Lettura 102 Mc 15,20-24 Verso la crocifissione: Simone di Cirene

Mc 15,20«Dopo averlo schernito, lo spogliarono della porpora e gli rimisero le sue vesti, poi lo conducono fuori per crocifiggerlo.

21 E costringono un passante, un certo Simone di Cirene che tornava dalla campagna, il padre di Alessandro e Rufo, a portare la croce. 22 E lo conducono / ferousin alla località Gòlgota, che tradotto significa: Luogo del Cranio, 23 e gli volevano dare vino mescolato con mirra, ma egli non ne prese.

24 E lo crocifiggono e si spartiscono le sue vesti tirandole a sorte (Sal 22,19) quale ciascuno dovesse prendere».

Appena usciti dal pretorio le guardie applicano il diritto di angaria costringendo uno che stava passando a portare la croce. Segno evidente che le botte che erano state inflitte durante la notte dai servi del sinedrio, quelle ricevute dai soldati romani in prima mattina e soprattutto la flagellazione avevano ridotto Gesù in una condizione tale da non riuscire più neanche a portare la croce. Dobbiamo chiarire che il condannato non portava tutta la croce, ma solo il palo traverso, il patibulum, mentre il palo verticale era permanentemente infisso nel terreno nel luogo fuori dalla mura destinato a quei supplizi.

Le condizioni fisiche di Gesù sono anche suggerite nel versetto 22 in cui si dice che Gesù “viene condotto” ma l’originale greco “ferousin” significa “portato”. Certo il verbo “portare” può anche significare “condurre”, ma il dubbio in un lettore attento rimane. Il rischio per i soldati era di arrivare al luogo della crocifissione con un cadavere, per questo prendono il primo che passa e gli mettono sulle spalle la croce.

Il passante caricato della croce di Gesù è “Simone, il padre di Alessandro e Rufo” e questo è un particolare il quale suggerisce che fosse una persona conosciuta dalla prima comunità di cristiana di Gerusalemme, così come sembra siano ben conosciuti anche i figli dei quali, il primo porta un nome greco, il secondo un nome romano e il padre è di Cirene quindi uno straniero. Si sa che nella Città Santa esisteva una numerosa comunità della Cirenaica costituita da giudeo- ellenisti o proseliti.

Ora Simone è anche il nome originario di Pietro, ma il Simone Apostolo non è lì ad aiutare il Maestro, perché dopo averlo rinnegato è andato a nascondersi. C’è invece capitato questo “straniero” aperto sia al mondo ellenistico che a quello romano se stiamo al nome dato ai suoi figli.

Simone di Cirene torna dai campi e questo crea qualche problema perché non si torna dal lavoro dei campi prima delle nove del mattino e per giunta, siamo in un giorno di festa o di vigilia della festa di Pasqua e in entrambi i casi, in rispetto al terzo Comandamento, non si può lavorare né percorre distanze superiori a un paio di chilometri. Questo non toglie che Simone sia semplicemente andato nel suo orto. Ad ogni modo resta il fatto che semplicemente passando di lì ha collaborato fattivamente e più di altri con il Messia. E lui neanche lo sapeva.

Il percorso fatto da Gesù e Simone non era una passeggiata perché dovevano passare tra due ali di folla che li insultava, all’interno di un corteo che comprendeva i tre condannati e i soldati che non lesinavano bastonate e frustate.

Il Golgota (aramaico) o Calvario (latino) o Luogo del Cranio in realtà non è una montagna sulla cima della quale si vedono le tre croci come solitamente vediamo nelle raffigurazioni, ma era una cava forse solo un po’ più rialzata rispetto all’intorno. In realtà non possiamo darne una descrizione attendibile perché dopo la distruzione di Gerusalemme del 70 d. C. e l’ulteriore distruzione avvenuta nel 130 d. C. e l’edificazione della nuova città con un nome che non aveva alcun legame con il passato, cioè “Aelia Capitolina”, ad opera dell’Imperatore Adriano, quella zona è stata completamente spianata. Inoltre duecento anni dopo, l’Imperatore Costantino ha fato costruire la basilica del Santo Sepolcro che ingloba sia il luogo della crocifissione che quello della sepoltura. In definitiva l’ambiente esistente al tempo di Gesù è stato radicalmente trasformato e la sua immagine perduta.

Prima di crocifiggerlo gli danno da bere vino con mirra, una bevanda che stordisce e attenua il dolore. L’uso dell’imperfetto ci dice che l’azione è stata insistente. Non è detto chi fosse l’autore di questo gesto, soldato o qualcuno mosso a pietà, è certo che Gesù lo rifiuta e lo possiamo attribuire a due motivi: restare perfettamente lucido di mente e mantenere ciò che aveva affermato durante l’Ultima Cena:

25 «Amen, vi dico che io non berrò più del frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo nel regno di Dio».

Ma questo segnala un altro elemento da non sottovalutare. In una situazione in cui la sua persona è legata e messa alla mercé dei soldati, Egli conserva uno spazio, seppur limitato, alla sua volontà: la libertà di dire di no.

Sembra paradossale, ma Gesù viene crocifisso da uomo libero.