Lettura 106 Mc 15,42-47 La sepoltura di Gesù
Mc 15,42 «Sopraggiunta ormai la sera, poiché era la Parascève, cioè la vigilia del sabato, 43 Giuseppe d’Arimatèa, membro autorevole del sinedrio, che aspettava anche lui il regno di Dio, andò coraggiosamente da Pilato per chiedere il corpo di Gesù. 44 Pilato si meravigliò che fosse già morto e, chiamato il centurione, lo interrogò se fosse morto da tempo. 45 Informato dal centurione, concesse la salma a Giuseppe. 46 Questi allora, comprato un lenzuolo / sindòna, lo calò giù dalla croce e, avvoltolo nel lenzuolo / sindòna, lo depose in un sepolcro scavato nella roccia. Poi fece rotolare una pietra contro l’entrata del sepolcro. 47 Intanto Maria di Màgdala e Maria madre di Ioses stavano ad osservare dove veniva deposto».
Come premessa dobbiamo ricordare che il supplizio della croce, se i crocifissori operavano bene, poteva durare anche diversi giorni prima che il condannato morisse. Roma poi aveva diverse modalità nel trattare il corpo dei crocifissi defunti a secondo delle provincie e di periodi storici. Potevano essere gettati in una fossa comune o lasciati appesi alla mercé di corvi o insetti fino alla putrefazione dei cadaveri. Era un metodo che serviva ad ammonire chi non intendesse rispettare le leggi.
In Israele era necessario osservare, almeno fino ad un certo punto, le leggi e le tradizioni locali per evitare insurrezioni. Tuttavia non è che neanche gli ebrei fossero molto teneri da questo punto di vista. 2 Sam 21 racconta come una discendete di Saul restò a lungo, giorno e notte, a protegge sette tra figli e parenti impiccati per impedire che uccelli rapaci e animali dilaniassero i loro corpi.
Tuttavia il libro del Deuteronomio, redatto intorno al 600 a. C, prescrive:
Dt 21, 22 «Se un uomo avrà commesso un delitto degno di morte e tu l’avrai messo a morte e appeso a un albero, 23 il suo cadavere non dovrà rimanere tutta la notte sull’albero, ma lo seppellirai lo stesso giorno, perché l’appeso è una maledizione di Dio e tu non contaminerai il paese che il Signore tuo Dio ti dà in eredità».
Ora, il protagonista del nostro brano è Giuseppe d’Arimatèa, il quale si preoccupa di adempiere alla Legge e quindi togliere la salma di Gesù dalla croce. Risulta altresì chiaro che anche i due ladroni crocifissi non possono rimanere esposti durante la notte e infatti Gv 19,32 dice che ai due ladroni crocifissi con Gesù spezzarono le gambe per affrettarne la morte.
Il gesto di Giuseppe d’Arimatèa membro del sinedrio evidenzia due aspetti.
1- La condanna inflitta a Gesù dal sinedrio (14,53ss) ci porta a ritenere che in quel consesso non ci fosse unanimità o che essa fosse solo formale.
2- Giuseppe d’Arimatèa compie un gesto coraggioso, perché andare da Pilato a chiedere il corpo di un ribelle, “Re dei Giudei” era la motivazione della condanna, era come confessare di essere uno di quelli. Pensando poi alla venalità dei procuratori e governatori romani nelle provincie, non è azzardato ritenere che la salma fosse concessa dietro lauto compenso.
Però Pilato concede il corpo del Messia solo dopo essersi accertato che fosse effettivamente morto.
La meraviglia di Pilato ci suggerisce che la flagellazione subita da Gesù è stata talmente dura da farlo morire prima del tempo.
Per il resto del brano osserviamo che Giuseppe esegue tutta l’operazione da solo e questo ci rimanda a ciò che è stato narrato a proposito del martirio di Giovanni Battista 6,14-29 Lettura 44 in cui si dice:
6,29 «I discepoli di Giovanni, saputa la cosa, vennero, ne presero il cadavere e lo posero in un sepolcro»,
mentre i discepoli di Gesù dall’arresto nel Getzemani in poi, scandalizzati, si sono resi irreperibili.
Il brano termina con una osservazione, messa lì quasi di sfuggita, come quella ai piedi dalla croce:
47 «Intanto Maria di Màgdala e Maria madre di Ioses stavano ad osservare dove veniva deposto».
Ancora una volta le donne sono testimoni e fanno da figura di contrasto rispetto ai discepoli!