La maternità è speranza

Identità, memoria e generazione: la figliolanza come continuità dell’alleanza

In Occidente, l’umanità ha oggi un grande compito da assolvere: collega il desiderio di generare alla coscienza di appartenere a una storia e a un popolo. Ne ha, per esempio, recentemente parlatoMonika Grygiel in un suo articolo pubblicato su Lisander.

A noi sembra che questa intuizione debba essere ripresa con molta cura. Lo richiede senz’altro il suo forte fondamento biblico e teologico. Nella Scrittura la fecondità è sempre legata alla promessa fatta da Dio ad Abramo di ricevere un figlio come segno dell’alleanza che lui intende stabilire con Israele. Alla pari, Israele comprende se stesso come popolo generato da Dio nella storia legata all’Alleanza.

Significativamente Joseph Ratzinger ha scritto che “la crisi dell’Occidente è anzitutto crisi della memoria”. Ne viene che, quando una civiltà perde il senso della propria origine, perde anche la capacità di trasmettere la vita. La memoria, nella visione cristiana, non è nostalgia del passato. È invece la custodia viva e gioiosa di una promessa.

Anche Luigi Giussani insiste sul fatto che l’uomo vive autenticamente solo dentro una tradizione viva: “La tradizione è la memoria del significato ultimo della vita”.

Se il passato non è più percepito come bene ricevuto, il futuro smette di apparire desiderabile. Per questo la crisi della natalità è anche crisi dekka coscienza che ha perso la speranza storica.

Oltre l’economia: la natalità come questione di speranza

Una cosa è certa: il benessere economico non basta a generare figli. Dal punto di vista teologico, ciò significa che l’uomo non vive soltanto di sicurezza materiale, ma di speranza.

Jürgen Moltmann, nella sua Teologia della speranza, afferma che il futuro è la categoria decisiva dell’esistenza cristiana. L’uomo genera quando percepisce il futuro come promessa e non come minaccia.

Anche Papa Francesco ha più volte collegato la denatalità alla perdita della fiducia: “Una società senza figli è una società senza speranza”.

La paura del futuro congela il desiderio di trasmettere la vita. Per la fede cristiana, invece, ogni nascita è un atto implicito di fiducia nella Provvidenza.

Hans Urs von Balthasar scrive che il cristiano è colui che vive “disarmato davanti al futuro perché custodito da una promessa”. Generare significa precisamente questo: esporsi a un futuro che non si controlla.

La maternità come vocazione e cooperazione con Dio creatore

C’è allora da recuperare il valore sociale della maternità. La teologia cristiana vede nella maternità una partecipazione all’opera creatrice di Dio.

Edith Stein descrive la vocazione femminile come capacità di custodire e far maturare la vita: “La donna è particolarmente orientata verso la persona vivente e concreta”. La maternità non è riducibile a funzione biologica: è forma spirituale dell’accoglienza.

Anche Karol Wojtyła, nella Mulieris dignitatem, parla del “genio femminile” come capacità di fare spazio all’altro. Maria diventa il modello supremo di questa disponibilità: il suo “fiat” rende possibile l’Incarnazione.

In questa prospettiva la maternità assume un significato ecclesiale: ogni madre testimonia che la vita è qualcosa da accogliere prima ancora che da progettare.

Relazione e comunione: contro l’individualismo

Noi pensiamo che oggi si debba, pertanto, insistere sul fatto che la maternità nasce da una relazione e che la solitudine è nemica della generazione. Questo tema richiama direttamente la teologia trinitaria. Jean Daniélou osservava che: “L’uomo è fatto per la comunione perché Dio stesso è comunione”. La Trinità rivela che l’essere coincide con il dono di sé. Per questo l’individualismo radicale contemporaneo contraddice la struttura più profonda della persona umana.

Christos Yannaras parla dell’uomo come “evento di relazione” e sostiene con forza che la persona esiste veramente solo nell’apertura all’altro. Il figlio interrompe l’autoreferenzialità moderna. Obbliga a uscire da sé. Relativizza il culto della prestazione e introduce la logica della gratuità.

Tutto ciò porta a rimarcare che la generazione ha sempre una dimensione spirituale oltre che biologica.

Il corpo materno come linguaggio teologico

Ci appare sempre più chiaro il fatto che, oggi in Occidente, su tutti incombe un compito davvero spirituale. Jean-Luc Marion ha insistito sul fatto che il corpo non è un oggetto posseduto, ma il luogo in cui la persona si riceve e si dona.

Il cristianesimo, attraverso il mistero dell’Incarnazione, attribuisce al corpo una dignità teologica altissima. Dio salva l’uomo proprio entrando nella carne.

Romano Guardini scrive: “Il corpo umano è la forma visibile dell’anima”. Da qui appare molto chiaro che Il corpo materno manifesta visibilmente un dato. La vita è intreccio, ospitalità, memoria vivente. Nessuno nasce da solo, nessuno si salva da solo.

In questa luce la gravidanza appare al cristiano quasi come una parabola sacra dell’esistenza.

Il “debito di vita” e la gratitudine originaria

Il tema del “debito di vita” richiama la dimensione della creaturalità propria di ogni essere umano. Si dimentica progressivamente sempre di più che l’uomo riceve la vita prima di ogni sua scelta libera e responsabile. Henri de Lubac sosteneva che il dramma moderno consiste nel tentativo dell’uomo di pensarsi autosufficiente. Ma l’uomo è strutturalmente un essere “ricevuto”. Questo ci richiama il pensiero di Paul Ricoeur. Lui, ha sviluppato il tema della gratitudine come riconoscimento che la vita, alla sua origine, è sempre e solo un dono.

Per questo, noi cristiani affermiamo allora che la generazione educa all’umiltà. Ci appare chiaro che nessuno è origine di se stesso. Joseph Ratzinger osserva allora che la libertà autentica nasce solo quando l’uomo accetta di essere figlio. Il rifiuto della dipendenza genera invece isolamento e sterilità spirituale.

Ne viene che il trasmettere la vita diventa una forma di restituzione grata del dono ricevuto. E ciò infonde negli animi una grande gioia di vivere, oggi purtroppo persa da molti.

Sterilità culturale, eutanasia e perdita del senso del dono

Interessante è qui riprendere il pensiero di Monika Grygiel. Nel suo articolo collega denatalità ed eutanasia come sintomi di una stessa crisi culturale: la perdita del senso del dono.

Jacques Maritain aveva già intuito che una civiltà puramente tecnocratica rischia di valutare l’uomo solo in termini di utilità. Quando la vita vale soltanto per la sua capacità di efficienza e di produttività economica, è del tutto chiaro che mentre il bambino appare peso, l’anziano diventa soltanto un inutile scarto.

Byung-Chul Han descrive la società contemporanea come incapace di confrontarsi con il limite e la vulnerabilità. Da parte sua, il cristianesimo riconosce proprio nella fragilità il luogo della rivelazione. La croce di Cristo capovolge ogni criterio efficientista. Gesù afferma per sempre e per tutti che la vita più feconda è quella donata.

Qui ci sembra quanto mai stimolante citare il pensiero di Stanley Hauerwas là dove afferma che il compito della comunità cristiana è diventare “un popolo che rende possibile accogliere i bambini e accompagnare i morenti”.

La maternità come segno escatologico di speranza

La maternità custodisce infine una dimensione escatologica: ogni nascita annuncia che la storia resta sempre aperta. Olivier Clément scrive con un’acutezza davvero notevole: “Ogni bambino che nasce testimonia che Dio non si è stancato dell’uomo”.

Stimolante è pertanto osservare ogni bambino è come segno parlante di un futuro che supera i calcoli umani. A ragione, quindi,  Adrienne von Speyr interpreta la maternità come collaborazione concreta dell’uomo e della donna data per alimentare di continuo la speranza divina sul mondo.

Noi parliamo e continuiamo a parlare di tutto ciò sostenuti dalla convinzione che, oggi, è sempre più necessario annunciare il Vangelo, secondo il volere di Gesù. Al riguardo, ci appare notevolmente liberante per tutti affermare che la storia dell’uomo sulla terra non è chiusa nella ripetizione biologica. È invece orientata al raggiungimento del Regno, reso possibile dal sacrificio di Gesù sulla croce. In questa ottica il generare si rivela un prezioso atto di cooperazione con Dio nel far sì che il mondo rimanga costantemente aperto alla redenzione che porta, per volere gratuito di Dio, l’umanità a potere vivere la stessa vita divina.

Ci sembra pertanto gioioso ripetere ancora una volta che la maternità non può e non deve rappresentare un semplice fatto biologico. La vediamo come testimonianza concreta che il futuro dell’umanità resta in ogni momento legata a una incredibile promessa divina di Alleanza. Un dono da ricevere, capire, amare, fare proprio e infine vivere a pieno.