La Pace come segno di contraddizione

La pace che divide

La pace è diventata una parola strana. Tutti la pronunciano, quasi nessuno riesce più ad abitarla davvero. E forse proprio questo la rende oggi un argomento divisivo. Lo si vede nella politica, nei dibattiti pubblici, nelle relazioni internazionali. Ma, a dire il vero, lo si vede anche nella Chiesa. Anzi, qualche volta nella Chiesa ancora di più. Perché lì la pace non appare semplicemente come una scelta politica tra le altre. Diventa qualcosa di più scomodo. Una misura interiore. Una verifica della fede. Quasi un punto nel quale il cristiano è costretto a chiedersi se il Vangelo lo stia ancora guidando oppure no.

Si ha questa impressione leggendo quanto Guido Formigoni scrive in un suo recente articolo (La pace, segno di contraddizione: oltre l’affaire Trump-Leone XIV). Effettivamente. il tema della pace attraversa la storia della Chiesa simile a una ferita mai davvero rimarginata. Appare una questione mai risolta, nemmeno tra i credenti. E forse non potrebbe essere diversamente. Infatti, non appena la pace smette di essere un’idea astratta e comincia a entrare nella storia concreta, allora tutto si complica. Entrano in gioco paure, interessi, alleanze, equilibri di potere, convenienze nazionali, ideologie. E perfino i cristiani finiscono per guardare il mondo più con gli occhi della propria appartenenza politica che con quelli del Vangelo.

Ci viene alla mente Benedetto XV mentre definisce la Prima guerra mondiale una “inutile strage”. Una espressione che oggi appare quasi ovvia, ma che allora risultò fortemente scandalosa. Molti cattolici si erano infatti già sistemati comodamente dentro la logica della guerra patriottica. Avevano benedetto bandiere, governi, eserciti. La pace disturbava. Disturbava perché spezzava la narrazione eroica della guerra. Disturbava perché ricordava che il cristiano non può identificarsi completamente con nessuna potenza terrena.

La città terrena e la città di Dio

Mi pare che qui si tocchi qualcosa di molto profondo e anche di molto antico. Già i primi cristiani vivono questa tensione. Loro si ritrovano collocati all’interno dell’Impero, senza però appartenere totalmente all’Impero. Pregano per l’autorità politica, ma non la assolutizzano. Accettano perciò di morire pur di non trasformare Cesare in un assoluto religioso. Questo ci consente di comprendere come e quanto la pace cristiana non coincide mai perfettamente con l’ordine del mondo. La differenza è inserita nei cristiani dal fatto che loro hanno una visione escatologica della storia. Guardano oltre il presente e l’immediato. La loro coscienza li porta a superare il presente e il terreno, poco importa si parli di economia, di politica o di altro. Sant’Agostino lo aveva intuito con impressionante lucidità quando distingueva la città terrena dalla città di Dio. Le due città si intrecciano nella storia, convivono, si attraversano, ma non coincidono mai del tutto. E il cristiano resta continuamente esposto a questo scontro interiore.

Forse è anche per questo che Gesù nel Vangelo pronuncia parole apparentemente contraddittorie. Da una parte dice: “Vi lascio la pace, vi do la mia pace” (Gv 14,27). Dall’altra afferma: “Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra; sono venuto a portare non pace, ma spada” (Mt 10,34). A prima vista sembrano parole inconciliabili. In realtà descrivono la stessa cosa. La pace di Cristo non è tranquillità superficiale. Non è anestesia morale. Non è equilibrio diplomatico ottenuto semplicemente mettendo a tacere il conflitto. È una pace che passa attraverso una lotta spirituale. Una pace che obbliga il cuore umano a scegliere.

Forse noi abbiamo reso troppo innocua la parola pace. L’abbiamo trasformata in un ideale sentimentale, quasi in una forma raffinata di benessere psicologico. Ma la pace biblica, lo shalom, è qualcosa di immensamente più grande. È pienezza di vita riconciliata con Dio. E proprio perché coinvolge il rapporto con Dio, finisce inevitabilmente per mettere in crisi tutto ciò che nell’uomo si oppone a Dio. Non c’è nulla di accomodante in questo.

La Croce e il rifiuto del cinismo

Mi torna alla mente una osservazione di Reinhold Niebuhr. Lui sostiene che occorrerebbe “rifiutare in toto sia l’ottimismo sconsiderato che il cinismo spregiudicato”. Mi sembra una intuizione molto seria, soprattutto suk piano spirituale. Il cristiano rischia infatti continuamente di subire due deformazioni. O pensa ingenuamente che basti invocare la pace perché il male sparisca; oppure finisce per convincersi che il male sia talmente radicato nella storia da rendere inevitabile la logica permanente della forza.

La Croce di Cristo distrugge entrambe queste illusioni. La Croce non è ottimista. Guarda il male fino in fondo. Lo affronta senza mai minimizzarlo. Ma contemporaneamente impedisce al cristiano di diventare cinico. Perché proprio lì, nel punto massimo della violenza umana, Dio continua ostinatamente ad amare. Sant’Isacco il Siro scriveva che il cuore misericordioso è un cuore che brucia perfino per i demoni, per gli uomini, per gli animali, per ogni creatura. Una frase quasi scandalosa. Eppure, profondamente cristiana. Perché il Vangelo non insegna soltanto a distinguere il bene dal male. Insegna anche a non smettere mai di desiderare la salvezza dell’altro.

Qui il discorso diventa davvero difficile. Perché finché si parla genericamente di pace tutti sembrano d’accordo. Ma quando la pace evangelica chiede di limitare l’odio, di frenare la vendetta, di custodire l’umanità perfino dentro il conflitto, allora emergono resistenze enormi. Anche dentro il popolo cristiano.

La fede trasformata in appartenenza

Qui un punto va ulteriormente chiarito. Purtroppo, la pace sta assumendo nella Chiesa un carattere sempre più divisivo. È davvero difficile negarlo. Oggi il cristiano rischia di vivere immerso in polarizzazioni continue. Le appartenenze ideologiche finiscono per diventare più forti della comunione ecclesiale. E allora la fede viene lentamente trasformata in una bandiera identitaria. Si selezionano nel Vangelo soltanto le parole che rafforzano il proprio schieramento. Le altre vengono silenziate. Ma in quel momento Cristo non è più seguito. È utilizzato.

Eppure, il Nuovo Testamento non lascia spazio a equivoci troppo comodi. San Paolo scrive: “Non lasciarti vincere dal male, ma vinci il male con il bene” (Rm 12,21). È una frase dal contenuto praticamente sconfinato che, se la si prende sul serio, può anche spaventare. Il suo significato è comunque molto chiaro. Il cristiano non può semplicemente riprodurre la logica aggressiva del mondo aspettandosi poi risultati diversi. Deve esistere un altro modo di stare nella vita. Non ingenuo. Non passivo. Ma diverso.

Qui emerge il problema della mediazione politica. Il cristiano vive nella città terrena. Deve prendere decisioni concrete. Deve difendere i deboli, proteggere la libertà, affrontare il male reale che sconvolge il mondo. Nessuno può fingere che tutto si risolva con formule spirituali astratte. E tuttavia resta una domanda che continua a incombere: fino a che punto ci si può adattare alla logica della forza senza tradire il cuore del Vangelo?

La pace come ferita spirituale

Forse la vera questione non è semplicemente stabilire quali guerre siano giustificabili e quali non lo siano. La questione è più radicale ed è un’altra. Il cristiano desidera ancora veramente la pace come bene assoluto? Oppure la considera ormai soltanto una delle tante variabili della strategia politica? Le due cose non coincidono affatto.

San Basilio, parlando dei soldati che tornavano dalla guerra, chiedeva comunque un tempo di penitenza prima della piena riammissione ai sacramenti. Non perché ignorasse la complessità della storia, ma perché il sangue versato rimaneva qualcosa di tragico anche quando appariva inevitabile. Questo senso tragico oggi sembra quasi scomparso. Si discute di guerra con impressionante leggerezza. A volte perfino con entusiasmo. Come se la violenza fosse una soluzione ordinaria e non una ferita.

Forse la pace cristiana nasce precisamente da qui: dal rifiuto di considerare normale ciò che normale non è. Dalla memoria continua che ogni uomo, anche il nemico, porta impressa una immagine di Dio che nessuna propaganda può cancellare del tutto.

E allora si comprende meglio perché la pace sia davvero un segno di contraddizione. Perché obbliga il credente a vivere dentro una tensione continua. Senza ingenuità ma anche senza odio. Senza idolatrare la politica ma senza fuggire dalla storia. Senza assolutizzare le proprie appartenenze terrene. Restando sempre un poco straniero dentro ogni schieramento.

Mi pare che oggi questa estraneità evangelica stia diventando rarissima. Tutti sembrano chiedere al cristiano una adesione totale, immediata, militante. Ma il Vangelo continua a sottrarsi a queste semplificazioni. Continua a chiedere qualcosa di più difficile. Chiede conversione.

La pace interiore e la misericordia

E forse proprio qui nasce il vero problema spirituale della pace. La pace evangelica non è semplicemente un programma politico. È anzitutto una trasformazione dell’uomo. Per questo san Serafino di Sarov poteva dire: “Acquista la pace interiore e migliaia attorno a te troveranno la salvezza”. Non è spiritualismo evasivo. È il contrario. Vuol dire che la violenza del mondo può entrare anche nel cuore umano. E che nessuna pace esterna reggerà davvero se l’uomo continuerà interiormente a vivere di orgoglio, rancore, dominio, disprezzo.

Qualche volta si invoca la pace mondiale e poi si vive quotidianamente di aggressività, sarcasmo, umiliazione reciproca. Anche dentro la Chiesa. Anche tra credenti molto praticanti. Questo dovrebbe inquietarci molto di più di quanto oggi non ci inquieta.

Forse il cristianesimo continua ostinatamente a dire che la pace non nascerà semplicemente da nuovi equilibri geopolitici. Nascerà, almeno in parte, da uomini trasformati dalla misericordia di Dio che ama tutti quanti sono miseri. Uomini che abbiano davvero incontrato Cristo. Uomini nei quali il Vangelo sia diventato più forte dell’istinto di appartenenza, della paura e perfino della sete di vittoria.

È una strada molto più difficile di quanto sembri. E forse proprio per questo continua a apparire scandalosa.