Lettura 104 Gen 33,1-20 L’incontro dei due fratelli

A – Preparativi e incontro

Gen 33,1 «Poi Giacobbe alzò gli occhi e vide arrivare Esaù che aveva con sé quattrocento uomini. Allora distribuì i figli tra Lia, Rachele e le due schiave; 2 mise in testa le schiave con i loro figli, più indietro Lia con i suoi figli e più indietro Rachele e Giuseppe. 3 Egli passò davanti a loro e si prostrò sette volte fino a terra, mentre andava avvicinandosi al fratello. 4 Ma Esaù gli corse incontro, lo abbracciò, gli si gettò al collo, lo baciò e piansero».

Giacobbe dispone mogli e figli secondo l’ordine crescente del legame affettivo. Prima i figli delle due schiave, poi i figli della sposa non amata con la loro madre, Lia, da ultima Rachele con l’unico figlio Giuseppe.

In questo modo se le cose fossero andate male Rachele e Giuseppe avrebbero avuto il tempo necessario per fuggire.

Però questa disposizione è già anticipazione della gelosia che nascerà tra i tutti i fratelli nei confronti di Giuseppe, la quale, gelosia, darà vita al “Ciclo di Giuseppe” da Gen 37 in poi.

In testa al corteo però si mette lui stesso, portando con sé tutte le ansie, paure e angosce che abbiamo descritto nella lettura precedente. Come si comporterà Esaù che si presenta con quattrocento uomini?

La reazione di Esaù, però, sorprende Giacobbe quanto il lettore: abbracci, pianti e baci. Una reazione, viste le premesse, del tutto inaspettata.

Accettazione dei doni

«5 Poi alzò gli occhi e vide le donne e i fanciulli e disse: «Chi sono questi con te?». Rispose: «Sono i figli di cui Dio ha favorito [graziato] il tuo servo». 6 Allora si fecero avanti le schiave con i loro figli e si prostrarono. 7 Poi si fecero avanti anche Lia e i suoi figli e si prostrarono e infine si fecero avanti Rachele e Giuseppe e si prostrarono. 8 Domandò ancora: «Che è tutta questa carovana che ho incontrata?». Rispose: «È per trovar grazia agli occhi del mio signore». 9 Esaù disse: «Ne ho abbastanza del mio, fratello, resti per te quello che è tuo!». 10 Ma Giacobbe disse: «No, se ho trovato grazia ai tuoi occhi, accetta dalla mia mano il mio dono, perché appunto per questo io sono venuto alla tua presenza, come si viene alla presenza di Dio, e tu mi hai gradito. 11 Accetta il mio dono augurale [berakah] che ti è stato presentato, perché Dio mi ha favorito [fatto grazia] e sono provvisto di tutto!». Così egli insistette e quegli accettò».

Il testo ebraico insiste sul termine “hen” e derivati che si traduce con grazia, far grazia, ecc. e se questa grazia proviene da Dio, che ha arricchito Giacobbe di figli e di beni, ciò non è altro che conseguenza della benedizione / berakah ottenuta da Dio, ma è importante rilevare che il “dono augurale” del v 11 in ebraico è anch’esso denominato berakah, cioè benedizione.

Si tratta di un evidente rimando alla benedizione, a suo tempo, carpita con inganno da Isacco e sottratta ad Esaù (Gen 27,18 s Lettura 90). Allora questo “dono / berakah” è un pallido tentativo di restituire al fratello la benedizione rubata.

Il linguaggio usato in questo brano è testimoniato da lettere risalenti al medesimo periodo storico circolanti nell’antico Egitto e diventerà poi il linguaggio usato nelle liturgie del Tempio.

Diversi commentatori evidenziano il parallelo tra questa scena e quella precedente. In quella Giacobbe «aveva visto il volto di Dio» e ne era uscito vivo, come abbiamo esaminato nella lettura precedente. Ora troviamo che anche il volto del fratello è cambiato. Ma c’è chi va più avanti sostenendo che Giacobbe è cambiato al punto tale che ora nel volto del fratello vede il volto di Dio.

Separazione… (o ultimo inganno?)

«12 Poi Esaù disse: «Leviamo l’accampamento e mettiamoci in viaggio: io camminerò davanti a te». 13 Gli rispose: «Il mio signore sa che i fanciulli sono delicati e che ho a mio carico i greggi e gli armenti che allattano: se si affaticano anche un giorno solo, tutte le bestie moriranno. 14 Il mio signore passi prima del suo servo, mentre io mi sposterò a tutto mio agio, al passo di questo bestiame che mi precede e al passo dei fanciulli, finché arriverò presso il mio signore a Seir». 15 Disse allora Esaù: «Almeno possa lasciare con te una parte della gente che ho con me!». Rispose: «Ma perché? Possa io solo trovare grazia agli occhi del mio signore!». 16 Così in quel giorno stesso Esaù ritornò sul suo cammino verso Seir. 17 Giacobbe invece si trasportò a Succot, dove costruì una casa per sé e fece capanne per il gregge. Per questo chiamò quel luogo Succot».

I due fratelli si riuniscono ed Esaù mira ad inglobare nel suo anche il clan di Giacobbe, per cui assistiamo ad un dialogo tipico della cultura orientale. I due non esprimono in modo chiaro e tondo le loro intenzione, ma vi girano intorno con scuse puerili. Giacobbe ostenta il fatto di avere fanciulli e bestiame con piccoli che devono essere allattati, ma sappiamo bene che tra i doni consegnati ad Esaù c’erano anche: «venti cammelle allattanti con i loro piccoli» Gen 32,16 e non è che i cuccioli di cammello potessero essere più veloci di quelli di pecora o mucca.

E d’altra parte, l’offerta di Esaù di aiutarlo con uomini della sua scorta, cioè una parte dei quattrocento, fa pensare piuttosto ad una scorta armata che a dei pastori.

La soluzione della trattativa è quella di procedere entrambi verso Seir ciascuno al suo passo: Esaù davanti e Giacobbe dietro con il suo passo più lento.

Così Esaù si avvia verso Seir a sud, ma Giacobbe, rimasto distanziato, si volge ad ovest attraversando il Giordano e si insedia a Succot che letteralmente significa “capanna”. Si tratta di un’eziologia del nome di quella località.

Qui accade un fatto importante sotto il profilo della sedentarizzazione perché per la prima volta un patriarca costruisce una casa e questo vorrebbe dire che almeno qualcuno del clan non è più nomade.

Ad ogni modo i due fratelli e relativi clan si separano: l’accordo di procedere uno dietro l’altro non è stato rispettato da Giacobbe.

Insediamento a Sichem

«18 Giacobbe arrivò sano e salvo alla città di Sichem, che è nel paese di Canaan, quando tornò da Paddan-Aram e si accampò di fronte alla città. 19 Poi acquistò dai figli di Camor, padre di Sichem, per cento pezzi d’argento, quella porzione di campagna dove aveva piantato la tenda. 20 Ivi eresse un altare e lo chiamò «El, Dio d’Israele».

Questo breve brano che chiude il capitolo 33 è importante perché prepara il fattaccio narrato nel capitolo successivo, ma soprattutto perché viene sottoscritto un accordo che fa entrare in possesso Israele / Giacobbe di una seconda piccola parte di territorio dopo quella acquistata da Abramo per seppellire Sara a Macpela (Gen 23,8s – Lettura 81). Quindi un altro importante passo verso la sedentarizzazione e il possesso della Terra.

Le promesse di Dio continuano nel loro cammino.

Il brano si conclude con la costruzione di un altare al Dio El che ora diventa “Dio di Israele” che allora coincide con il Dio dei Padri e che ancora non può essere chiamato con il suo nome: JHWH perché sarà rivelato solo a Mosè sul Sinai dopo quattro o cinque secoli.

E comprendiamo che i nostri tempi non sono i tempi di Dio.