Lettura 103 Mc 15, 24-32 La crocifissione: le derisioni

Mc 15,24 «E lo crocifiggono e si spartiscono le sue vesti tirandole a sorte (Sal 22,19) quale ciascuno dovesse prendere.

25 Ed era l’ora terza (nove del mattino) quando lo crocifissero. 26 E l’iscrizione con il motivo della condanna diceva: Il re dei Giudei. 27 E con lui crocifiggono due banditi, uno alla sua destra e uno alla sinistra. 28 [E si compì la Scrittura che dice: Fu annoverato tra gli iniqui *] 29 I passanti lo insultavano e, scuotendo il capo (Sal 22,8), dicendo: «Ehi, tu che distruggi il tempio e lo riedifichi in tre giorni, 30 salva te stesso scendendo dalla croce!».

31 Ugualmente anche i sommi sacerdoti con gli scribi, facendosi beffe di lui, dicevano: «Ha salvato altri, non è capace di salvare se stesso! 32 Il Cristo, il re d’Israele! Scenda ora dalla croce, affinché vediamo e crediamo». E anche quelli che erano crocifissi con lui lo insultavano».

La crocifissione avveniva stendendo il condannato a terra con le mani distese sopra il palo trasversale, patibulum, e legandolo o inchiodandolo ad esso. Quindi veniva issato lungo il palo verticale già infisso nel terreno facendolo giungere ad un incavo al quale rimaneva fissato. Quindi si procedeva a legare o inchiodare i piedi. L’abilità del crocifissore nel caso dei chiodi, era di non rompere arterie sanguigni importanti altrimenti il condannato sarebbe morto in breve tempo per dissanguamento. I romani avevano trovato dove fossero questi punti che erano all’altezza del polso per gli arti superiori e nel calcagno per quelli inferiori. Per prolungare il supplizio ponevano sul palo verticale, all’altezza adeguata, uno spuntone che passava tra le gambe sul quale il condannato si sedeva. La morte infatti avveniva per soffocamento quando il peso del corpo, finito sulle mani e con i muscoli stremati, non consentiva più alla muscolatura del torace di dilatare e comprimere i polmoni.

Noi restiamo sorpresi come Marco non dica nulla di tutto questo. Si ritiene per due motivi: una forma di rispetto verso il Maestro ed evitare una descrizione inutile visto che tutti sapevano benissimo come avvenivano le crocifissioni perché erano eseguite in luogo pubblico, in quanto dovevano servire come forma di ammonizione alla gente. Per questo sulla croce veniva posto un cartello illustrante il motivo della condanna.

Marco non dice nemmeno quale tecnica avessero usato, ma sappiamo solo dal Vangelo di Giovanni che Gesù venne inchiodato.

Giocarsi a carte le vesti del condannato vuol dire che questi era stato spogliato. Il condannato era inchiodato completamente nudo sulla croce per evidenziare al massimo grado la sua povertà o nullità. Infatti l’abito non ha solo una funzione protettiva, ma anche denotativa. L’abito dice chi tu sei. Soprattutto nei secoli passati, quando ognuno doveva vestirsi secondo quello che prescriveva la corporazione di appartenenza. Per strada, si poteva distinguere un medico da un fabbro, un falegname da un contadino, un giudice da un insegnante e via dicendo. Questo a maggior ragione succedeva nei tempi antichi. Nei romanzi russi di epoca zarista si legge che giudici e poliziotti interrogavano gli imputati tenendoli completamente nudi.

La nudità è la massima espressione della povertà di una persona.

Così a Gesù, oltre a tutta la sofferenza inflittagli per effetto della crocifissone, dovette subire anche l’umiliazione della completa nudità. Che si aggiunge a tutte le altre derisioni. Derisioni e scherni che sono rette da verbi all’imperfetto il che significa che sono state insistenti e prolungate.

Coloro che scherniscono o insultano Gesù sono raggruppati in tre categorie:

I passanti che usano alcuni aspetti della sua predicazione con la chiara intenzione di mostrarla falsa: “se non scendi dalla croce sei un falso profeta”.

Poi ci sono sommi sacerdoti e scribi che, finalmente, possono avere la loro rivincita dopo tutte le sconfitte verbali subite, prima in Galilea e poi nel tempio di Gerusalemme.

Infine ci sono i due banditi. In realtà, siccome Roma non condannava a morte i ladri, ma li vendeva come schiavi o li condannava ai lavori forzati, gli esperti ritengono che questi fossero due sediziosi, due ribelli come Barabba e in tal caso anche Gesù viene annoverato tra i ribelli. Tanto più che era accusato di essersi dichiarato: “Re dei Giudei“. Si tratta di una “compagnia” particolarmente umiliante per Gesù perché la sua colpa agli occhi del popolo, non sarebbe apparsa come religiosa, ma una insubordinazione all’autorità, una semplice trasgressione alle leggi di Roma.

Questa umiliazione non si manifesta solo al momento della crocifissione, ma era iniziata già quando si era formato il corteo dei tre condannati che portandosi sulle spalle il loro patibulum, dovettero sfilare per Gerusalemme tra due ali di folla ostile e denigrante.

Ecco, anche questi due “ladroni” come li chiama la tradizione, se la prendono con Gesù perché con tutti i miracoli che aveva fatto poteva farne uno in più e tirarli giù dalla croce.

In verità sarebbero altri due i personaggi, Giacomo e Giovanni, che avevano chiesto: 10,37 «Dacci di sedere nella tua gloria, uno alla tua destra e uno alla tua sinistra», ma qui nel momento della manifestazione della gloria del Figlio dell’Uomo, loro sono altrove.

l significato implicito in tutte le derisioni riguarda il tipo di messia che gli ebrei si attendevano: un messia potente che avrebbe sgominato tutti i suoi nemici e avrebbe ribadito la verità di Dio. Se fosse sceso dalla croce, li avrebbe avuti tutti ai suoi piedi.

Ma in effetti Gesù stava attuando pienamente la verità di Dio che propriamente è la verità dell’amore. Un amore che dona tutto se stesso perché l’amato abbia vita in abbondanza.

In ogni religione è conosciuto il martirio di chi vuole affermare la propria fede, anche in quella di Israele, ma nel caso del Messia questa possibilità non è neanche pensabile.

Così Gesù muore in quel modo per affermare la verità di Dio, donando tutto se stesso.

* Questo versetto è presente solo in alcuni codici e non riportato dalla CEI.