La morte e il senso della vita nella cultura contemporanea

Una grande domanda

La morte è una delle grandi domande che accompagnano da sempre l’esistenza umana. Ogni civiltà, religione e filosofia ha cercato di comprenderne il significato. Oggi, però, viviamo un paradosso: la morte è continuamente presente nelle immagini delle guerre, della violenza e delle tragedie quotidiane, ma nello stesso tempo viene rimossa dalla coscienza personale.

L’uomo contemporaneo osserva la morte degli altri, ma evita di pensare alla propria. Eppure proprio la coscienza della morte distingue profondamente l’essere umano. Edgar Morin osserva che uno dei primi segni dell’umanità non è soltanto l’uso degli utensili, ma la sepoltura dei morti: l’uomo si prende cura dei defunti perché avverte che la morte non può essere ridotta a un semplice fatto biologico. Soprattutto avverte che la vita non è riducibile a semplici eventi anonimi, che appaiono per poi scomparire e non lasciare nulla di sé.

La domanda sulla morte coincide dunque con la domanda sul senso da assegnare alla vita.

Il rifiuto della morte

Va subito precisato che la cultura contemporanea tende a nascondere la morte, fino a farla praticamente scomparire dalla visuale umana. La tecnica e la medicina alimentano spesso l’illusione che ogni limite possa essere superato. Ovviamente, tutto ciò aggancia la morte alla fattispecie dello scandalo, del fallimento. Insomma, in una esperienza che è solo da rimuovere.

Tuttavia, a nessuno è data la possibilità di azzerare l’emergere della morte. Essa ritorna con forza brutale, per esempio, nell’esperienza della perdita delle persone amate. Qui, tutti osservano in modo quanto mai concreto che nessuna spiegazione razionale riesce a eliminare il dolore del distacco.

Lev Tolstoj, ne La morte di Ivan Il’ic, descrive il dramma di un uomo che comprende improvvisamente che la morte non riguarda solo “gli uomini” in generale. Riguarda prima di tutto lui stesso. Incide implacabile la sua storia unica e irripetibile. Questa sorta di illuminazione della coscienza fa emergere nell’uomo un conflitto fondamentale. Riguarda il desiderio di infinito che, in questo caso, sembra scontrarsi drammaticamente con la finitezza.

Anche Miguel de Unamuno insiste su questa tensione. Mentre la ragione mostra la precarietà dell’esistenza, il cuore umano continua a desiderare eternità. Detto in altri termini, l’uomo non accetta affatto di sopravvivere nel ricordo. Lui, pretende che la propria persona non venga annientata diventando un nulla del tutto insignificante.

La prospettiva cristiana

È importante chiarire che nel cristianesimo la speranza non si limita ad affermare una semplice sopravvivenza dell’anima, capace di sopravvivere alla fine del corpo. Il cristianesimo è ben lungi dal considerare il corpo alla sorta di un semplice involucro provvisorio. Senza possibilità alcuna di dubbio, la fede cristiana colloca la risurrezione della persona intera tra i suoi fattori centrali.

Procediamo comunque con ordine.

Il cristianesimo attribuisce un valore unico al corpo umano. Va anzitutto rimarcato che Dio stesso realizza la sua misericordia proprio attraverso il mistero della Incarnazione. Salva, infatti, ogni uomo attraverso Gesù, il Figlio di Dio divenuto uomo, che si sacrifica per tutti morendo inchiodato alla croce. Una volta risorto e avere lasciato vuota la tomba, Gesù appare vivo. Il suo corpo ora ha caratteristiche del tutto inusuali. Tuttavia, lui si preoccupa di fare verificare ai discepoli la effettiva concretezza del suo corpo. Si fa toccare da loro. Mangia con loro.

Del resto, in tutto l’Antico Testamento Dio continua a farsi presente nel suo popolo per proteggere la vita di questo popolo. Si prende cura delle coscienze. Ma non trascura affatto i corpi. Assicura liberazione dalle angherie dei loro nemici, quando questi si trasformano in oppressori o addirittura in persecutori sanguinari.

Come si vede, il corpo non è affatto realtà estranea alla salvezza, di cui essa non si debba prendere cura. Ciò, perché è parte integrante dei costitutivi fondamentali della persona.

In ogni caso, al centro della speranza cristiana sta la risurrezione di Gesù dalla morte in croce. Questo, per i cristiani, è un evento storico. E, proprio perché è tale, è destinato a cambiare il volto stesso della storia umana. Prima di questo evento, la storia umana è fatta di luce e di tenebre. Purtroppo, la morte fa sì che le tenebre finiscano per avere la meglio sulla luce. Ma, con l’evento storico della risurrezione di Gesù, è la morte a morire. Per sempre. Ora, questo evento non lascia nulla più come prima. Tutto si è fatto nuovo.

Qui è importante precisare che, se prima della risurrezione di Gesù i figli di Abramo avevano speranza nella misericordia divina ma continuavano a rimanere impotenti rispetto alla morte, dopo la risurrezione di Gesù è proprio questa impotenza a dissolversi. E ciò avviene non tanto perché l’uomo rifiuta la morte, quanto piuttosto perché Dio fa diventare la sua vita, a partire dal suo corpo, quello che prima non è mai stata e neppure poteva diventarlo.

Tuttavia, va anche precisato che la fede cristiana non elimina il carattere drammatico della morte. Gesù ha conosciuto l’angoscia del Getsemani e il dolore della croce. Questo rilievo consente allora di affermare che la paura della morte non è per nulla riducibile a segno di debolezza. Costituisce, infatti, parte profonda dell’esperienza umana, quindi anche di ogni credente.

Questo porta a concepire la speranza cristiana come una affascinante convinzione. Eccola. Dio ha inteso condurre con sé l’uomo dentro la morte per poi portarlo, sempre con sé, oltre la morte.

Basilare resta comunque un punto. Nel libro della Sapienza si legge: “Dio non ha creato la morte.” (Sap 1,13). Poco più oltre, si aggiunge: “è per l’invidia del diavolo che la morte è entrata nel mondo” (Sap 2,24). Quindi è scritto che non è stato Dio a condannare l’uomo alla morte. Lo è stato satana. Dio, pertanto, chiaramente rifiuta in modo totale la morte. Proprio per questo la combatte e la elimina. Del resto, al riguardo deve fare pensare che Dio non condanna alla morte neppure satana. Lui, semplicemente lo isola nell’inferno e lo rinserra in esso una volta per tutte, così che scompaia e non crei più danni. Discorso analogo va fatto sui malvagi impenitenti. E va assolutamente fatto. In ogni caso, c’è infatti una conclusione da non mettere mai in discussione. Dio è misericordioso. Perdona i peccatori. Tutti, senza che ci sia una qualche forma esclusione. Non è però indifferente al male. Non lo tollera. Non finge mai di non vedere o di non considerare la sua oggettiva gravità. Lui considera addirittura una inaccettabile provocazione questo pensiero. Come tale lo condanna in modo davvero implacabile in tutta la Bibbia.

Certo, la combattività di Dio riformula pertanto in modo quanto mai radicale la stessa speranza. Se prima della morte e della risurrezione di Gesù la luce doveva convivere con le tenebre ora, dopo questa fantastico evento, le tenebre sono state eliminate. San Paolo afferma: “La morte è stata inghiottita per la vittoria. Dov’è, o morte, la tua vittoria?”. E nel Vangelo di Giovanni è scritto di Gesù: “Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà.”

Spiritualità della morte

C’è un ultimo punto da chiarire. La spiritualità cristiana ha sempre dato una notevole importanza all’impegno personale che conduce a prendere in considerazione la realtà terribile della morte. Considera questo impegno come una importantissima scuola che insegna la sapienza. Il dire a se stessi “memento mori” non è quindi mai stato usato per generare paura negli animi. Al contrario è stato pensato come pressante invito rivolto alla coscienza a sapere sempre meglio distinguere ciò che è essenziale da ciò che passa e resta sempre del tutto transitorio. E, al suo fondamento non va mai dimenticato che sta il versetto del Salmo: “Insegnaci a contare i nostri giorni e giungeremo alla sapienza del cuore”.

Questa forma di spiritualità intende dunque fare cadere molte illusioni: il potere, il successo e la ricchezza, mostrando tutta la loro fragilità. Rimangono invece l’amore, il perdono, la relazione con Dio e con gli altri.

San Francesco d’Assisi chiamava la morte “sorella”, vedendo in essa il passaggio verso l’incontro definitivo con Dio. E non va affatto infine dimenticato che anche Eucaristia e preghiera, mentre inseriscono concretamente nella vita nuova di Gesù risorto, educano di fatto il credente a convivere con la realtà della morte nella fiducia e nella serenità.

Conclusione

La morte rimane senz’altro uno dei grandi enigmi sollevati dall’esistenza umana. Come s’è visto, la cultura contemporanea tende spesso a rimuoverla. Purtroppo, proprio questa rimozione genera negli animi un grande smarrimento e una angoscia acuta.

S’è visto, al contrario, che mentre la riflessione filosofica, letteraria e teologica affrontano volontariamente la realtà oscura della morte, finiscono ben presto per condurre gli individui ad affrontare domande inerenti il significato della vita.

Al riguardo, la fede cristiana conduce i credenti ad annunciare che la morte non è l’ultima parola. In Cristo morto e risorto il credente scopre che l’amore divino è sempre più forte della morte. In particolare, si ritrova a vivere con la certezza la sua vita è destinata alla comunione con Dio. Non già col nulla.