Lettura 105 Gen 34,1-31 Il fattaccio di Sichem

Più volte abbiamo segnalato che ogni singola parte della Bibbia, poco importa che sia piccola o grande, va letta sempre tenendo conto di tutto quanto è scritto nel resto dei suoi testi. Non è quindi corretto prendere un brano della Bibbia e sopra di esso costruire una tesi teologica, limitando analisi e discussioni soltanto ad esso. Va sempre tenuto ben presente che la Bibbia somiglia a un unico grande condominio e non già a un complesso di ville l’una separata da tutte le altre. Pertanto, ogni volta che si legge una pericope è obbligo tenere conto di quanto altri brani affermano sullo stesso argomento.

Ecco, il brano in questione è particolarmente complesso perché composto di elementi in parte provenienti dall’epoca patriarcale e di altri appartenenti al periodo della redazione finale, successiva al postesilio, nel quale era nata la prassi che imponeva unioni matrimoniali solo tra ebrei; argomento che abbiamo trattato nella Lettura 23.

Questo ci costringe a muoverci tenendo conto delle due epoche storiche coinvolte, altrimenti alcuni aspetti resterebbero incomprensibili.

Anzitutto ci dobbiamo chiedere quanto tempo è passato tra la traversata dello Iabbok e quello attuale perché se facciamo un po’ di conti scopriamo allo Iabbok il figlio maggiore, Ruben, aveva circa tredici anni e Dina era una bambina di sei anni. Allora tra lo Iabbok e Sichem deve essere passato un po’ di tempo perché i fratelli di Dina, dei quali qui si parla, sono abili ad usare le armi e Dina è una già una bella ragazza che attira l’attenzione di Sichem.

Possiamo ipotizzare che a Succot, dove Giacobbe aveva eretto una casa, come abbiamo visto nella lettura precedente, l’intero clan si fosse fermato per un certo tempo.

Successivamente il clan nel suo girovagare si sarebbe trasferito, presso la città di Sichem, dove avevano acquistato del terreno. Ma vedremo, poi, che i nostri personaggi resteranno ancora nomadi.

A – L’avvenimento: amore a prima vista

Gen 34:1 «Dina, la figlia che Lia aveva partorita a Giacobbe, uscì a vedere le ragazze del paese. 2 Ma la vide Sichem, figlio di Camor l’Eveo, principe di quel paese, e la rapì, si unì a lei e le fece violenza. 3 Egli rimase legato a Dina, figlia di Giacobbe; amò la fanciulla e le rivolse parole di conforto. 4 Poi disse a Camor suo padre: «Prendimi in moglie questa ragazza».

Non possiamo ignorare che dei nomadi che trascorrono tutto il tempo nella steppa a pascolare i loro animali, le attività svolte all’interno di una città siano più che mai attraenti: vuoi per semplice curiosità, ma soprattutto per fare scambi commerciali indispensabili.

In questo contesto l’unica figlia di Giacobbe, Dina, va in città a fare shopping, ma essendo una brava ragazza si limita a “guardare le ragazze”, che ovviamente sono abbigliate in modo assai diverso da quello di una pastorella nomade.

E qui, Sichem, principe della città con il medesimo nome, si prende una cotta di quelle che lasciano il segno. Però compiuto il misfatto, essendo innamorato, vuole sposare la sua “ragazza”. Niente di male neanche secondo la Legge che sarà proclamata sul Sinai e troviamo in Esodo e in Deuteronomio:

Es 22,15 «Quando un uomo seduce una vergine non ancora fidanzata e pecca con lei, ne pagherà la dote nuziale ed essa diverrà sua moglie. 16 Se il padre di lei si rifiuta di dargliela, egli dovrà versare una somma di denaro pari alla dote nuziale delle vergini».

Dt 22,28 «Se un uomo trova una fanciulla vergine che non sia fidanzata, l’afferra e pecca con lei e sono colti in flagrante, 29 l’uomo che ha peccato con lei darà al padre della fanciulla cinquanta sicli d’argento; essa sarà sua moglie, per il fatto che egli l’ha disonorata, e non potrà ripudiarla per tutto il tempo della sua vita».

Da questa seconda legge si capisce che una donna violentata da un uomo, diventerà sua moglie senza mai più poter essere ripudiata; privilegio non concesso alle donne sposate regolarmente.

Nella Legge non è fatto un divieto specifico di sposare donne straniere, tant’è che la bisnonna del grande re Davide, Ruth, è una moabita e Salomone avrà un harem con mille tra mogli e concubine di tutte le razze; a volte frutto di matrimoni combinati per consolidare alleanze con re e reucci del tempo.

Quindi nel gesto di Sichem non si può ravvisare un comportamento malvagio per le leggi antiche. Ma questo non è ammissibile per il redattore postesilico che arriva almeno mille anni dopo.

B – Le reazioni

«5 Intanto Giacobbe aveva saputo che quegli aveva disonorato Dina, sua figlia, ma i suoi figli erano in campagna con il suo bestiame. Giacobbe tacque fino al loro arrivo.

6 Venne dunque Camor, padre di Sichem, da Giacobbe per parlare con lui. 7 Quando i figli di Giacobbe tornarono dalla campagna, sentito l’accaduto, ne furono addolorati e s’indignarono molto, perché quelli aveva commesso un’infamia in Israele, unendosi alla figlia di Giacobbe: così non si doveva fare!».

Teniamo presente che la precisazione “i suoi figli erano in campagna” non significa che erano andati lì a due passi per annaffiare l’insalata, ma essendo nomadi stavano in giro con le greggi per più giorni e, solo di tanto in tanto ritornavano. Così possiamo dire che tra il “fattaccio” e le reazioni dei vari interlocutori: il re di Sichem, Camor, Giacobbe, i suoi figli, passa un certo tempo.

L’affermazione “infamia in Israele” è impensabile che sia pronunciata dai figli di Giacobbe perché essa è piuttosto il modo in cui parlano membri di un popolo già strutturato: uomini di uno stato, di una nazione; certamente non di un clan composto da quattro gatti.

C – Dialoghi

«8 Camor disse loro: «Sichem, mio figlio, è innamorato della vostra figlia; dategliela in moglie! 9 Anzi, alleatevi con noi: voi darete a noi le vostre figlie e vi prenderete per voi le nostre figlie. 10 Abiterete con noi e il paese sarà a vostra disposizione; risiedetevi, percorretelo in lungo e in largo e acquistate proprietà in esso».

11 Poi Sichem disse al padre e ai fratelli di lei: «Possa io trovare grazia agli occhi vostri; vi darò quel che mi direte. 12 Alzate pure molto a mio carico il prezzo nuziale e il valore del dono; vi darò quanto mi chiederete, ma datemi la giovane in moglie!».

13 Allora i figli di Giacobbe risposero a Sichem e a suo padre Camor e parlarono con astuzia, perché quegli aveva disonorato la loro sorella Dina. 14 Dissero loro: «Non possiamo fare questo, dare cioè la nostra sorella ad un uomo non circonciso, perché ciò sarebbe un disonore per noi. 15 Solo a questa condizione acconsentiremo alla vostra richiesta, se cioè voi diventerete come noi, circoncidendo ogni vostro maschio. 16 Allora noi vi daremo le nostre figlie e ci prenderemo le vostre, abiteremo con voi e diventeremo un solo popolo. 17 Ma se voi non ci ascoltate a proposito della nostra circoncisione, allora prenderemo la nostra figlia e ce ne andremo».

18 Le loro parole piacquero a Camor e a Sichem, figlio di Camor. 19 Il giovane non indugiò ad eseguire la cosa, perché amava la figlia di Giacobbe; d’altra parte era il più onorato di tutto il casato di suo padre».

La proposta di Camor è alquanto saggia. Se il clan di Giacobbe si unisce alla realtà cittadina, verrebbero a cessare le frizioni tra seminomadi e stanziali, ma soprattutto si avrebbe disponibilità di carne e lana dai pastori e a questi si renderebbero disponibili, a prezzi convenienti, i prodotti della città: l’economia delle due realtà unificate aumenterebbe il benessere di tutti.

Quello che invece propone, Sichem, non riguarda l’aspetto socio-economico, ma quello affettivo. Egli è perdutamente innamorato di Dina ed è disposto a tutto pur di averla come sua sposa.

Questo dialogo avviene mentre Dina si trova ancora in città come recita v26, forse prigioniera, per cui Camor e Sichem parlano da una posizione di forza.

La controproposta dei figli di Giacobbe è fatta “con astuzia” come avverte il redattore. Per loro è già presente un secondo fine, che deve essere tenuto ben nascosto. Notiamo che viene proposta la circoncisione “tuout court”, senza pretendere una conversione religiosa: è solo questione di onore. E questo suggerisce che la circoncisione fosse un’usanza presente nel mondo semitico già prima di quella richiesta da Dio ad Abramo (Gen 17 Lettura 65) e solo con Abramo questo rito diventa segno dell’Alleanza e di adesione alla religione del Dio dei Padri.

Aspetto che i figli di Giacobbe non pare abbaino compreso.

C’ – Camor e Sichem propongono circoncisione generale

«20 Vennero dunque Camor e il figlio Sichem alla porta della loro città e parlarono agli uomini della città: 21 «Questi uomini sono gente pacifica: abitino pure con noi nel paese e lo percorrano in lungo e in largo; esso è molto ampio per loro in ogni direzione. Noi potremo prendere per mogli le loro figlie e potremo dare a loro le nostre. 22 Ma solo ad una condizione questi uomini acconsentiranno ad abitare con noi, a diventare un sol popolo: se cioè noi circoncidiamo ogni nostro maschio come loro stessi sono circoncisi. 23 I loro armenti, la loro ricchezza e tutto il loro bestiame non saranno forse nostri? Accontentiamoli dunque e possano abitare con noi!». 24 Allora quanti avevano accesso alla porta della sua città ascoltarono Camor e il figlio Sichem: tutti i maschi, quanti avevano accesso alla porta della città, si fecero circoncidere».

Coraggiosi e stoici questi “maschi” di Sichem che accettano di farsi circoncidere senza remore!

Anche questa reazione così corale e immediata ci porta a sostenere che l’obiettivo del redattore finale, che arriva più di un millennio dopo, è un altro.

A’ – Vendetta di Simeone e Levi

«25 Ma il terzo giorno, quand’essi erano sofferenti, i due figli di Giacobbe, Simeone e Levi, i fratelli di Dina, presero ciascuno una spada, entrarono nella città con sicurezza e uccisero tutti i maschi. 26 Passarono così a fil di spada Camor e suo figlio Sichem, portarono via Dina dalla casa di Sichem e si allontanarono. 27 I figli di Giacobbe si buttarono sui cadaveri e saccheggiarono la città, perché quelli avevano disonorato la loro sorella. 28 Presero così i loro greggi e i loro armenti, i loro asini e quanto era nella città e nella campagna. 29 Portarono via come bottino tutte le loro ricchezze, tutti i loro bambini e le loro donne e saccheggiarono quanto era nelle case».

Gli esperti affermano che il periodo più doloroso e spossante che segue alla circoncisione è il terzo perché al dolore della ferita si aggiunge anche la febbre oltre allo sviluppo di possibili infezioni. Ed proprio in questo giorno che Simeone e Levi fratelli di Dina attuano la loro vendetta.

Mancano all’appello gli altri figli di Lia: Ruben, Giuda, Issacar, e Zabulon, che però partecipano insieme a tutti i figli di Giacobbe al saccheggio della città, con tanto di riduzione in schiavitù di donne e bambini.

Questa differente partecipazione all’uccisione dei sichemiti porta a pensare che il racconto faccia parte di una tradizione che riguardava solo le tribù di Simeone e Levi e solo più tardi la narrazione abbia incluso anche gli altri fratelli perché il racconto fosse significativo per tutto Israele. Qualcosa di analogo alla schiavitù d’Egitto e all’Esodo che ha riguardato solo alcune tribù del sud e solo in seconda battuta è diventato memoria di tutto Israele.

B’ – Commento conclusivo

«30 Allora Giacobbe disse a Simeone e a Levi: «Voi mi avete messo in difficoltà, rendendomi odioso agli abitanti del paese, ai Cananei e ai Perizziti, mentre io ho pochi uomini; essi si raduneranno contro di me, mi vinceranno e io sarò annientato con la mia casa». 31 Risposero: «Si tratta forse la nostra sorella come una prostituta?».

In tutto questo racconto Giacobbe resta passivo, quasi un osservatore estraneo ai fatti che accadono attorno a lui.

È un altro elemento che ci consente di ribadire che questo racconto è stato pesantemente rielaborato dalle tradizioni orali e poi risistemato dalla redazione finale che ha risignificato il tutto secondo le comprensioni e le necessità del suo tempo.

È proprio a partire dal “dopo” che si può cercare di spiegare questo episodio.

Ad esempio dovremmo esaminare come sia narrato il periodo dell’insediamento degli ebrei, fuggiti dall’Egitto in Canaan. Anche in questo caso le stragi, gli ammazzamenti, la distruzione totale di persone, animali, cose sono raccontate con particolari sconcertanti.

Potremmo usare come riferimento la narrazione della presa di Gerico, nella quale tutti gli esseri viventi sono votati allo sterminio:

Gs 6,15 «Al settimo giorno essi si alzarono al sorgere dell’aurora e girarono intorno alla città in questo modo per sette volte; soltanto in quel giorno fecero sette volte il giro intorno alla città. 16 Alla settima volta i sacerdoti diedero fiato alle trombe e Giosuè disse al popolo: «Lanciate il grido di guerra perché il Signore mette in vostro potere la città.

17 La città con quanto vi è in essa sarà votata allo sterminio per il Signore; soltanto Raab, la prostituta, vivrà e chiunque è con lei nella casa, perché ha nascosto i messaggeri che noi avevamo inviati. 18 Solo guardatevi da ciò che è votato allo sterminio, perché, mentre eseguite la distruzione, non prendiate qualche cosa di ciò che è votato allo sterminio e rendiate così votato allo sterminio l’accampamento di Israele e gli portiate disgrazia. 19 Tutto l’argento, l’oro e gli oggetti di rame e di ferro sono cosa sacra per il Signore, devono entrare nel tesoro del Signore». 20 Allora il popolo lanciò il grido di guerra e si suonarono le trombe. Come il popolo udì il suono della tromba ed ebbe lanciato un grande grido di guerra, le mura della città crollarono; il popolo allora salì verso la città, ciascuno diritto davanti a sé, e occuparono la città. 21 Votarono poi allo sterminio, passando a fil di spada, ogni essere che era nella città, dall’uomo alla donna, dal giovane al vecchio, e perfino il bue, l’ariete e l’asino».

Piccolo particolare: l’archeologia ha rivelato che le mura di Gerico, quelle che sarebbero crollate al suono delle trombe, erano cadute almeno due o tremila anni prima!

Questo ci aiuta a capire che il genere letterario non è storico ma didattico (vedi Nota esegetica 1 e 4 in “Archivio”) per cui l’intenzione è quella di sostenere un popolo sfiduciato, in crisi: quello del post-esilio.

Questa di Gerico è una narrazione epica, ma di essa ci interessa il v 18 nel quale viene spiegata la logica dello sterminio: evitare una contaminazione religiosa. Una prescrizione valida per il periodo di Giosuè, quando la Legge che condanna l’idolatria era già stata promulgata sul Sinai, ma, diremmo, insostenibile per il ciclo di Giacobbe perché fino a questo punto non abbiamo notizia di comandi contro l’idolatria.

E tuttavia la redazione finale del nostro racconto vuole mostrare che già i figli di Giacobbe avevano impedito la possibilità di una contaminazione religiosa.

Un altro esempio. Nel libro di Numeri troviamo anche questo racconto:

Nm 25:1 «Israele si stabilì a Sittim e il popolo cominciò a trescare con le figlie di Moab. 2 Esse invitarono il popolo ai sacrifici offerti ai loro dèi; il popolo mangiò e si prostrò davanti ai loro dèi. 3 Israele aderì al culto di Baal-Peor e l’ira di JHWH si accese contro Israele.

4 JHWH disse a Mosè: «Prendi tutti i capi del popolo e fa’ appendere al palo i colpevoli, davanti a JHWH, al sole, perché l’ira ardente di JHWH si allontani da Israele». 5 Mosè disse ai giudici d’Israele: «Ognuno di voi uccida dei suoi uomini coloro che hanno aderito al culto di Baal-Peor». […] 9 Di quel flagello morirono ventiquattromila persone».

Mica male se poi pensiamo che queste stragi siano attribuite al volere di Dio!

Quindi il redattore finale si pone nel filone della separazione dagli altri popoli per non inquinare la purezza della fede e della vita.

E così ci troviamo nel postesilio quando i rimpatriati dopo 70 anni di a Babilonia si rendono conto che i loro comportamenti non rispettano la Legge soprattutto per quanto riguarda i matrimoni e a tal riguardo è utile ricordare un fatto raccontato nel Libro di Esdra cc 9-10, che riportiamo in sintesi, ma raccomandiamo di leggere.

Quando a Gerusalemme ritornano i deportati con le loro famiglie dall’esilio ad un certo punto si scopre che molti di essi hanno portato con sé anche mogli straniere con relativi figli, sposate a Babilonia. Riflettendo sulla Legge si rendono conto che i matrimoni con donne straniere sono vietati. Di conseguenza mogli e figli sono rimandati al paese di origine. E si può immaginare con quanti pianti da parte degli uni e degli altri. Ma chi non l’avesse fatto sarebbe stato condannato allo sterminio.

D’altra parte un brano del Deuteronomio composto da discorsi “attribuiti” a Mosè Dio così recita:

Dt 7,1 «Quando JHWH tuo Dio ti avrà introdotto nel paese che vai a prendere in possesso e ne avrà scacciate davanti a te molte nazioni: gli Hittiti, i Gergesei, gli Amorrei, i Perizziti, gli Evei, i Cananei e i Gebusei, sette nazioni più grandi e più potenti di te, 2 quando il JHWH tuo Dio le avrà messe in tuo potere e tu le avrai sconfitte, tu le voterai allo sterminio; non farai con esse alleanza né farai loro grazia. 3 Non ti imparenterai con loro, non darai le tue figlie ai loro figli e non prenderai le loro figlie per i tuoi figli, 4 perché allontanerebbero i tuoi figli dal seguire me, per farli servire a dèi stranieri, e l’ira di JHWH si accenderebbe contro di voi e ben presto vi distruggerebbe. 5 Ma voi vi comporterete con loro così: demolirete i loro altari, spezzerete le loro stele, taglierete i loro pali sacri, brucerete nel fuoco i loro idoli. 6 Tu infatti sei un popolo consacrato a JHWH tuo Dio; JHWH tuo Dio ti ha scelto per essere il suo popolo privilegiato fra tutti i popoli che sono sulla terra».

In definitiva possiamo dire che la redazione finale proietta all’indietro un problema che si è acuito nel suo tempo, cioè attorno al 400 a. C. ma è un problema suo, non di Giacobbe e del suo clan.

Noi però ci basiamo sempre sull’Interprete Autentico della Bibbia, cioè Gesù Cristo, il Quale come abbiamo trattato nella Nota Esegetica 5 “Compatibilità cristologica” (vedi archivio), ci consente di dire quali parti della Bibbia siano da ritenere cristologicamente compatibili e quali non lo sono.

Mt 15,21 «Partito di là, Gesù si diresse verso le parti di Tiro e Sidone. 22 Ed ecco una donna Cananèa, che veniva da quelle regioni, si mise a gridare: «Pietà di me, Signore, figlio di Davide. Mia figlia è crudelmente tormentata da un demonio». 23 Ma egli non le rivolse neppure una parola.

Allora i discepoli gli si accostarono implorando: «Esaudiscila, vedi come ci grida dietro». 24 Ma egli rispose: «Non sono stato inviato che alle pecore perdute della casa di Israele». 25 Ma quella venne e si prostrò dinanzi a lui dicendo: «Signore, aiutami!». 26 Ed egli rispose: «Non è bene prendere il pane dei figli per gettarlo ai cagnolini». 27 «È vero, Signore, disse la donna, ma anche i cagnolini si cibano delle briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni». 28 Allora Gesù le replicò: «Donna, davvero grande è la tua fede! Ti sia fatto come desideri». E da quell’istante sua figlia fu guarita».

Gesù non solo va ad annunciare il Regno fuori da Israele, mi si lascia “convertire” da una donna cananea, più o meno della stessa etnia degli antichi abitanti di Sichem. Egli si rende conto che non si possono tenere in vita differenze di razza tra gli abitanti di questo pianeta, ma che la sua missione è destinata a ciascuno di essi.

Si tratta della stessa scoperta che fanno tutti i missionari: quando annunciano il Regno: scoprono di essere stati preceduti.