Libri - Consigli per la lettura

cat. FEDE, ARTE E MUSICA

Riccardo Muti e Massimo Cacciari

Le sette parole di Cristo

Ed. Il Mulino, 2021

La musica di Dio: dialogo tra Riccardo Muti e Massimo Cacciari
 

Commento di Fiamma Nirenstein

Non so se Riccardo Muti e Massimo Cacciari volessero parlare di Dio dialogando sul rapporto tra musica e immagine, a partire da Masaccio e da Le sette ultime parole del nostro Redentore in croce di Haydn. Ma Le sette parole di Cristo (Il Mulino) va molto oltre, e la presenza di Muti conduce alla fine a una domanda molto impegnativa: che cosa è la musica? Le sette ultime parole pronunciate da Cristo in croce si rispecchiano nella meravigliosa Crocifissione di Masaccio, con il suo accecante sfondo dorato, che Muti racconta di aver visto per la prima volta a Capodimonte restandone fulminato. Muti e Cacciari mostrano l'incontro tra Masaccio e Haydn, inevitabile perché entrambi hanno intrapreso un dialogo «umano divino». Che cosa vuol dire? Semplicemente, Haydn ha disegnato in musica le sette frasi che definiscono Cristo nella sua dolcezza, disperazione, divinità: ha disegnato Dio nella sua umanità, illustrando il rapporto, appunto, tra umano e divino. Lo stesso fa Masaccio: la tragica umanità del corpo sofferente, insieme alla compostezza ferita a morte della madre, alla stupefatto e fatale dolore di Giovanni, e alla passione sensuale della Maddalena che, quasi per pudore, non vediamo in viso ma solo nel manto vermiglio teso dalle braccia disperate, lanciate verso l'alto ad abbracciare il corpo di Gesù... E' una «somma» di colori che pensano tutto l'insieme della vicenda di Cristo, e il suo messaggio umano-divino. Come la musica di Haydn. Cacciari spiega che l'icona e il suono sono, in sostanza, una sola cosa, che un quadro si ascolta, e una musica si vede, che è il pensiero stesso a suonare e dipingere dall'inizio dell'avventura umana.

Muti si tuffa in questo pensiero, con fare insieme spirituale e concreto, e anche spiritoso (come è lui). Alla fine a me, che i suoi autori lo vogliano o no, è sembrato che il libro ci conduca sulla via difficile e incerta per cui con la musica si parla di Dio. E di che altro alla fine deve parlare il mistero? Quante volte gli esseri umani si sono chiesti dove è la sua essenza, la sua origine, la radice? Cacciari da una buona indicazione che cerca di ricondurci a una filosofia del nostro tempo, umana. Vico docet, dice: l'uomo non nasce animale parlante, prima vi è il grido, il suono, poi il suono assume ritmo, misura, e giunge a farsi canto. E qui, dice Cacciari, nell'essere un'originaria, innata potenza, è il segreto della sua forza. Muti accetta il gioco, e in modo molto diretto, personale, e quindi intessuto di un'esperienza musicale sublime. Il Maestro, ci conduce alle soglie del mistero, e cerca di spiegarci l'inspiegabile. La dimensione pittorica, che dall'astratto delle note ci fornisce lo spazio concreto dei colori e dell'immagine, aiuta sulla strada del significato, ma non basta. E un gioco difficile fra concretezza e sublimazione. Muti ha diretto le «ultime sette parole» con la Filarmonica di Vienna proprio sulla tomba di Haydn. E racconta come il luogo in cui si suona cambi il suono stesso, non certo perché descriva concretamente una situazione, ma perché esiste nell'uomo un mistero che ne fa un essere musicale, e lo spinge a concepirla come «combinazione matematicamente magica di inafferrabili suoni che mostra se stessa al servizio di nient'altro che del proprio Dio». Chi ha visto dirigere il Maestro Muti (anche sul teleschermo) ha avuto modo di osservare, a bocca aperta nel mio caso, come la sua percezione «matematicamente magica» e la sua personale somma di tutti «i mondi possibili» (cito le sue spiegazioni) nella musica che dirige, gli indichino poi in maniera diretta, inequivocabile, l'interpretazione, una sola, una scelta su un milione......

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cat. PREGHIERA E SPIRITUALITA'

O’Connor, Flannery

DIARIO DI PREGHIERA

Bompiani 2016

 

O'Connor, Flannery - Diario di preghiera

di Giovanni Mocchetti

 

“… Caro Dio, non posso amarTi nel modo in cui vorrei. Sei la sottile luna crescente che vedo e il mio io è l’ombra della terra che m’impedisce di vedere la luna per intero. La mezzaluna è molto bella e forse è tutto ciò che una come me dovrebbe o potrebbe vedere; ma quello di cui ho paura, caro Dio, è che l’ombra del mio io cresca a tal punto da oscurare tutta la luna, e che io giudichi me stessa dall’ombra che è nulla. Io non Ti conosco Dio, perché sono in mezzo. Ti prego, aiutami a farmi da parte(pag.17).

Flannery O’Connor scrive queste preghiere e riflessioni interiori in un diario nel periodo in cui è stata studentessa all’Università dello Iowa, immediatamente alla fine della seconda guerra mondiale del secolo scorso: precisamente tra il 1946 e il ‘47. Aveva solo 21 anni.
Non aveva ancora pubblicato “La Saggezza del sangue”, “Il Cielo è dei violenti” e i racconti che l’avrebbero resa la più importante autrice cattolica degli USA del ‘900 (insieme a Willa Cather): solo tre anni dopo la stesura di questo testo, nel 1950, avrebbe subito il primo feroce attacco della malattia che aveva ucciso suo padre, un lupus eritematosus, che avrebbe devastato la sua pelle e le sue ossa conducendola alla morte all’età di 39 anni nel 1964.
In questa cinquantina di pagine, la giovane universitaria prega soprattutto per due cose: poter conoscere ed avvicinarsi sempre di più a Dio e diventare una scrittrice. (“… Caro Dio, Ti prego aiutami a essere un’artista. Ti prego lascia che questo conduca a Te...” pag. 43). Scriveva anche di non desiderare la sofferenza, ma che l’avrebbe accettata.
Tutto il diario è una insistente supplica a Dio affinché le permetta di adorarLo, di rendere sempre più essenziale il proprio desiderio di Assoluto, di liberarla dalla pigrizia, dall’indolenza di una preghiera fatta di formule ripetitive e stantie, di donarle delle storie da raccontare in modo tale che la gente, leggendole, possa conoscerLo.....

(continua)

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cat. SAGGISTICA

Elias Canetti

Massa e potere

Ed. Adelphi

Tra massa e potere, Canetti smaschera l’uomo

Davide D'Alessandro, Saggista

 

Esiste un libro perfetto, un libro curato per decenni, in ogni singola pagina, riga, parola, un libro scritto per tutti e per nessuno?

Esiste un libro che mira alla testa e arriva al cuore, un libro capace di smontare, di vivisezionare ogni singolo meccanismo, concetto, sistema, per restituirci un’opera colossale, priva di imperfezioni?

Sì, esiste: è “Massa e potere”, pubblicato da Elias Canetti nel 1960 in Germania e nel 1972 in Italia, da Rizzoli, con la traduzione di Furio Jesi. Poi, nel 1981, per lo scrittore accusato di essere autore di un solo libro, arrivò il Nobel. Ma se un libro li riassume e li contiene tutti, quelli propri e degli altri che arrancano sulla pagina alla scoperta di qualcosa che non riescono a scoprire, alla ricerca delle parole per dirlo, è una colpa o uno straordinario merito?

Se un uomo per trentotto anni ha limato, lavorando di fino, l’opera della sua e della nostra vita, se si è misurato scendendo negli abissi umani con la massa e la muta, la religione e la storia, gli organi, gli elementi e gli aspetti del potere, il sopravvissuto e il comando, la metamorfosi e la sovranità, la paranoia tra il sultano di Delhi e il caso Schreber, vuol dire che il sacro fuoco lo ha guidato, lo ha tenuto per mano anche nei momenti di difficoltà e di smarrimento, o no?

Che cosa cercava, Canetti, e che cosa ha trovato lo dicono le seicento pagine che vanno costantemente riaperte e rilette, oggi più di ieri, non solo perché un classico è per sempre, ma anche e soprattutto perché il mondo, il mondo dei lettori, legge, rilegge e non comprende; legge, rilegge e non ascolta; legge, rilegge e dimentica.

Così gli atti, anche i più nefasti, si ripropongono davanti ai nostri occhi, a quelli delle giovani generazioni, occhi ignari davanti ai fenomeni di coazione a ripetere, e le sacre pagine diventano disperse, perdute tra la leggerezza di inutili dibattiti e l’insulsaggine di pericolose decisioni.

Nulla l’uomo teme di più che essere toccato dall’ignoto”. L’incipit è strepitoso, com’è strepitoso il capovolgimento del timore d’essere toccati che avviene nella massa, dove “d’improvviso sembra che tutto accada all’interno di un unico corpo”.

L’incipit è la misura del capolavoro, lo annuncia, ne alimenta l’attesa, ne prepara l’incontro.

Conosco un professore che per trent’anni ha piacevolmente costretto i suoi studenti a studiare l’esame di Antropologia culturale su un unico testo, “Massa e potere”. È Luigi Alfieri, filosofo della politica. Ogni anno lo stesso libro, senza cambiare mai......

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cat. ROMANZO

Maria pia Veladiano

Adesso che sei qui

Ed. Guanda, 2021

Adesso che sei qui”: Veladiano, uno sguardo nuovo batte anche l’Alzheimer

Maria Grazia Fornaroli

L’ultimo libro di Mariapia Veladiano è la storia di un impatto con il morbo di Alzheimer. Nessuna recriminazione, ma una appassionata presa in carico

 

Mariapia Veladiano non cessa di stupire, con la sua scrittura raffinatissima e insieme leggibilissima, con la sua leggerezza capace di affondi stupefacenti, con la sua passione per la tradizione e insieme la sua modernità.

L’ultimo libro, Adesso che sei qui (Guanda, 2021) è la storia dolorosa dell’impatto con il ,morbo di Alzheimer ma invece di essere l’ennesima elegia per ciò che si è perduto o il romanzo-denuncia per tutto quanto nel nostro paese non funziona in termini di assistenza, è la rappresentazione realistica e appassionata di una presa in carico.

Senza nulla togliere all’impatto drammatico che questa malattia ha sul paziente e su tutto il mondo che lo circonda, il romanzo è una carrellata dolcissima sull’attraversamento della sofferenza da parte di un universo femminile operoso e solidale.

Il luogo è il Trentino prossimo al lago di Garda, un luogo ancora capace di ritmi e relazioni umanamente degni, un luogo in cui il rischio dell’isolamento per il malato e i caregivers viene bloccato dall’energia operosa della protagonista e il villaggio sollecitato a diventare risorsa.

Zia Andreina, la malata, è il paradigma di una femminilità operosa che nel suo semplice habitat agricolo era riuscita a tessere rapporti significativi, a vivere la responsabilità della cura per sé e per gli altri; intelligente economa e raffinata esteta aveva saputo trasformare la propria casa in una dimora. Gli spazi sono semplici ma curati, il giardino è il luogo della bellezza ma anche di una sapiente utilità per la maestria con cui sono coltivate erbe aromatiche, la carità è azione quotidiana, intelligente e costruttiva. “Chi al povero dà, al Signore presta”.

Per rappresentare la catastrofe che l’esordio della malattia porta con sé l’autrice trova due immagini paradigmatiche. Un frigorifero, da sempre custode di una cura precisissima e ora guazzabuglio infernale, e un armadio, in cui nel caos totale l’unico abito in ordine è un cappotto di lana con i bordi di pelliccia abbinato ad un cappello di velluto, la mise che la zia indosserà in un afoso pomeriggio estivo e che rappresenterà l’esordio conclamato......

(continua)

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