nessuno, né per i fratelli che l’hanno rinnegato, ne per coloro che lo acquisteranno come schiavo perché ormai egli rappresenta soltanto “venti sicli”.

Le cisterne che costruivano già all’età della pietra, erano un gioiello di ingegneria. Esse dovevano essere scavate in una roccia calcarea che impedisce la nascita di batteri che renderebbero l’acqua non potabile e nel deserto avevano la forma di una damigiana, in modo da potervi attingere attraverso un foro di dimensioni limitate e così ridurre l’evaporazione e mantenere l’acqua relativamente fresca.

Nel nostro caso ci troviamo in zona desertica, però non dobbiamo pensare al Sahara, ma piuttosto alla steppa, altrimenti gli animali non avrebbero alcunché da brucare, di conseguenza Giuseppe, gettato brutalmente dentro quella cisterna, non aveva alcuna possibilità di uscirne. E non è detto che non si fosse fratturato qualcosa; cosa che il testo tace.

A noi questa carovana di Ismaeliti che trasportano in Egitto merci alquanto preziose, dice poco, ma gli esperti ci suggeriscono che quei dati corrispondono alla realtà epocale. Infatti si tratta di prodotti orientali che in Egitto non c’erano.

D’ – Intervento di Giuda

«26 Allora Giuda disse ai fratelli: «Che guadagno c’è ad uccidere il nostro fratello e a nasconderne il sangue? 27 Su, vendiamolo agli Ismaeliti e la nostra mano non sia contro di lui, perché è nostro fratello e nostra carne». I suoi fratelli lo ascoltarono».

L’intervento di Giuda, D’, fa coppia con quello di Ruben. Anche Giuda concorda di non uccidere il fratello, ma da buon opportunista, come vedremo nel capitolo successivo, propone di sfruttare la situazione e guadagnarci sopra mettendosi in tasca un po’ di soldi.

C’- Venduto a mercanti madianiti

«28 Passarono alcuni mercanti madianiti; essi tirarono su ed estrassero Giuseppe dalla cisterna e per venti sicli d’argento vendettero Giuseppe agli Ismaeliti. Così Giuseppe fu condotto in Egitto».

C’ fa coppia con C. Là si parlava di uccisione, qui si realizza una vendita. Però non sono i figli di Giacobbe ad eseguirla, ma i Madianiti. Il testo non spiega come sia accaduto. Forse i fratelli si erano allontanati e i Madianiti sentendo le grida di Giuseppe lo hanno estratto dalla cisterna per venderlo poi a degli Ismailiti. A questo punto del testo il problema resta aperto: chi ha venduto Giuseppe. La risposta si avrà alla fine della storia quando sarà lo stesso Giuseppe a dire ai fratelli: voi mi avete venduto…

Ora, 20 sicli d’argento corrispondono a 220 grammi; poiché a prezzi attuali un grammo d’argento corrisponde a 0,5 €, il ricavato della vendita di Giuseppe ha fruttato 110 €. Ai nostri occhi una miseria, ma bisognerebbe conoscere il valore dell’argento di quel tempo e soprattutto che cosa potevi comprare con un siclo. Un raffronto alquanto difficile da valutare.

C’è ancora un’incongruenza grossa come una casa nel tirare in ballo gli Ismailiti. Ismaele era fratello di Isacco pertanto zio di Giacobbe, perciò gli Ismailiti oltre ad essere cugini sia pur di secondo grado, non potevano essere ancora mercanti esperti che commerciavano spezie tra l’Oriente e l’Egitto. È questo un altro indizio che siamo di fronte ad una novella pedagogica.

B’ – Ruben cerca Giuseppe

«29 Quando Ruben ritornò alla cisterna, ecco Giuseppe non c’era più. Allora si stracciò le vesti, 30 tornò dai suoi fratelli e disse: «Il ragazzo non c’è più, dove andrò io?».

B e B’ fanno coppia perché entrambi hanno per oggetto una ricerca. Là era Giuseppe che cercava i fratelli, qui è Ruben che, tornato per riprendere Giuseppe e portarlo a casa, non lo trova più. Egli è disperato perché in quanto primogenito si sente responsabile di quanto è accaduto.

E i fratelli dove sono? Teniamo presente che essendo in dieci è buona cosa fare pascolare gli animali in luoghi diversi e non tutti insieme; questo per avere una maggiore disponibilità di foraggio, perciò erano sparsi nei dintorni.

A’ – La tunica insanguinata e Giacobbe

«31 Presero allora la tunica di Giuseppe, scannarono un capro e intinsero la tunica nel sangue. 32 Poi mandarono al padre la tunica dalle lunghe maniche e gliela fecero pervenire con queste parole: «L’abbiamo trovata; riscontra se è o no la tunica di tuo figlio». 33 Egli la riconobbe e disse: «È la tunica di mio figlio! Una bestia feroce l’ha divorato. Giuseppe è stato sbranato». 34 Giacobbe si stracciò le vesti, si pose un cilicio attorno ai fianchi e fece lutto sul figlio per molti giorni. 35 Tutti i suoi figli e le sue figlie vennero a consolarlo, ma egli non volle essere consolato dicendo: «No, io voglio scendere in lutto dal figlio mio nello sceòl [Cei: tomba]». E il padre suo lo pianse.

36 Intanto i Madianiti lo vendettero in Egitto a Potifar, consigliere del faraone e comandante delle guardie».

A e A’ fanno coppia, perché partiti con Giacobbe ritorniamo a Giacobbe. Colui che aveva ingannato il padre e il fratello togliendogli la primogenitura ora viene ingannato dai figli che gli hanno sottratto il figlio più amato vendendo lo come schiavo.

L’inganno si fa particolarmente atroce attraverso “la tunica dalle lunghe maniche” sporca del sangue… di un capro. Il segno dell’affetto e della preferenza accordati al figlio prediletto, diventa il testimone giuridico dell’uccisione da parte di una fiera.

A Giacobbe non resta che piangere afferrato da un dolore che lo spinge a desiderare la morte pur di ritrovare suo figlio nello sceòl. Potremmo tradurre sceòl con “inferi” purché non lo si pensi come l’inferno dantesco. Per gli antichi ebrei lo sceòl era il luogo in cui finivano tutti i defunti senza distinzione di buoni e cattivi. Con il tempo si fa strada l’idea di una separazione tra buoni e cattivi. Solo a partire dal secondo secolo a. C. incomincia a maturare la convinzione di una risurrezione, la cui conferma sarà manifestata il mattino di Pasqua da Gesù, il Crocifisso Risorto.

E in tutto questo Dio dove sta? Non ci sono state teofanie, non ci sono state rivelazioni se non i sogni di Giuseppe, nei quali però non erano presenti voli di angeli o anche la più minima manifestazione celeste. E gli stessi sogni non presentavano alcunché di divino. Abbiamo riscontrato solo azioni di uomini tutt’altro che buone, ma Dio non si è fatto vivo.

Eppure la fede sostiene che Dio è il Signore della Storia. Ma dobbiamo anche dire che in questi testi le realtà umane si sviluppano con una loro effettiva autonomia. Dio è sempre presente ma, non sempre, è direttamente operante. In tal modo è insegnato che gli uomini non sono affatto simili a marionette controllate e mosse con fili dall’esterno. Sono liberi, totalmente liberi.

Soprattutto è insegnato che Dio non intende intervenire sui fatti della terra per modificarli in modo immediato secondi quanto è previsto dai suoi progetti. Dio ha tempi di realizzazione del suo volere assolutamente diversi dai nostri tempi di realizzazione. Tuttavia, Dio è costantemente presente. Per questo, nulla sfugge al suo volere. E, nel tempo da Lui stabilito, Dio realizza il suo volere secondo la sua misericordia. Lui è infatti sempre vicino ai miseri. Li ama. Vigila su di loro e, a suo tempo, interviene sempre con misericordia per sottrarre la loro vita al potere del male costantemente in azione. Va qui rimarcato che, mentre Dio lascia liberi gli uomini, al contrario il male li condiziona e li opprime in modo diretto e immediato. Come si vede, la sua azione ha forme di sviluppo assolutamente opposte a quelle usate da Dio.

Questa sapienza ha portato i cristiani a coniare un detto famoso: i tempi di Dio non sono i tempi dell’uomo.