La fecondità nascosta del Regno e la trasparenza della Chiesa
Il primato della fecondità nascosta del Regno
Tutti ammettono che grandi teologi del XX secolo, come de Lubac, Balthasar, Rahner, Congar, hanno più volte parlato della fecondità nascosta del Regno di Dio. Papa Francesco con forza riprenderà questo tema parlando della “santità della porta accanto”.
Viviamo in un tempo nel quale tutto sembra chiedere visibilità. Le persone, le istituzioni e perfino le religioni sembrano misurare la propria consistenza attraverso la capacità di occupare lo spazio pubblico, influenzare il dibattito, produrre consenso. Anche la Chiesa non è immune da questa tentazione. Così, quando sperimenta la diminuzione numerica o culturale, avverte spontaneamente il bisogno di riaffermare la propria presenza.
Da parte sua, il Vangelo suggerisce una logica assai diversa. La rivelazione cristiana conosce infatti una forma di essere fondamentalmente diversa. Dio opera preferibilmente nella discrezione. La storia della salvezza non procede attraverso la spettacolarità, bensì mediante ciò che appare piccolo, marginale, quasi insignificante. Il Regno cresce secondo la vitalità del seme che il contadino non sa spiegare (Mc 4,26-29); il lievito scompare nella massa (Mt 13,33); il chicco di grano deve morire per portare frutto (Gv 12,24). Persino l’Incarnazione sceglie Nazaret prima di Gerusalemme, trent’anni di vita ordinaria prima dei pochi anni della predicazione pubblica.
In questione non stanno atteggiamenti morali appariscenti, come l’umiltà oppure il suo opposto che è il protagonismo. In questione sta invece la forma che il Cristo ha dato all’esistenza. Il Figlio manifesta il Padre proprio attraverso lo svuotamento di sé (kénosis), come canta l’inno della Lettera ai Filippesi (Fil 2,6-11). La gloria di Dio non è fatta coincidere con l’affermazione della potenza, bensì con l’amore che rinuncia a imporsi.
La testimonianza di tre figure del Novecento
È alla luce di questa logica che il Novecento consegna alla Chiesa alcune figure particolarmente significative.
Charles de Foucauld comprende che Nazaret non rappresenta semplicemente un periodo della vita di Gesù. In realtà, propone una fondamentale regola di vita. La maggior parte dell’esistenza del Figlio di Dio si svolge infatti nel nascondimento. La redenzione passa attraverso una vita ordinaria, lavorativa, apparentemente priva di eventi memorabili. Così, per de Foucauld la missione nasce precisamente da questa immersione nell’ordinarietà, prima ancora che dall’annuncio esplicito.
Madeleine Delbrêl svilupperà la medesima intuizione in un contesto completamente diverso. La sua missione non consiste nel contrapporsi a un mondo ateo, ma nell’abitarlo evangelicamente. La santità prende forma dentro le strade di Ivry, nella condivisione della vita quotidiana, nel lavoro, nelle amicizie, nella fedeltà ai piccoli gesti. È una mistica dell’Incarnazione. Lei vive per dire a tutti che Gesù non chiede di uscire dal mondo, ma di entrare in esso e renderlo trasparente alla sua presenza.
Anche Antoni Gaudí, pur appartenendo a una collocazione sociale completamente differente, testimonia qualcosa di analogo. Per lui l’architettura non è soltanto sperimentare l’arte. Più a fondo, è praticare la contemplazione del sacro. Progressivamente egli rinuncia al prestigio personale. Intende consentire all’opera di diventare più importante dell’autore. La sua morte anonima diventa il sigillo di una vita che aveva progressivamente imparato a scomparire perché emergesse soltanto ciò che era stato costruito per la gloria di Dio. Travolto da un tram, tutti lo hanno scambiato per un mendicante. Ci vorranno due giorni per accorgersi che era Gaudì e non un mendicante.
Pur nella loro diversità, queste tre vite affermano con forza un unico genere di risposta alla chiamata divina a farsi servi del Signore sulla terra: la fecondità del loro agire non sarà garantita dall’affermarsi della loro persona sugli altri, bensì dalla profondità della presenza.
Una Chiesa come presenza e non come potere
È forse questa una delle grandi lezioni che il Novecento consegna alla Chiesa del XXI secolo. Dopo il lungo periodo della cristianità, durante il quale la fede ha spesso coinciso con forme di rilevanza sociale e culturale, oggi i cristiani sono chiamati a riscoprire una presenza meno appariscente ma forse più evangelica. Una Chiesa che evita di conquistare centralità, perché ha deciso di essere lievito. In particolare, una Chiesa che, non disponendo più del sostegno del prestigio sociale, è costretta a ritrovare la propria sorgente: il Vangelo che orienta tutti a non cercare tanto visibilità, quanto piuttosto trasparenza, fedeltà, fecondità che appartiene soltanto allo Spirito.
Si potrebbe racchiudere queste affermazioni in una domanda: cosa sta dicendo lo Spirito oggi alla Chiesa attraverso queste figure?
Per molti secoli la Chiesa occidentale ha puntato a diventare centro della cultura, dell’educazione, dell’immaginario, della politica. Anche quando non esercitava direttamente il potere, costituiva comunque il punto di riferimento simbolico della società. La santità stessa, in molti casi, era percepita come qualcosa di “esemplare”, posto in alto, visibile, quasi monumentale.
Più recentemente Christoph Theobald ha sviluppato un pensiero particolarmente interessante. Afferma che la Chiesa prima che ingaggiarsi in questioni di strategia pastorale, deve elaborare uno stile di presenza nel mondo. Deve diventare una Chiesa che non domina lo spazio pubblico, ma lo abita. Che non conquista la scena, ma accompagna le persone. Vale a dire, una Chiesa che non cerca di produrre in ogni modo consenso, ma rende possibile un incontro. Così, la Chiesa accetta di essere minoranza senza vivere la minoranza come sconfitta.
La minorità, allora, non è una strategia pastorale. È piuttosto ricordare queste parole di Gesù: “Il discepolo non è di più del maestro”. E il maestro si è ridotto a nulla scrive Paolo ai cristiani di Filippi.
Sovente si è pensato che l’alternativa fosse da porre tra una Chiesa forte e una Chiesa debole. Il Concilio Vaticano II ha del tutto ribaltato questo schema di pensiero. ha definito la Chiesa essere “sacramento universale di salvezza”.
Il sacramento possiede una caratteristica fondamentale. Non rimanda a se stesso. Rimanda sempre a un Altro. Cerca di farsi simile al vetro di una finestra. La sua funzione è lasciar vedere il paesaggio che sta dietro di esso.
La logica sacramentale della trasparenza
Ecco allora comparire Gaudí, un genio che costruisce una basilica senza mai celebrare se stesso. Lui celebra il mistero di Dio. Oppure ecco apparire Madeleine Delbrêl. Non fonda un movimento di massa. Non costruisce una scuola spirituale. Non cerca seguaci. Rende semplicemente presente il Vangelo dentro una periferia operaia. Ecco, infine, farsi avanti Charles de Foucauld. Lui trascorre gran parte della vita senza risultati visibili. Eppure proprio questa apparente sterilità diventa il luogo di una fecondità sorprendente. Tutti e tre sembrano vivere secondo una logica sacramentale. Non attirano lo sguardo su di sé. Lo orientano altrove. Forse è questa la santità di cui oggi abbiamo bisogno. Viviamo infatti nell’epoca dell’autorappresentazione. Tutto tende a diventare autoreferenziale.
La logica sacramentale è esattamente il contrario. Più il segno è autentico, meno trattiene lo sguardo. Più rimanda oltre se stesso.
Oggi è chiamata, forse, a tornare semplicemente a far vedere Cristo.
Questa non è la Chiesa caratterizzata dal silenzio. Neppure dalla minorità. È la Chiesa che sente di essere stata chiamata come a scomparire. Cioè, Dio vuole che segua Gesù nel rinunciare a ogni suo potere fino a rendersi un nulla. Questa Chiesa è convinta che la sua fecondità nasce proprio dalla rinuncia a occupare il centro della scena.
Da notare che l’irrilevanza non è letta come un semplice dato sociologico né come una disgrazia da correggere, ma come chiamata a conformarsi più radicalmente a Gesù che, “pur essendo di natura divina… svuotò se stesso”. Così, questa Chiesa rinuncia a difendere la sua rilevanza. Lei è unicamente preoccupata di rendere la sua presenza nel mondo del tutto corrispondente a quanto è da sempre la presenza di Gesù.
La conformazione a Cristo come criterio della missione
Qui va detto che per lungo tempo la Chiesa ha chiesto a se stessa come recuperare credibilità, visibilità, rilevanza, capacità di incidere nella cultura. Eppure, Il Nuovo Testamento non sembra preoccuparsi che la comunità cristiana aumenti sempre più la sua influenza nella società. Deve, infatti, migliorare sempre di più la sua conformazione a Cristo. Rispetto alla conformazione, la fecondità viene dopo, ed è sempre dono dello Spirito. Gesù non dice ai discepoli: “Siate rilevanti”. Gesù dice loro: “Rimanete in me”. Questo afferma che la missione va collegata anzitutto alla comunione piena col Signore, non all’efficacia dell’agire della Chiesa.
La fecondità evangelica oltre l’efficacia
Qui, va posta una netta distinzione tra efficacia storica e fecondità evangelica. L’efficacia appartiene alla logica dei risultati: si misura, si quantifica, si comunica. La fecondità, invece, appartiene alla logica del Regno: spesso rimane invisibile, cresce nel tempo, sfugge ai criteri della verifica immediata. È la differenza tra il successo e il frutto. Nel linguaggio giovanneo, il frutto nasce dal rimanere nella vite, non dalla capacità del tralcio di affermarsi.
Questa prospettiva cambia anche il modo di leggere la crisi del cristianesimo occidentale. La Chiesa non deve chiedersi come tornare a essere importante. Deve chiedersi piuttosto quanto la sua presenza rende trasparente il Vangelo. La sua credibilità, infatti, non poggia sull’essere grande, ma sull’essere trasparente.
La trasparenza della Chiesa verso Cristo
Giustamente papa Francesco ha richiamato con forza che una Chiesa preoccupata soprattutto della propria sopravvivenza o della propria immagine rischia di cessare di essere segno, perché finisce per rimandare l’attenzione su se stessa invece che sul Regno.
Forse il problema del cristianesimo contemporaneo non è la perdita della rilevanza, ma la tentazione di misurarla con criteri che non appartengono al Vangelo. Così, la domanda decisiva non è quanto la Chiesa sia visibile, ma quanto sia trasparente. Non quanto occupi il centro della scena, ma quanto lasci trasparire il volto di Cristo.