Lettura 103 Gen 32,23-33 L’attraversamento dello Iabbok (fiume blu)
Gen 32,23 «Durante quella notte egli si alzò, prese le due mogli, le due schiave, i suoi undici figli e passò il guado dello Iabbok. 24 Li prese, fece loro passare il torrente e fece passare anche tutti i suoi averi. 25 Giacobbe rimase solo e un uomo lottò con lui fino allo spuntare dell’aurora. 26 Vedendo che non riusciva a vincerlo, lo colpì all’articolazione del femore e l’articolazione del femore di Giacobbe si slogò, mentre continuava a lottare con lui.
27 Quegli disse: «Lasciami andare, perché è spuntata l’aurora». Giacobbe rispose: «Non ti lascerò, se non mi avrai benedetto!». 28 Gli domandò: «Come ti chiami?». Rispose: «Giacobbe». 29 Riprese: «Non ti chiamerai più Giacobbe, ma Israele, perché hai combattuto con Dio e con gli uomini e hai vinto!». 30 Giacobbe allora gli chiese: «Dimmi il tuo nome». Gli rispose: «Perché mi chiedi il nome?». E qui lo benedisse.
31 Allora Giacobbe chiamò quel luogo Penu-el «Perché – disse – ho visto Dio faccia a faccia, eppure la mia vita è rimasta salva». 32 Spuntava il sole, quando Giacobbe passò Penuel e zoppicava all’anca.
33 Per questo gli Israeliti, fino ad oggi, non mangiano il nervo sciatico, che è sopra l’articolazione del femore, perché quegli aveva colpito l’articolazione del femore di Giacobbe nel nervo sciatico».
Valutazione dei fiumi nell’antichità
Nell’antichità si riteneva che ogni fiume degno di rispetto avesse un nume tutelare e se lo si attraversava senza ingraziarselo erano guai. In particolare le caratteristiche morfologiche del nostro fiume, lo Iabbok, incassato tra due profondi pareti rocciose, quasi a formare un orrido, sono impressionanti. Esso è un affluente di sinistra del Giordano e scorre del tutto in Giordania. Però verso la fine del suo corso è pianeggiante e, oggi,costeggiato da terreni coltivati.
Per molti secoli ha segnato il confine tra Israele e Aram, ma risulta che già in epoca preisraelitica e precananica segnasse il confine tra i vari regni o provincie di regni che li si sono succedute.
Allora l’attraversamento di un confine, di per sé sacro, eseguito guadando un fiume custodito da una divinità, dice semplicemente che quella traversata è un sacrilegio a tutti gli effetti se non c’è accordo con la sua divinità.
Ecco Giacobbe fa una roba di questo genere, ma dobbiamo apprezzare la tradizione biblica che è stata capace di espungere dal racconto tutte le possibili connotazioni mitologiche. Abbiamo così un testo di perfetta tradizione jahvista. Dobbiamo ancora ricordare che al tempo di questi patriarchi Dio non si era pienamente rivelato: si aveva ancora a che fare con la “rivelazione cosmica”, nella quale, intessendo “una Storia” o “la Storia” con questi uomini Dio si stava manifestando. La piena manifestazione di Dio avverrà nei “fatti” pasquali che hanno riguardato Gesù, il Cristo.
La notte oscura
Betel e Iabbok, sono i portali di uscita e di ingresso dalla terra di Canaan: un incontro con Dio durante la fuga verso Carran, un incontro con Dio prima del ritorno in Canaan, dopo vent’anni di esilio presso lo zio Labano.
La notte è un simbolo contenente due aspetti ambivalenti: luogo di tenebra, paura o addirittura terrore e grembo del nuovo giorno. E dobbiamo fare uno sforzo di fantasia per renderci conto cosa fosse la notte in un tempo e in un luogo dove la luce artificiale poteva essere soltanto quella di una candela e se non c’era neanche la luna…
Ecco, Giacobbe rimane solo perché ha già mandato avanti mogli e bambini sperando che il fratello abbia compassione di loro. E la solitudine che ingigantisce le paure.
Qui si trova a dovere ingaggiare una lotta con un «ʼiš» tradotto con “uomo“, ma forse sarebbe più corretto: “un tale” o “qualcuno“, cioè un entità che resta indefinita.
Solo alla fine egli lo identifica con Dio anche se la tradizione profetica, di redazione più antica, parla semplicemente di “messaggero” ovviamente di Dio (Os 12,5).
Una lotta che dura tutta la notte, perché al sorgere del sole, quello se ne va o se ne deve andare e, a dirla tutta, alla fine non si capisce chi sia il vincitore perché la mossa vincente sarebbe ottenuta con un colpo irregolare: una ferita all’articolazione del femore in ebraico: “la cavità del femore“; probabile un eufemismo per indicare un colpo basso ai genitali.
Quindi, Giacobbe si trova immerso in questa serie di elementi negativi: solo, una notte tenebrosa, un fiume impetuoso perché in pochi chilometri passa dai circa 750m di altitudine della sorgente ai 350 metri sotto il livello del mare dove si butta nel Giordano; si trova a lottare con essere misterioso che gli impedisce l’attraversamento del fiume e una lotta senza esclusione di colpi e, ancora, il passaggio di un confine tra due regni e per di più, restando all’interno del racconto, ingresso nella zona abitata da Esaù probabilmente in cerca di vendetta perché, come avevano riferito i messaggeri, stava venendogli incontro con quattrocento uomini.
La sua non è più semplice paura, ma una condizione di angoscia già anticipata nella preghiera da lui rivolta a Dio vista nella lettura precedente: «Io ho paura di lui [Esaù]… non colpisca me i miei bambini e le loro madri». E tuttavia con briciolo di speranza «…eppure Tu hai promesso…».
Cambiamento del nome
Ancora una volta dobbiamo ricordare che per gli antichi il nome aveva un significato molto importante perché identificava la realtà della persona e soprattutto il suo destino, ma potremmo dire il progetto di Dio su di essa.
Il nome di Giacobbe è derivato da “calcagno o tallone” perché uscì dal grembo materno afferrando il calcagno del fratello gemello come abbiamo visto alla lettura 87:
Gen 25,26 «Subito dopo, uscì il fratello che con la mano afferrava un calcagno / ʽaqav di Esaù; fu chiamato Giacobbe /y ʽaqav».
Se è così il nuovo nome è presagio di una nuova vita, in parte dedotta dal passato e profezia di quella futura: non più “Calcagno “, ma “Israele” «perché hai combattuto con Dio e con gli uomini e hai vinto», una spiegazione che non coincide con il significato del termine il cui senso è piuttosto:”Dio regna“.
Ora, il cambio del nome implica anche la sottomissione a chi lo ha imposto. Era il gesto che compiva il Gran Re quando nominava qualcuno suo vassallo. Conoscere il nome di qualcuno è come disporre di lui; così ritenevano gli antichi. Non che noi si sia tanto lontano da questo perché se qualcuno possiede i tuoi dati… e per difenderci abbiamo inventato la privacy, in italiano: riservatezza. Nel nostro caso qual Personaggio se ne guarda bene di rivelare il suo nome, ma cambiando quello di Giacobbe afferma la sua superiorità.
Così il nuovo nome di Giacobbe implica la sottomissione a questo “Personaggio” ma altresì la sua protezione e infatti viene da Lui benedetto: presagio di un buon esito dell’incontro con Esaù. “Presagio” che è anche invito ad avere fede nelle promesse di Dio.
Due eziologie
La prima spiega il significato del toponimo: Penuel, in ebraico: “Penì-El, cioè “Volto di El”, Volto di Dio e se proprio vogliamo “Faccia di El; l’ebraico ha una sola parola per faccia e volto. Questo nome perché Giacobbe ritiene di avere visto Dio “faccia a faccia”. E se a visto Dio in questo modo ora può fiduciosamente guardare anche il fratello “faccia a faccia”.
La seconda eziologia spiega un divieto alimentare, che però non è confluito nella Legge. Essa spiegherebbe che il “sacrilegio” commesso nell’attraversare il fiume o un fiume sacro, senza un chiaro accordo con il suo nume tutelare, abbia come conseguenza la proibizione di mangiare il “nervo sciatico”
Le lotte con Dio e le notti oscure
È la prima volta che nella Bibbia si trova una “notte oscura“. Una lotta che dura tutta una “notte” e solo alla fine se ne esce rasserenati. E non si sa se vinti o vincitori.
Non passiamo in rassegna tutte le notti di questo tipo che hanno attraversato patriarchi, profeti e santi, di tutti i tempi, ma veniamo a quella più dura e decisiva. Quella che ha cambiato il corso della storia: esattamente la notte del Getzemani, quella del Giovedì santo.