La salvezza cristiana tra Grazia, libertà e trasformazione dell’uomo
Una domanda decisiva sulla salvezza
Ma Dio come ci salva?
Mi pare che la parola salvezza, oggi, rischi sempre di più di diventare una parola confusa e sfuggente. Una parola che molti cristiani continuano a usare ma che, lentamente, continua a perdere di sostanza e di peso. Come se al credente bastasse affermare: “Gesù salva”, per entrare nella sua di fatto nella salvezza da lui operata.
È senz’altro vero che Gesù salva. Ma in che modo lo compie? Cosa cambia davvero nell’uomo dopo il suo intervento? Quanto entra nel gioco della salvezza la libertà umana? In una parola: la Grazia di Dio trasforma realmente l’uomo oppure si limita a coprirne il peccato?
Il testo di AAVV, Le teologie della salvezza nel cristianesimo di Oriente e di Occidente, pubblicato dal Centro di Studi Religiosi Comparati Edoardo Agnelli, ha il pregio di rimettere al centro proprio queste domande. E lo fa mostrando come, dentro il cristianesimo stesso, si siano sviluppati modi differenti di pensare e di proporre la salvezza. Talvolta così differenti tra di loro da giungersi a negarsi reciprocamente.
Di fatto, tutte le grandi confessioni cristiane riconoscono Gesù come il Salvatore, vero Dio e vero uomo. Alla sua origine, tale riconoscimento è comune a tutte le confessioni cristiane. Tuttavia, quando viene precisato, finisce produrre mutazioni profonde nel modo di vivere la fede, la Chiesa, la preghiera, persino nel modo di considerare l’uomo.
L’Oriente cristiano e la divinizzazione dell’uomo
Partiamo dal prendere in considerazione l’Oriente cristiano.
Qui la parola decisiva è divinizzazione. La redenzione non è intesa anzitutto come cancellazione di una colpa. ma come partecipazione reale alla vita di Dio. Dio si è fatto uomo perché l’uomo entri nella vita divina. Viene proposta una prospettiva enorme. Quasi vertiginosa. Sant’Atanasio lo dice con una formula diventata celebre: “Dio si è fatto uomo perché l’uomo diventasse Dio”.
Come si vede, l’Oriente non parte tanto dal peccato quanto dalla vocazione originaria dell’uomo. L’uomo è creato per vivere nella comunione con Dio. Il peccato spezza questa comunione. Non distrugge però del tutto la grandezza e la bellezza originaria della creatura. Osservata da questa prospettiva la salvezza non viene fatta consistere principalmente in una assoluzione giuridica. Consiste in una guarigione. In una trasfigurazione progressiva dell’uomo. In un lento ingresso nella vita stessa di Dio.
In Oriente cambia molto anche il modo di guardare al Cristo. Qui, l’incarnazione ha quasi il primato assoluto. Dio entra nell’umanità per unirla a sé. La croce e la risurrezione non vengono separate da questo movimento complessivo di divinizzazione. Cristo assume la natura umana perché la natura umana venga riempita della vita divina.
Per questo i Padri orientali parlano spesso della salvezza come di una medicina. Cristo è il medico che entra nella carne ferita dell’uomo e la risana dall’interno. Si può dire che l’immagine dominante non è quella del tribunale ma piuttosto quella dell’ospedale. Così, più che parlare di colpa e di pena, si preferisce parlare di malattia e di guarigione. San Basilio scrive: “Come il ferro immerso nel fuoco diventa fuoco senza cessare di essere ferro, così l’uomo unito a Dio partecipa della vita divina”.
La libertà dell’uomo non sparisce affatto. Anzi. La tradizione orientale insiste molto sulla sinergia, parola importante. Vuol dire sulla cooperazione. Dio agisce per primo, sempre. Ma l’uomo è chiamato a collaborare liberamente con la Grazia. Non già perché possa salvarsi da solo. Ma perché Dio non salva l’uomo senza coinvolgere di fatto la sua libertà. Massimo il Confessore insiste quanto mai su questo punto: “La Grazia divina e la libertà umana non si oppongono, ma operano insieme per la salvezza dell’uomo”.
Ci colpisce il fatto che, dentro questa prospettiva, il cristiano non venga pensato anzitutto come un colpevole assolto ma come un uomo chiamato a diventare realmente un santo. In tal modo la santità personale non è un’aggiunta morale. Al contrario, coincide col destino stesso dell’uomo. L’uomo è infatti chiamato a diventare per grazia ciò che Dio è per natura.
L’Occidente latino e il problema del peccato
Da parte sua, l’Occidente latino prende progressivamente un’altra strada. Anche qui tutto parte da Cristo, naturalmente. Però il centro della riflessione si sposta sempre di più sul problema del peccato e della giustizia. Perché l’uomo pecca? Come può essere riconciliato con Dio? In che modo la morte di Cristo salva?
Qui pesa moltissimo l’influsso di sant’Agostino. La sua lotta contro il pelagianesimo lo porta a sottolineare con forza la radicalità del peccato originale e la necessità assoluta della Grazia. L’uomo, ferito dal peccato, non riesce a salvarsi da sé. Non basta la volontà. Non basta l’impegno morale. Serve l’intervento di Dio. “Senza di me non potete far nulla” (Gv 15,5) diventa quasi il centro della sua antropologia spirituale.
Va comunque precisato che Agostino non distrugge la libertà dell’uomo. La libertà continua a sussistere. È però ferita. Malata. Inclinata al male. La Grazia non sostituisce la libertà: la libera. Agostino arriva a scrivere: “Colui che ti ha creato senza di te non ti salverà senza di te”. È una frase decisiva, perché impedisce sia il moralismo sia il fatalismo religioso.
Con il Medioevo latino, soprattutto attraverso Anselmo e poi Tommaso d’Aquino, il discorso sulla salvezza si plasma all’interno di una forma più giuridica e razionale. Anselmo, in particolare, interpreta la salvezza come soddisfazione. L’uomo, peccando, ha offeso Dio. Cristo offre sé stesso al Padre e ristabilisce l’ordine infranto dal peccato. “Nessuno può offrire soddisfazione per il peccato dell’uomo se non Dio stesso”.
Qui l’immagine dominante non è più il medico, ma il giudice. Oppure il debitore. Il peccato crea un debito che l’uomo non può pagare. Cristo lo paga per lui.
Naturalmente sarebbe ingiusto ridurre tutta la tradizione cattolica a una sorta di schema giuridico. In Tommaso, ad esempio, la Grazia resta una forza reale che trasforma l’uomo interiormente. Non diventa mai una semplice dichiarazione esterna alla persona. La Grazia produce infatti una creatura nuova. La carità viene realmente infusa nell’anima. L’uomo cambia davvero. Tommaso scrive: “La Grazia non distrugge la natura ma la perfeziona”.
La Riforma protestante e la giustificazione per fede
Ed è qui che la Riforma protestante prenderà una strada diversa da quella scelta dal cattolicesimo.
Lutero vive il problema della salvezza in modo drammatico, al limite del tormento interiore. Davanti alla santità di Dio, l’uomo gli appare irrimediabilmente peccatore. Nessuna opera può salvarlo. Nessun merito umano può reggere davanti a Dio. La salvezza allora è pura iniziativa divina. L’uomo viene giustificato per fede. “Il giusto vivrà mediante la fede” (Rm 1,17) diventa il versetto che incendia tutta la riflessione luterana.
Qui nasce il famoso Sola Gratia. Sola Fide. Dio salva gratuitamente. La fede sta nell’accogliere con fiducia questa salvezza.
Inoltre, Lutero radicalizza il problema del peccato. L’uomo non viene realmente trasformato interiormente nel senso cattolico o orientale. Resta peccatore. Sempre. Simul iustus et peccator: giusto e peccatore insieme. Dio considera giusto l’uomo per i meriti di Cristo, ma la sua natura resta profondamente corrotta. Lutero scrive: “Noi siamo mendicanti. Questa è la verità”.
Come si può facilmente notare, ci troviamo ora di fronte a differenze sostanziali.
Nel cattolicesimo la Grazia rinnova in concreto l’uomo. Nell’Oriente cristiano addirittura lo divinizza. Nel protestantesimo classico, invece, la giustificazione è soprattutto una dichiarazione di Dio. Una imputazione esterna della giustizia di Cristo.
Grazia, opere e libertà nella controversia confessionale
Questa visione teologica finisce per cambiare profondamente anche il rapporto tra fede e opere. Per Lutero le opere non salvano. Sono frutto della fede, non causa della salvezza. Se entrano come condizione della salvezza, rischiano di togliere gloria alla Grazia di Dio. Calvino radicalizzerà ancora di più questa impostazione insistendo sulla sovranità assoluta di Dio e sulla predestinazione. “Noi chiamiamo predestinazione il decreto eterno di Dio mediante il quale egli ha determinato ciò che voleva fare di ciascun uomo”.
Il cattolicesimo reagisce con forza a questo pensiero teologico attraverso il Concilio di Trento. E reagisce proprio su questo punto. La Grazia salva gratuitamente, certo. Però trasforma davvero l’uomo. La libertà umana, pur ferita, coopera alla salvezza. Le opere non sostituiscono la Grazia ma nascono da essa. E hanno valore perché la Grazia opera nell’uomo. Il Concilio afferma: “Se qualcuno dirà che il libero arbitrio dell’uomo, mosso e stimolato da Dio, non coopera in alcun modo, assentendo a Dio che lo stimola e lo chiama, sia anatema”.
Le diverse antropologie cristiane
Qui emerge una differenza enorme sul piano antropologico.
Nel protestantesimo classico c’è una visione molto pessimistica della natura umana dopo il peccato. Nell’Oriente cristiano, invece, la natura resta ferita ma non totalmente corrotta. Nel cattolicesimo la posizione resta intermedia: l’uomo è realmente ferito dal peccato originale, inclinato al male, ma non distrutto nella sua capacità di rispondere a Dio.
Anche la predestinazione assume forme molto diverse. Alcuni sviluppi della Riforma, soprattutto calvinisti, accentuano fortemente la sovranità assoluta di Dio fino alla doppia predestinazione: alcuni destinati alla salvezza, altri alla dannazione. In tal modo, la libertà umana finisce quasi schiacciata.
La tradizione cattolica non ha mai accettato questa impostazione. Dio vuole la salvezza di tutti: “Dio vuole che tutti gli uomini siano salvati” (1Tm 2,4). La Grazia precede sempre l’uomo, ma la libertà può accoglierla oppure rifiutarla.
Ci pare che qui stia emergendo qualcosa di molto importante. Ognuna delle tre tradizioni cristiane ha cercato di affermare una verità essenziale. L’Oriente ha custodito la grandezza della vocazione dell’uomo. Il protestantesimo ha custodito la radicalità della Grazia. Il cattolicesimo ha cercato di tenere insieme Grazia e libertà, dono di Dio e risposta dell’uomo.
La salvezza come trasformazione reale dell’uomo
Naturalmente, nella storia concreta, tutto questo ha reso rigide le singole posizioni teologiche. Le polemiche hanno per esasperare in modo grave le differenze. Le contrapposizioni confessionali hanno spesso deformato le rispettive posizioni. Però le domande che abbiamo posto all’inizio di questo nostro articolo continuano a restare vive.
Perché, alla fine, il problema è sempre quello. In concreto, cosa accade quando Dio salva un uomo? Lo dichiara giusto oppure lo rende giusto? Lo perdona soltanto oppure lo trasforma? La libertà è solo spettatrice oppure entra realmente dentro il dramma della salvezza?
E forse qui bisogna stare attenti a non semplificare troppo il discorso.
Quando si elimina la Grazia, il cristianesimo diventa moralismo. Se si elimina la libertà, rischia di diventare fatalismo religioso. E se si elimina la trasformazione interiore, la salvezza diventa quasi una finzione giuridica. Se si elimina il peccato, la salvezza perde persino significato.
Noi siamo convinti che la grandezza del cristianesimo stia proprio nel tenere aperta questa grande tensione spirituale. Dio salva realmente l’uomo. E lo compie in modo del tutto gratuito. Però non salva l’uomo senza l’uomo. Lo chiama dentro una relazione viva. Lo attira. Lo trasforma. Lo perdona. Lo rialza. E, lentamente, lo rende capace di vivere della vita stessa di Dio.
Forse è questo il punto più difficile da accettare oggi. Noi vogliamo spesso una spiritualità senza conversione reale. Oppure una religione senza Grazia. O ancora una salvezza senza verità sul peccato. Ma il cristianesimo continua ostinatamente a dire che l’uomo non si salva da solo e, insieme, che Dio non tratta l’uomo come una pietra inerte.
Vuole figli, vivi e sinceri. Non sa che farsene di marionette religiose. E questo rende la salvezza qualcosa di infinitamente più serio, più drammatico e anche più bello.