La Messa non è un confine

Una ferita che riguarda la Chiesa

È nostra convinzione che attorno alla liturgia si stia giocando qualcosa di molto più grande della liturgia stessa. In altre parole, osserviamo che la liturgia, oltre che un valore grandissimo, fa sempre più affiorare ferite. Queste ultime non riguardano soltanto il gusto, la lingua, il rito, la stessa sensibilità spirituale. Esse riguardano la Chiesa come. Finiscono perciò per interessare lo stesso Gesù. Noi riteniamo che tutto questo ci giustamente ci preoccupa e, alla pari, deve preoccupare tutti.

Enzo Bianchi, nel suo articolo La liturgia è per unire, non per dividere (Enzo Bianchi, La liturgia è per unire, non per dividere, Vita Pastorale, maggio 2026), rievoca un suo colloquio con Papa Francesco. Il Papa guarda con una certa pena alla divisione che contrappone quanti restano legati al Vetus Ordo e quanti vivono e affermano la riforma liturgica nata dal Concilio. Bianchi lo dice con parole dure: ” in verità non si è giunti a una maggior vicinanza tra le due parti, né i dialoghi sembrano veramente dialogo ma uno scambio di affermazioni apodittiche ribadite sui due fronti (Enzo Bianchi, La liturgia è per unire, non per dividere, Vita Pastorale, maggio 2026).

Questo fa emergere un grave problema. Le parti non dialogano. Semplicemente si fronteggiano, irrigidite da un oscuro e prepotente bisogno di ripetere ciò che si pensava già prima di incontrare la controparte. Somigliano davvero a gente rinchiusa in una stanza chiusa a tutti, nella quale ognuno sente rimbombare la propria voce e finisce per scambiarla per verità.

L’Eucaristia non può diventare una bandiera

La questione è delicata. Siamo convinti che nessuno può trattare la liturgia alla pari di una preferenza personale, un gusto molto individuale. La liturgia non è equiparabile al salotto di casa propria che, ognuno, sistema come a lui piace. È l’atto col quale la Chiesa prega il suo Signore. Lo ascolta. Lo riceve e si lascia ogni volta da lui convertire. Per questo, quando la liturgia diventa il luogo in cui ci si separa, qualcosa stride. Non poco. Stride perché l’Eucaristia è il sacramento dell’unità, non il certificato della propria appartenenza a un gruppo più puro, più intelligente, più fedele, più moderno o più antico. Sant’Agostino arrivava a chiamare la liturgia: “O sacramentum pietatis, o signum unitatis, o vinculum caritatis!” (Agostino, In Ioannis Evangelium Tractatus, 26,13).

Qui si giunge a un punto cruciale. Da una parte c’è chi teme che la liturgia antica diventi il luogo di un rifiuto del Concilio, quasi una cittadella separata. Andrea Grillo, con molta nettezza, sostiene che il Vetus Ordo rischia di diventare “la forma rituale di una ecclesiologia alternativa” (Andrea Grillo, riflessioni sulla riforma liturgica postconciliare). Dall’altra parte c’è chi vede nella riforma liturgica una perdita, una frattura troppo brusca nella continuità della Tradizione. Romano Amerio parlava addirittura di una “variazione della coscienza cattolica” (Romano Amerio, Iota Unum). E Joseph Ratzinger, molto prima di diventare Benedetto XVI, scriveva parole rimaste famose: “La crisi della Chiesa che stiamo vivendo dipende in gran parte dal crollo della liturgia” (Joseph Ratzinger, La mia vita).

L’unità non è uniformità

Noi pensiamo che il problema divenga insolubile quando ciascuno ascolta soltanto le parole che confermano il proprio dolore o la propria irritazione. Anche se il farlo è umano, tuttavia il compierlo impedisce di restare Chiesa. La Chiesa infatti non nasce da una sensibilità liturgica più o meno comune. Nasce da Gesù crocifisso e risorto. E continua a vivere solo se resta dentro la sua unità ferita, spesso faticosa, mai perfetta. “Perché tutti siano una cosa sola” (Gv 17,21). Questo non comporta il fatto che le differenze spariscano. Esige però che nessuna differenza divenga realtà  assoluta.

È senz’altro indubbio che la comunione non coincide con l’uniformità. Qui Bianchi tocca un punto molto vero. La Chiesa non è una caserma spirituale, dove tutti devono marciare con lo stesso passo e magari con la stessa espressione del volto. La Chiesa è corpo. E un corpo vive perché molte membra sono tenute insieme da una sola vita. Però, proprio per questo, la diversità non può diventare autosufficienza. La mano non può dire al piede: io non ho bisogno di te. Alla pari, un gruppo liturgico non può vivere come se la diocesi fosse un fastidio, il vescovo un intralcio, il Concilio una parentesi da sopportare, oppure, dall’altra parte, come se chi ama forme antiche della preghiera fosse automaticamente un malato da correggere. Troppo comodo. Troppo poco cristiano.

La Tradizione non è possesso

A noi pare che qui ritorni una tentazione antica. Trasformare la Tradizione in possesso. Quando la Tradizione diventa mia, smette quasi subito di essere Tradizione. Diventa bandiera. E le bandiere, purtroppo, si agitano spesso contro qualcuno. La Tradizione, invece, è consegna di valori che si sono gratuitamente ricevuti. Non la si fabbrica, ma la si custodisce, senza però imbalsamarla. La si fa vivere, senza incatenarla alla propria ansia di avere ragione. Benedetto XVI, su questo, aveva scritto parole molto semplici e molto difficili da vivere davvero: “Ciò che per le generazioni precedenti era sacro, resta sacro e grande anche per noi” (Benedetto XVI, Lettera ai vescovi che accompagna il Summorum Pontificum, 2007). Ma lo stesso Ratzinger aggiungeva anche un’altra osservazione, che spesso viene dimenticata da entrambe le parti: “Non esiste alcuna contraddizione tra l’una e l’altra edizione del Missale Romanum” (Benedetto XVI, Lettera ai vescovi che accompagna il Summorum Pontificum, 2007).

Qui, noi crediamo che si sia giunti al punto più difficile da affrontare: custodire continuità senza irrigidirla e vivere riforma senza trasformarla in rottura.

Nessuna riforma senza comunione

Ci sembra di dovere precisare che non è mai possibile risolvere il problema, facendo appello a una bontà fumosa e generica. È una scorciatoia molto rischiosa da imboccare. La comunione esige verità, ordine, obbedienza, conversione. Esige che nessuno usi la liturgia per costruire piccole patrie ecclesiali. Esige che nessuno si senta più cattolico del Papa o più conciliare della Chiesa. Stranezze ce ne sono tante. Da una parte e dall’altra. Yves Congar, che pure fu uno dei grandi teologi del Concilio, aveva intuito il pericolo di ogni irrigidimento ideologico nella Chiesa quando scriveva: “La vera riforma nella Chiesa avviene senza rottura di comunione” (Yves Congar, Vera e falsa riforma nella Chiesa). Questa frase dovrebbe inquietare tutti. Conservatori e progressisti. Perché appena la propria posizione spirituale diventa più importante della comunione ecclesiale, qualcosa si incrina.

Chiese vuote e discussioni infinite

Ma il fatto più triste è un altro: mentre ci si divide attorno all’altare, molte chiese si svuotano, molte comunità si spengono, molti cristiani non sanno più perché inginocchiarsi, perché confessarsi, perché cantare, perché fare silenzio davanti a Dio. E noi discutiamo. A volte anche ferocemente. Su cose sante, certo. Ma forse non sempre con cuore santo.

Bianchi chiude il suo scritto con un tono quasi testamentario. Parla di monasteri che chiudono, di chiese vuote, di assemblee spente. È un passaggio amaro. Non lo si può leggere come espressione di una semplice malinconia di un uomo anziano. C’è dentro una trafittura. La Chiesa non può permettersi il lusso di moltiplicare divisioni proprio mentre la fede diventa irrilevante nella vita di tanti. Sarebbe come litigare sulla forma della lampada mentre la casa resta al buio.

Tornare davanti a Gesù

La liturgia dovrebbe rimetterci davanti a Gesù. Tutto qui. Ma la realtà di questo tutto qui è un qualcosa di sconfinato. Davanti a lui le pose si infrangono. Cadono le pretese di potere giudicare tutti. La voglia di essere riconosciuti come quelli che finalmente hanno capito viene meno. Gesù non ha istituito l’Eucaristia per darci un argomento con cui dividerci e opporci. Ha preso nelle sue mani prima il pane e poi il calice. Insieme, ha dato se stesso. E noi, se partecipiamo alla Messa senza imparare almeno un poco a dare noi stessi, dobbiamo concludere di avere capito poco. Poco importa conoscere rubriche, documenti, parole latine, intenzioni conciliari, distinzioni teologiche. Ma se manca la carità ecclesiale, si diventa facilmente pietre. San Cipriano lo diceva senza mezzi termini: “Non può avere Dio per Padre chi non ha la Chiesa per madre” (Cipriano di Cartagine, De catholicae ecclesiae unitate, 6).

Forse bisogna ripartire da una domanda molto semplice. Al termine di ogni Messa, amo di più la Chiesa? Amo di più il fratello che non la pensa come me? Sono più disposto a portare il peso dell’altro? Oppure esco più armato, più polemico, più convinto che gli altri siano il problema? Le risposte fanno capire se la liturgia ci ha messi davanti a Dio o soltanto davanti allo specchio delle nostre appartenenze.

Unità, dunque. Ma non uniformità. Diversità, certo. Ma non anarchia spirituale. Tradizione, sì. Ma non tradizionalismo indurito. Riforma, sì. Ma non disprezzo di ciò che ha nutrito intere generazioni di cristiani. La via è stretta. Come sempre, quando c’è di mezzo il Vangelo. Ma è su queste vie che Gesù ci fissa l’appuntamento.