Libri - Consigli per la lettura

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Gianfranco Ravasi

LE SETTE PAROLE DI GESU' IN CROCE

Ed. Queriniana, Brescia 2019

Anticipiamo uno stralcio dell’introduzione al libro Le sette parole di Gesù in croce. «Sono sette frasi brevissime — si legge nella quarta di copertina — simili a un soffio che esce dalle labbra aride di Gesù (...) Eppure, la loro densità è tale da aver sollecitato nei secoli un’imponente riflessione teologica e spirituale e da aver conquistato anche la cultura occidentale che in esse ha condensato il mistero universale dell’esistere, del soffrire, del morire e dello sperare».

 

Ho iniziato a scrivere le pagine di questo libro il venerdì santo 30 marzo 2018, che, per una suggestiva coincidenza di calendari, era il 14 di Nisan e quindi a sera l’entrata nella Pasqua ebraica che aveva i suoi due giorni solenni il 31 marzo e domenica 1° aprile, incrociandosi così con la Pasqua cristiana. Come in ogni anno, la liturgia cattolica ripropone la sequenza degli eventi che si svolsero a Gerusalemme in un arco cronologico compreso fra il 30 e il 33 del i secolo e che avevano come protagonista Gesù di Nazaret. È una forbice temporale che è stata modulata variamente dagli esegeti attraverso complesse e complicate analisi e calcoli cronologici. Se vogliamo optare, a titolo esemplificativo, per una di tali ipotesi, evochiamo quella che il neo-testamentarista americano John P. Meier ha elaborato nel primo tomo del suo sterminato studio in più volumi sul Gesù storico, Un ebreo marginale, pubblicato nel 1991 (Queriniana 2001). Egli collocava il banchetto d’addio e la cena eucaristica di Gesù il giovedì sera 6 aprile dell’anno 30, il 14 di Nisan, «preparazione (parasceve)» della Pasqua ebraica.

Nella notte tra il 6 e il 7 aprile, dopo l’arresto, un processo preliminare veniva celebrato durante una riunione informale del Sinedrio; la sentenza ufficiale veniva, invece, emessa in un’altra seduta all’alba del venerdì 7 aprile. In quella stessa mattinata avveniva la consegna dell’imputato a Pilato che rendeva esecutiva la condanna a morte con la sua autorità di governatore imperiale. Torturato dal corpo di guardia, Gesù veniva condotto alla pena capitale per crocifissione sul colle del Golgota-Calvario.

Era il primo pomeriggio del 7 aprile 30. Dopo qualche ora l’uomo crocifisso si spegneva. Aveva circa 36 anni. Al di là di questa ricostruzione cronologica ipotetica, l’atto che si stava compiendo avrebbe assunto una portata fondamentale e universale nella storia. Certo, la documentazione decisiva è quella offerta dai quattro Vangeli; tuttavia una traccia è rimasta anche sulle carte «profane» di quello stesso periodo storico. È, infatti, d’obbligo citare un passo dell’opera Antichità giudaiche composta in greco dallo storico giudaico filo-romano Giuseppe Flavio, nato a Gerusalemme attorno al 37/38 e morto a Roma dopo il 103. Ecco il suo testo così come è giunto a noi con evidenti interpolazioni cristiane, ma importante per la sostanza del nostro discorso. «Verso questo tempo visse Gesù, uomo saggio, se pur conviene chiamarlo uomo; infatti egli compiva opere straordinarie, ammaestrava gli uomini che con gioia accolgono la verità, e convinse molti giudei e greci. Egli era il Cristo. E dopo che Pilato, dietro accusa dei maggiori responsabili del nostro popolo, lo condannò alla croce, non vennero meno coloro che fin dall’inizio lo amarono. Infatti apparve loro il terzo giorno di nuovo vivo, avendo i divini profeti detto queste cose su di lui e moltissime altre meraviglie. E ancora fino ad oggi non è scomparsa la tribù dei cristiani che da lui prende nome» (18, 63-64)....

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Pantelis Kalaitzidis, 

NEL MONDO MA NON DEL MONDO

Ed. Qiqajon Bose, 2018

La chiesa è nel mondo, senza però essere di questo mondo. Vive e progredisce nella storia senza trarre la propria origine dalla storia, ma dalle realtà ultime, poiché essa costituisce un’“immagine” delle realtà ultime e un “simbolo” del regno di Dio. Ecco perché non può conformarsi né comportarsi o agire secondo lo spirito del mondo (cf. Rm  12,2): “Non conformatevi a questo mondo, ma lasciatevi trasformare rinnovando il vostro modo di pensare”), né può riporre la sua speranza e la sua attesa nell’efficacia mondana e nella chimera di una società o di una cultura “cristiane”, ma, al contrario, dando ragione della speranza che la abita (cf. 1Pt 3,15), essa è chiamata a realizzare e ad annunciare il superamento dello spirito mondano nella propria vita e nelle proprie strutture, come anche più in generale nel mondo.

La chiesa deve certamente aprirsi e dialogare con il mondo, non per adottare però lo spirito del mondo, ma per predicare il vangelo della salvezza, per innestare nel mondo la nuova vita sorta dalla tomba, con l’ethos dell’amore, del servizio e della libertà, preparando e annunciando così gli ultimi tempi.

Dopo la resurrezione e la pentecoste ci vengono offerti una pregustazione e un bagliore del Regno futuro nel sacramento della divina eucaristia, ma...

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Massimo Camisasca e Mattia Ferraresi

OLTRE LA PAURA. Lettere sul nostro presente inquieto

Ed. Lindau, 2019

Lo scambio epistolare tra Massimo Camisasca e Mattia Ferraresi invita a riscoprire uno spiraglio di luce nel nostro mondo di oggi.

Di che cosa abbiamo paura nel nostro vivere quotidiano? Da dove nasce la paura e a quali conseguenze porta, nel breve e nel lungo periodo? E ancora, chi ci può aiutare a capire di cosa si tratta, da dove nasce questa sensazione che ci può allontanare in modo drastico e falsamente definitivo dalla via alla felicità per cui l’uomo è fatto?

Ci viene incontro un breve, denso, volume scritto a quattro mani da Massimo Camisasca, vescovo di Reggio Emilia-Guastalla e Mattia Ferraresi, corrispondente per il quotidiano «Il Foglio» dagli Stati Uniti e fellow alla Nieman Foundation di Harvard.

Edito da Lindau, Oltre la paura. Lettere sul nostro presente inquieto è un testo inusuale nella sua forma epistolare ma quanto mai originale e attuale. In un centinaio di pagine ci si imbatte in 18 lettere equamente suddivise tra i due autori: nove che partono dall’Italia e altrettante che arrivano dagli Stati Uniti.

Oggi che non c’è più tempo per scrivere lettere, come chiarisce subito Camisasca nell’introduzione, si può affermare che la nostra epoca ha visto la fine degli epistolari. In questo modo, secondo l’autore, scomparirà gran parte della memoria della vita quotidiana. Un avvertimento non di poco conto.

È un bene allora che ci sia stata questa recente corrispondenza, tutta concentrata tra il 2017 e il 2018, che ci porta a scoprire fin dove si possono spingere le riflessioni di due amici seppur di generazioni diverse, con il più giovane che ha meno della metà degli anni del Vescovo, che ne ha settantadue. Un testo con due stili diversi: le lettere di Camisasca, più riflessivo e filosofico, procedono per sintesi, quelle del giornalista ci accompagnano, con gli strumenti del suo mestiere, attraverso analisi, provocazioni e domande.

Tutto ha inizio da una riflessione di don Massimo, come lo chiama amichevolmente Ferraresi che da diversi anni vive a Brooklyn, che individua nella “paura” il sentimento prevalente del nostro tempo. Il dialogo tra i due si rincorre, si approfondisce lettera dopo lettera, e apre sempre a nuove possibilità di lettura della realtà. Questo è l’elemento che più colpisce il lettore. Queste lettere non si esauriscono, non chiudono mai, anzi vien voglia di leggerle e rileggerle per quanto entrano nel profondo del vissuto dell’uomo d’oggi. Ecco il bello di queste lettere con le quali non possiamo non fare i conti, paragonandole a quello che viviamo, a meno di non chiudere gli occhi davanti alla realtà stessa. Lettere che aprono sempre, aprono a nuove domande, a nuovi approfondimenti, ad una nuova speranza, che viene da lontano....

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Giovanni Formicola

Il SESSANTOTTO, macerie e speranze.

Ed. Cantagalli, 2019

Siamo una nazione allo sbando in un continente allo sbando con una natalità che ci avvia serenamente all’ estinzione e un’estinzione già avviata che non si preannuncia per niente serena.

È fondamentale continuare a parlare del ‘68, o meglio contro il ‘68. La società prima del ‘68 non era perfetta, : perché avrebbe dovuto esserlo? Era piena di ingiustizia: perché avrebbe dovuto essere altrimenti? In tutti i casi il mostro nazista era stato sconfitto e il mostro sovietico si era attenuato e ingrigito rispetto al fiume di sangue del periodo staliniano, stava nascendo una maggiore ricchezza. La società occidentale che ha preceduto il ’68 era certamente zeppa di difetti e sicuramente, come ogni società umana, necessitava di infinite migliorie, migliorie da fare con umiltà e gratitudine per tutta la marcia dell’umanità fatta prima, senza disprezzo, senza arroganza, senza distruggere e senza uccidere.

Per comprendere il 68 è molto utile riascoltare la conferenza tenuta a Parma il 7 aprile del 2018 da Giovanni Formicola, o, meglio, leggere il suo preziosissimo libro e densissimo libro Il Sessantotto, macerie e speranze ( ed Cantagalli)

Soprattutto oggi è importante studiare il 68, perché i sessantottini si “sono fatti grandi” e occupano cattedre e presidenze di corti di cassazione, tribunali, e quindi il 68 non si è esaurito: è vivo e vegeto....

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