Lettura 11 Gen 1,9-13 Terzo giorno

Gen 1,9 Dio disse: «Le acque che sono sotto il cielo si raccolgano in un solo luogo /

e appaia l’asciutto / jabbashah». E così avvenne. / 10 Dio chiamò l’asciutto / jabbashahterra” / e il serbatoio delle acque “mari”. Dio vide che era bello.

11 Poi Dio disse: «La terra produca la vegetazione: / piante che producono seme

e alberi da frutto che diano frutti secondo la loro specie / con dentro il loro seme sulla terra». Così avvenne.

12 La terra produsse la vegetazione: / piante che producono seme secondo la loro specie

e alberi che danno frutti con dentro il loro seme secondo la loro specie. / Dio vide che era bello.

13 Venne sera e poi mattino: terzo giorno.

1- Il mare ridotto a semplice creatura

Il poema di “Enuma elish” “Quando in alto“, conosciuto in tutto il mondo sumero – accadico – babilonese, noto anche come “Celebrazione di Marduk” inizia con queste parole:

«Quando Lassù il cielo non aveva ancora nome / e quaggiù la terra non era ancora chiamata con un nome, Soli, Apsû-il-primo, loro progenitore, / e Tiāmat genitrice di tutti loro, / mescolavano insieme le loro acque…»

Già da questo ricaviamo che il poema inizia con la creazione degli dèi da parte di due dèi primordiali: Apsû, l’abisso di acqua dolce che sta sotto la terra e la feconda con laghi e fiumi, e Tiāmat, il mare salato che circonda la terra, vale a dire, per stare al testo della lettura precedente, che «le acque che stanno sopra il firmamento, e quelle che stanno sotto il firmamento» erano dèi, meglio, gli dèi primordiali dai quali è iniziato tutto. In altre parole il mare, oggetto di questa nostra lettura, era un dio.

Però nel nostro brano vediamo che il mare è ridotto a semplice creatura. Netta presa di distanza dalla mitologia babilonese.

Anche il fatto di dargli il nome, come fa Dio, significa stabilire una signoria, un dominio su di esso.

Che sia così lo possiamo ricavare anche da altri testi più antichi di Gen 1, ad esempio da molti salmi; riportiamo solo due citazioni:

Sl 74,12 «Eppure Dio è nostro re dai tempi antichi, / ha operato la salvezza nella nostra terra.

13 Tu con potenza hai diviso il mare, / hai schiacciato la testa dei draghi sulle acque.

14 Al Leviatàn hai spezzato la testa, / lo hai dato in pasto ai mostri marini.

15 Fonti e torrenti tu hai fatto scaturire, / hai inaridito fiumi perenni.

16 Tuo è il giorno e tua è la notte, / la luna e il sole tu li hai creati…»

Sal 89,9 «Chi è uguale a te, Signore, Dio degli eserciti? / Sei potente, Signore, e la tua fedeltà ti fa corona.

10 Tu domini l’orgoglio del mare, / tu plachi il tumulto dei suoi flutti.

11 Tu hai calpestato Raab come un vinto, / con braccio potente hai disperso i tuoi nemici.

12 Tuoi sono i cieli, tua è la terra, / tu hai fondato il mondo e quanto contiene.

13 il settentrione e il mezzogiorno tu li hai creati, / il Tabor e l’Ermon cantano il tuo nome».

Anche Giobbe nel suo lamento rivolto verso Dio per la sua malattia menziona il mare inteso come realtà opposta a Dio e da Lui soggiogato.

Gb 7,12 «Son io forse il mare oppure un mostro marino, / perché tu mi metta accanto una guardia?

13 Quando io dico: «Il mio giaciglio mi darà sollievo, / il mio letto allevierà la mia sofferenza»,

14 Tu allora mi spaventi con sogni / e con fantasmi tu mi atterrisci.

15 Preferirei essere soffocato, / la morte piuttosto che questi miei dolori!»

E Giobbe prosegue per 37 capitoli a lamentarsi, poi Dio gli risponde facendogli un’affettuosa ramanzina che va avanti per quattro capitoli, dal 38 al 41. A noi interessa l’inizio perché tratta appunto dei primi giorni della Creazione e dal v8 in poi tratta proprio del mare che risulta del tutto ridimensionato e posto sotto stretto controllo del Creatore.

Giob 38:1 «Il Signore rispose a Giobbe di mezzo al turbine:

2 Chi è costui che oscura il consiglio / con parole insipienti?

3 Cingiti i fianchi come un prode, / io t’interrogherò e tu mi istruirai.

4 Dov’eri tu quand’io ponevo le fondamenta della terra? / Dillo, se hai tanta intelligenza!

5 Chi ha fissato le sue dimensioni, se lo sai, / o chi ha teso su di essa la misura?

6 Dove sono fissate le sue basi / o chi ha posto la sua pietra angolare,

7 mentre gioivano in coro le stelle del mattino / e plaudivano tutti i figli di Dio?

8 Chi ha chiuso tra due porte il mare, / quando erompeva uscendo dal seno materno,

9 quando lo circondavo di nubi per veste / e per fasce di caligine folta?

10 Poi gli ho fissato un limite / e gli ho messo chiavistello e porte

11 e ho detto: «Fin qui giungerai e non oltre / e qui s’infrangerà l’orgoglio delle tue onde».

Suggeriamo di leggere tutto Gb 38-40 che riportano anche ironicamente la risposta di Dio a Giobbe.

Non possiamo neanche dimenticare il libro di Giona, questo profeta che non vuole compiere la missione che Dio gli ha affidato e fugge su di una nave. Ma Dio invia una grande tempesta, e quando i marinai scoprono che ne è lui la causa lo gettano in mare, dove un grosso pesce lo inghiotte per vomitarlo, dopo tre giorni sulla riva (Gio 1,4; 13-15; 2,1-2; 11) Ne abbiamo trattato in dettaglio dalla lettura 4 a 11 del Libro di Giona.

Anche in questo caso Dio si mostra padrone della forza dei venti, del mare e dei mostri marini che lo abitano.

Non possiamo poi tralasciare la relazione di Gesù con il Mare di Galilea, anche se a rigore si tratta di un lago, ma che ad ogni modo evidenzia la padronanza di Gesù, Parola creatrice, nei confronti delle forze della natura.

Non riportiamo per esteso le relative due riflessioni che hanno trattato l’argomento che si trovano nella’Archivio di Marco, alle posizioni seguenti:

Lettura 36 Dalla predicazione alle opere. La prima traversata del mare Mc 4,35- 41

Lettura 47 Non avevano compreso il fatto dei pani Mc 6,45-56 Gesù cammina sulle acque

Anche in questi casi il Figlio mostra di poter comandare ai venti, alle tempeste e anche di camminare sulle acque.

2- Significati del vocabolo: asciutto / jabbashah

Il termine jabbash ha un significato strategico perché rimanda ad alti luoghi importanti della storia della salvezza.

Lo troveremo alla fine del Diluvio quando le acque si sono ritirate, la terra si è prosciugata e la vita può riprendere fuori dall’Arca, come inizio di una nuova umanità e nuova creazione:

Gen 8,13 «L’anno seicentouno della vita di Noè, il primo mese, il primo giorno del mese, le acque si erano prosciugate sulla terra; Noè tolse la copertura dell’arca ed ecco la superficie del suolo era prosciugata. 14 Nel secondo mese, il ventisette del mese, tutta la terra fu asciutta / jabbashah».

Storicamente più importante, è jabbashah nel libro di Esodo perché ricorda l’attraversamento del Mar Rosso degli schiavi fuggiti dall’Egitto e inseguiti dall’esercito di Faraone

Es 14,15 «Il Signore disse a Mosè: «Perché gridi verso di me? Ordina agli Israeliti di riprendere il cammino. 16 Tu intanto alza il bastone, stendi la mano sul mare e dividilo, perché gli Israeliti entrino nel mare all’ asciutto / jabbashah. […] 21 Allora Mosè stese la mano sul mare. E il Signore, durante tutta la notte, risospinse il mare con un forte vento d’oriente, rendendolo asciutto / jabbashah; le acque si divisero. 22 Gli Israeliti entrarono nel mare asciutto / jabbashah, mentre le acque erano per loro una muraglia a destra e a sinistra. 23 Gli Egiziani li inseguirono con tutti i cavalli del faraone, i suoi carri e i suoi cavalieri, entrando dietro di loro in mezzo al mare».

Ricordiamo che l’esercito di Faraone si getta all’inseguimento dei fuggiaschi, ma il mare si richiude sopra di loro facendoli annegare tutti. Abbiamo trattato questo evento nella lettura 30 di Esodo.

3 – Il senso di “separazione”

I brani esaminati fin qui, mostrano che la creazione più che un opera di creazione ex novo, come nel caso della luce, è una successione di “separazioni” che segnano il passaggio dal caos primordiale al kosmos, un mondo ordinato.

L’idea di “separazione” è un principio molto apprezzato dalla tradizione sacerdotale P di cui fa parte Gen 1,1-2,4. È stata separata la luce dalle tenebre, il giorno dalla notte, la terra dal mare, e la stessa vegetazione è costituita da molte piante “ciascuna seconda la sua specie” dice ancora che ogni specie è nettamente “separata” dalle altre: le angurie non possono crescere sugli abeti!

Ora, questa concezione non nasce in occasione della redazione di Genesi, che è un libro tra più recenti, ma era frutto di una lunga tradizione. È un’idea che per certi versi è positiva perché porta in direzione dell’identificazione e dell’elezione, ma può diventare anche negativa quando diventa esclusione, eliminazione o addirittura sterminio.

L’argomento è alquanto complesso ed è trattato in Glosse alla Nota esegetica 10, ma in questa sede riportiamo una breve nota tratta da delle dispense del Prof. Claudio Doglio.

«Il narratore sacerdotale descrive la creazione presentando una serie di separazioni: la «separazione»,infatti, è un concetto fondamentale per la teologia del sacerdozio.

Il sacerdozio di Gerusalemme si basa sull’idea stessa di separazione, formulata in modo programmatico nel libro del Levitico:

«Io il Signore vostro Dio vi ho separato dagli altri popoli. Farete dunque distinzione fra animali mondi e immondi, fra uccelli immondi e mondi e non vi renderete abominevoli mangiando animali, uccelli o esseri che strisciano sulla terra e che io vi ho fatto distinguere come immondi. Sarete santi per me, poiché io, il Signore, sono santo e vi ho separati dagli altri popoli, perché siate miei» (Lv 20,24–26).

Nel cuore del Pentateuco (Gn–Es–Lv–Nm–Dt) troviamo questo eloquente riassunto di teologia sacerdotale: Dio ha separato Israele dagli altri popoli, perché siano santi. Ma il senso dell’aggettivo «santo» non ha sfumatura morale (come per noi), bensì equivale a «separato–delimitato–diviso dal resto del mondo». All’interno poi del popolo di Israele, separato dagli altri popoli, Dio ha separato una tribù; all’interno della tribù di Levi ha separato una famiglia; all’interno della famiglia di Aronne ha separato alcune classi e all’interno di una ha separato un unico individuo che sia il sommo sacerdote.

Così, con un ripetuto processo di separazione si arriva alla struttura sacra e alla «santificazione» di un individuo abilitato ad accostarsi a Dio a nome del popolo. Questo è il modo di pensare dei sacerdoti di Gerusalemme, per cui è molto naturale che il nostro autore, quando pensa all’origine del mondo, ragioni con queste categorie.

Egli, dunque, immagina l’universo come una massa indistinta e l’attività creatrice di Dio si compie con una serie di separazioni. Così Dio inizia a mettere ordine e nel seguito della storia continuerà a mettere ordine fine in fondo, separando popoli, tribù, famiglie, classi e individui, separando tempi e stagioni, separando cibi puri e cibi impuri: la storia sacra vista dal Sacerdotale è la serie degli interventi con cui Dio separa e organizza.

In questa storia qual è il compito dei sacerdoti? Proprio quello di riconoscere e mantenere tali separazioni: i sacerdoti devono conoscere e catalogare la realtà, distinguere il puro dall’impuro e conservare la struttura sacrale del mondo».