Libri - Consigli per la lettura

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cat. TEOLOGIA E RELIGIONI

Brunetto Salvarani

Dopo. Le religioni e l’aldilà

Ed. Laterza, 2020

"Le religioni e l’aldilà"

Brunetto Salvarani, teologo, docente in vari atenei italiani, attento osservatore di alcuni fenomeni culturali, saggista, esperto di dialogo ecumenico e interreligioso, abbiamo chiesto di illustrare per sommi capi i temi portanti del suo ultimo libro: Dopo. Le religioni e l’aldilà. Le domande sono a cura di Lorenzo Prezzi.

Una scena che ha lasciato il segno sono state le bare sui camion militari durante la pandemia. Cosa nasconde il disagio provocato da quella visione: una domanda di riti, di relazioni e di memoria?

Di fronte a un nemico invisibile ma pervasivo e potenzialmente onnipresente, in poco più di un attimo siamo stati tutti catapultati all’improvviso in una società mondiale del rischio, obbligati a ridefinire le agende e invitati dalle circostanze a rivedere radicalmente il nostro modus vivendi e le nostre priorità, scoprendoci – più di quanto già non sapessimo – indifesi, esposti, smarriti. Sul piano tanto esistenziale e psicologico quanto sociale ed economico.

Il contagio massiccio causato dal virus ci ha gettato in un panorama planetario in cui sono riemersi linguaggi sottratti all’immaginario medievale e paure di stampo apocalittico; ha favorito l’irruzione della morte nelle case e nelle famiglie, come presenza realissima o come spauracchio costantemente incombente; e, contestualmente, ci ha costretto a ridisegnare passaggi quanto mai delicati quali la gestione del lutto in assenza della salma del defunto e la pietas naturale verso i morenti.

In un quadro del genere, non c’è alcun dubbio che le colonne militari in partenza dalla bergamasca alla ricerca di uno spazio per sistemare le salme affidate loro siano assurte a immagine simbolo della pandemia vissuta nel nostro Paese: ha giocato un certo ruolo anche la reiterazione mediatizzata della notizia, in un periodo in cui eravamo tutti a casa, piuttosto attoniti davanti agli schermi, televisivi o dei nostri dispositivi.

Si è ripetuto, a buon diritto: defunti che se ne sono andati senza una stretta di mano, senza una preghiera, senza poter fruire di una rielaborazione collettiva del lutto. Tutto vero, ma mi chiedo se quanto accaduto non potrebbe risultare un’occasione preziosa per ripensare daccapo la nostra ritualità nell’arte, difficile, del congedo (e quando dico nostra, alludo sia a quella religiosa sia a quella civile), con l’obiettivo di renderla eloquente per Chiese, comunità di fede e società prive di memoria e incapaci di produrre germi di futuro, asserragliati come siamo nel nostro piccolo hic et nunc.

Ci ripetiamo: siamo sulla stessa barca, ma in realtà guardiamo con angoscia l’andare alla deriva della nostra personale minuscola zattera di salvataggio…

Il fatto è che, di fronte alla morte, ho l’impressione che il discorso pubblico sia sempre più afasico e impotente. È emblematico il caso del famoso borgo sardo di Porto Cervo, principale centro della Costa Smeralda, privo di cimitero: inaugurato negli anni Sessanta del secolo scorso come spazio di divertimento per eccellenza, non vi si prevede neppure l’eventualità di avere a che fare con la morte e con i morti.

La morte occultata

Qui, negli ultimi anni, il monopolio religioso nella cultura delle esequie si va progressivamente erodendo, a favore di una professionalizzazione e una privatizzazione dei cerimoniali inerenti al fine vita, con l’allargamento a macchia d’olio delle case del commiato o funeral-home, mentre sulle tombe la classica simbologia cristiana è di frequente accompagnata o sostituita da altre, provenienti da una generica religiosità naturale.

Il funerale dovrebbe essere il momento in cui i morti evangelizzano quanti rimangono da questa parte; invece, durante i riti di commiato si applaude al defunto, scorrono le sue immagini in video, e ci scopriamo, una volta di più, incapaci di abitare il silenzio, la perdita e il vuoto.

Direi che la gestione della morte avrebbe un grande bisogno di un’inedita tradizione, di una nuova e rinnovata ars moriendi di cui oggi non si percepiscono per nulla i lavori in corso. Così, si fugge davanti agli stessi riti e simboli funerari, sostituiti da pratiche sempre più spersonalizzate, prodotte in serie addolcite dalla rappresentazione kitsch di una falsa personalizzazione: una rappresentazione sempre uguale, rassicurante, autoritaria nel lessico e nei gesti rituali spesso banalmente ripetuti senza riflettervi.

Qual è l’immagine del morire dopo il tramonto dei “novissimi”?

Secondo uno dei padri dell’antropologia culturale, il polacco Bronislaw Malinowski – era il 1925 – «fra tutte le fonti della religione, la morte, crisi suprema e finale della vita, riveste un’estrema importanza».

Egli la presentava come l’enigma che ha indotto esseri umani coscienti a divenire religiosi o animistici, a scorgere un’anima in tutte le cose esistenti e a ritenere che l’anima potesse essere emancipata dalla morte stessa, fino ad aggiungere: «La morte è l’ingresso nell’altro mondo, non solo in senso letterale. Secondo la maggioranza delle teorie sulla religione primitiva, gran parte dell’ispirazione religiosa, se non tutta, è derivata di lì; e in ciò le opinioni ortodosse sono del tutto corrette… La morte e la sua negazione, l’immortalità, hanno sempre costituito, e costituiscono tuttora, il tema centrale delle aspettative future dell’uomo».

Tra gli aspetti più scontati del cristianesimo, e tra quelli storicamente di maggiore presa popolare, c’è sempre stata la prospettiva di potersi procacciare una vita migliore nell’aldilà. Anzi, le generazioni meno giovani conservano viva la memoria di una predicazione cristiana quasi totalmente incentrata, da un lato, sulle realtà ultime e definitive e, dall’altro, sugli scenari perennemente incombenti sul vissuto quotidiano del post-mortem, detti alla latina Novissimi (il termine ha origine da Siracide 7,40). In latino, la parola novissimi non si riferisce, come si potrebbe intuire, alle cose più nuove, ma alle cose ultime, quelle finali e definitive.

Così, morte, giudizio, inferno, paradiso, ma anche il purgatorio che, in realtà, per il catechismo cattolico tecnicamente non ne fa parte – e rappresenta anzi una pietra d’inciampo in chiave ecumenica (le Chiese ortodosse, ad esempio, non credono nell’esistenza del purgatorio, e leggono severamente la scelta cattolica di inserirlo fra i possibili esiti del post-mortem) –, per lunghi secoli, sono stati posti costantemente (e dantescamente) davanti agli occhi e alle menti dei fedeli cristiani come luoghi veri e propri, situati di volta in volta realmente negli abissi sotto terra o in alto, fra le nuvole nei cieli, utilizzati come spauracchi sempre in grado di destare nei devoti pungenti preoccupazioni, sollecitudini e timori di ogni sorta.

Probabilmente anche in ragione di tali paure quotidianamente agitate nella catechesi per i bambini e nelle omelie per i loro genitori, il discorso sui Novissimi ha con il tempo finito per essere screditato, tanto che su di esso oggi sembra regnare il silenzio, un oblìo, se non persino una vera e propria rimozione, più o meno voluta e più o meno compresa nella sua portata.

Intendiamoci, il fenomeno travalica i confini di quelle che furono in passato le terre cristiane: sono le religioni nel loro complesso, un po’ tutte e un po’ dappertutto, che si trovano oggi in un discreto imbarazzo, quando sono costrette a farlo, a parlare dell’aldilà con qualche cognizione di causa.

Il morire nelle religioni

Come scrive il filosofo Roberto Mancini: «Molti sono disposti a credere in un Dio immaginato come entità suprema, pochi credono nella felicità e nella salvezza. Molti temono l’inferno, pochi sperano la risurrezione. Così, invece di accogliere la vita vera, la costeggiamo dal di fuori, feriti dalla paradossale nostalgia per ciò che ancor non abbiamo mai scoperto». Evidentemente, si tratta di una questione molto seria, e da affrontare con la dovuta attenzione (e sensibilità).

Riguardo al morire, quali sono le differenze più significative fra tradizione ebraico-cristiana, islam e religioni orientali?

È evidente che fra la cultura e le religioni occidentali (in cui è lecito inserire le cosiddette religioni monoteistiche) e quelle orientali si siano sviluppate visioni diversificate – e quasi speculari – del dolore e della morte.

Da una parte, nel cristianesimo e nella cultura occidentale, il morire è stato percepito come un dramma unico, una tragedia che non ha eguali. La morte è la fine dell’uomo, e anche se il cristianesimo invita a pensare alla risurrezione e alla vita nuova con Cristo oltre la morte, permane immancabilmente nel cristiano un senso di fallimento, di una perdita che produce angoscia e, talvolta, disperazione.

Non si è in grado di sopportare il pensiero della morte, e spesso si è rinviato al fatto che, se ha causato paura a Gesù stesso che ha pregato il Padre, se gli fosse stato possibile, di allontanarne il calice (Lc 22,42), non si vede perché esso non debba spaventare anche i suoi seguaci.

Dal punto di vista orientale, ciò che mancherebbe all’orizzonte cristiano – su tale versante – è una visione a più ampio respiro: nel pensiero del cristianesimo si sarebbe prodotta una simile situazione di sofferenza percependo la morte come male assoluto perché si è dato un eccessivo valore all’individuo, alla persona, fino a sfociare in un antropocentrismo assoluto che tende a sconfinare pericolosamente in un assoluto ego-centrismo (è degno di nota che lo stesso papa Francesco, nell’enciclica del 2015 Laudato si’, parli di un «eccesso di antropocentrismo» nella cultura attuale, al n.115).

Ora, se tutto si concentra sull’uomo, principe del creato, è logico che, nel momento in cui l’esistenza umana subisce uno scacco di così enormi proporzioni, un simile evento venga sentito in maniera tragica, come una catastrofe irreparabile. Più l’uomo viene enfatizzato come il punto di convergenza di tutto ciò che esiste nell’universo e più la sua scomparsa individuale apparirà come innaturale e drammatica.

Dall’altra parte, un secondo atteggiamento che il cristiano – ma più propriamente l’uomo occidentale – assume nei confronti della sofferenza e della morte è un comprensibile atteggiamento di rifiuto. La morte non la si può accettare: è un non-senso radicale, anzi, il non-senso per eccellenza, per cui si fa ricorso a stratagemmi in grado in un modo o nell’altro di far sembrare che la morte non esista, o sia appena un incidente fortuito nel corso di una malattia.

L’odierna, generalizzata ospedalizzazione della morte, da questo punto di vista, andrebbe considerata un espediente per eliminarne il mistero. Scrive Edgar Morin: «Il cristianesimo è l’ultima religione di salvezza, l’ultima che sarà la prima, quella che esprimerà con più forza, con più semplicità, con più universalismo, la chiamata all’immortalità individuale, l’odio della morte. Essa sarà determinata unicamente dalla morte: il Cristo illumina ciò che riguarda la morte, vive della morte…».

Le religioni orientali, e la maggior parte delle religioni tradizionali, vivono in un’altra dimensione. La sofferenza, la pena prodotta dal dolore, la morte sono rielaborate in un altro orizzonte. La visione cosmocentrica che vi predomina ha favorito infatti la nascita di una mentalità diversa, secondo cui l’uomo è parte dell’universo e va compreso nell’insieme di tutte le altre realtà esistenti..........

(continua)

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cat. CHIESA E TEOLOGIA

José Ignacio González Faus
Eresie attuali del cattolicesimo
Ed. EDB, Bologna 2019

Eresie del cattolicesimo odierno

di Andrea Lebra

Il titolo, decisamente provocatorio, aveva attirato, al momento dell’uscita, la mia attenzione in libreria. Dopo aver letto a pagina 5 che il saggio era dedicato dall’autore ad amici credenti e non credenti che lo hanno aiutato ad interrogarsi senza paura per ripensare e purificare la sua fede, sempre distorta quando si cerca di «tradurla nelle nostre povere parole umane», non ho avuto dubbi nell’acquistarlo, con l’intenzione di leggerlo quanto prima. Rimasto per parecchi mesi dietro la fila di altri volumi del mio (disordinato) studio, solo in questi giorni di forzato isolamento domiciliare da pandemia mi è stato possibile portarlo alla luce e leggerlo con grande interesse.

Sto parlando del libro Eresie attuali del cattolicesimo, edito in Spagna nel 2013 e pubblicato lo scorso anno in italiano dalle Edizioni Dehoniane di Bologna, di Josè Ignatio Gonzàlez Faus, gesuita e docente emerito di teologia sistematica alla Facoltà di Teologia della Catalogna (Barcellona) e all’Università Centroamericana di El Salvador, autore, sempre presso EDB (prima edizione 1995, edizione economica 2012), di I poveri, vicari di Cristo, una ricca e illuminante antologia di testi della tradizione cristiana sulla dignità dei poveri nella Chiesa.

Le “eresie” prese in considerazione sono quelle che la tradizione teologica considera “materiali” o “inconsce”, distinguendole da quelle formali che si traducono in negazioni consapevoli e deliberate di aspetti fondamentali del messaggio cristiano.

Il libro – scrive l’autore nell’Introduzione – «non intende accusare direttamente nessuno di eresia» (p. 13). Esso vuol essere piuttosto una “confessione” e le eresie da smontare sono quelle che lui, teologo, ha scoperto in se stesso, avendo avuto «l’immensa fortuna di stare molto in contatto con le fonti cristiane» e di dialogare con i suoi fratelli nella fede. «Penso che questa immensa fortuna mi obblighi a cercare di fare un servizio ai miei fratelli di oggi che non sono stati così fortunati, e che così tanto e spesso discutono intorno alla propria fede» (p. 15).

Dieci sono le eresie inconsce e inconsapevoli che il teologo spagnolo scorge nel cattolicesimo contemporaneo e che «possono distruggere l’identità cristiana» (p. 16): tutte – a me pare – piuttosto diffuse, con modalità forse neppure tanto inconsce e inconsapevoli, nelle nostre comunità e nella mentalità dei credenti.

Il monofisismo e l’apollinarismo latenti

La fede cristiana è fondata su un’affermazione paradossale: Dio, che nessuno ha mai visto (Gv 1,18), si è umanizzato nella storia, nella vita e nelle azioni di quell’ebreo che è stato Gesù di Nazaret, vero Dio e vero Uomo, la cui esistenza nella Palestina del primo secolo può essere affermata con certezza grazie ai dati abbondanti e sicuri che possediamo e che si riferiscono a quello che ha fatto e insegnato.

È piuttosto diffusa tuttavia la visione che concepisce solo la divinità di Gesù a scapito della sua umanità, che porta i segni della sofferenza, dei limiti e della morte, con la conseguente spogliazione – come attesta la lettera ai Filippesi 2,7 – della sua condizione divina (p. 26)

È una concezione che può assumere la forma di un monofisismo latente (p. 18): in Gesù la natura umana viene assorbita nella natura divina fino a scomparire in essa, come una goccia di vino che cade nell’immensità dell’oceano (p. 18, nota 3). Ma questa visione potrebbe anche assumere la forma di un apollinarismo latente: Gesù è stato, sì, una persona in carne ed ossa, come qualsiasi altro essere umano, ma non aveva una struttura psicologica umana come la nostra, soggetta, quindi, alla fragilità, all’angoscia, alla paura o al senso di fallimento (p. 19).

Ignorare i poveri

Come ricordava nel secondo secolo Ignazio di Antiochia ai cristiani della Chiesa di Smirne, chi non crede che Gesù sia venuto nella carne e sia stato condannato a morte «non si cura della carità, né della vedova, né dell’orfano, né dell’oppresso, né di chi è prigioniero o libero, né di chi ha fame o sete».

«L’eresia precedente – scrive Josè Ignatio Gonzàlez Faus – ci porta, quindi, in maniera quasi automatica a quest’altra»: negare l’eminente dignità dei poveri nella Chiesa (pp. 33-34).

La Chiesa è fedele a Cristo nella misura in cui è fedele ai poveri (p. 34). I poveri, infatti, come disse il 23 agosto 1968 Paolo VI ai campesinos colombiani (p. 41), sono un segno, un’immagine, un mistero della presenza di Cristo. In essi la tradizione della Chiesa – sono ancora parole di Paolo VI – riconosce il sacramento di Cristo in perfetta corrispondenza analogica e mistica con il sacramento dell’eucaristia.

Ma vi è di più. Il titolo classico di “vicario di Cristo”, che Innocenzo III nel XII secolo riservò al papa, veniva in precedenza attribuito ai poveri. Ce lo testimonia una lettera indirizzata a Ralph de Warneville, vescovo di Liseux, da Pierre de Blois, uomo di stato e teologo, che fu cancelliere del vescovo di Canterbury e visse nel XII secolo tra la Francia e l’Inghilterra: «Il povero è il vicario di Cristo. E così come il Signore si duole di vedersi rifiutato e disprezzato nel povero, allo stesso modo lo rallegra il fatto di essere accolto nel povero» (p. 41, nota 7).

È un messaggio così chiaro, eloquente ed esigente, che nessuna ermeneutica ecclesiale ne può ridimensionare la portata.

La falsificazione della croce di Cristo

Pensare che sia Dio a mandare la sofferenza e la morte perché ci vuol bene è una bestemmia. L’idea che la croce di Cristo sia la soddisfazione infinita offerta a Dio per placare la sua collera causata dal peccato degli umani è qualcosa di mostruoso (p. 53). Dobbiamo essere grati all’indagine critica neotestamentaria per aver chiarito che la morte di Gesù non è una necessità metafisica della giustizia di Dio, ma la conseguenza delle sue scelte di vita (p. 69).

Gesù ha eliminato la faccia numinosa tremenda e violenta di Dio e ne ha messo in piena luce l’esclusiva faccia di amore, di benevolenza e di misericordia (p. 53). La giustizia del Dio rivelato da Gesù di Nazaret è la giustizia dell’amore, non la giustizia del dio spietato. Dio non vuole la morte del malvagio; vuole che egli viva in pienezza e si converta (p. 57). «Il dolore che vale è quello che è frutto di un amore così grande da non lasciarsi intimorire, né si tira indietro di fronte alle conseguenze della sua scelta di amare in maniera radicale», come ha fatto Gesù (p. 66).

La “cena del Signore” senza comunione e senza gioia

Una delle distorsioni più frequenti dell’eucaristia consiste nel separare completamente la materia (pane e vino) dal gesto (condivisione). Spezzare e distribuire il pane significa condividere i bisogni degli uomini e delle donne (di cui il pane è un simbolo primario). Passarsi la coppa tra fratelli e sorelle nella stessa fede è comunicarsi vicendevolmente la gioia (di cui il vino e un altro simbolo umano ancestrale) dell’essere figli e figlie del Padre celeste.

Uniti insieme, condivisione dei bisogni e comunicazione della gioia sono i gesti della solidarietà suprema. «E nel compimento di questi gesti ci viene data la garanzia di una presenza reale del Risorto nella nostra storia oscura» (p. 78).

«La funzione dell’eucaristia è eucaristizzare la Chiesa perché questa, a sua volta, sia capace di eucaristizzare il mondo» (p. 82), spingendo ogni credente a farsi pane spezzato e condiviso per gli altri e dunque anche ad impegnarsi per un mondo più giusto e fraterno (p. 79).

La separazione tra fede e vita

«La fede cristiana viene deturpata quando la si trasforma in una dottrina teorica o in una religione rituale» (p. 93) e degenera in una gnosi.......

(continua)

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cat. ROMANZO 

Jan Dobraczynski

Lettere di Nicodemo. La vita di Gesù

Morcelliana 2000

In questo romanzo Jan Dobraczynski ci offre una narrazione dei fatti evangelici riflessa nella coscienza di un contemporaneo di Cristo, Nicodemo, citato solo tre volte nel Vangelo. Nella finzione letteraria, egli scrive lettere a un amico, Giusto, nelle quali alle vicende familiari - l'amore per la moglie Ruth, gravemente ammalata, destinata alla morte dopo una terribile agonia - si intreccia la storia del suo incontro con Gesù.
Nicodemo è l'espressione della nostra coscienza di moderni, ed in realtà Cristo è presente e contemporaneo ad ogni generazione. Nostri si dimostrano i suoi dubbi, la sua simpatia per il Redentore frenata da riserve e da piccole viltà, il suo timore di un'adesione al Maestro che metta in pericolo l'autonomia intellettuale.
La parola conclusiva è all'amore del Redentore........

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cat. RELIGIONE E SOCIETA'

Giovanni Cucci

L’arte di vivere. Educare alla felicità

Ed. Ancora, 2020

L’arte di vivere”: il dono di sé può ancora battere la dittatura del Pil

Francesco Roat

Giovanni Cucci nel suo recente saggio “L’arte di vivere. Educare alla felicità” si interroga su come all’inizio del terzo millennio venga considerata la felicità in Occidente

Desideriamo tutti essere realizzati e soddisfatti, oggi come un tempo, ma in che consista la felicità ed in qual modo essa vada perseguita varia molto a seconda del periodo storico e della cultura di riferimento. Contrariamente alla modernità, ad esempio, gli antichi filosofi greco-romani non ritenevano affatto che l’uomo fosse felice solo se in grado di godere/possedere un certo numero di beni materiali, ma che l’arte del buon vivere (l’eudaimonia) consistesse in virtù quali la conoscenza di sé, la capacità di far fronte alle avversità grazie ad una ben temperata saggezza e la costante aspirazione al bene.

Giovanni Cucci, nel suo recente saggio dal titolo impegnativo de: L’arte di vivere. Educare alla felicità (Àncora), si interroga su come all’inizio del terzo millennio venga invece considerata/rappresentata la felicità in Occidente; ed una delle prime riflessioni emergenti è che nell’immaginario collettivo essa sia solitamente associata al denaro, al successo e alla fortuna. Eppure sembra proprio che nei Paesi ricchi la gente non sia più contenta di chi vive nei Paesi poveri; basti guardare le impressionanti percentuali di suicidi e stati ansiosi/depressivi che emergono dalle statistiche sul disagio esistenziale dei cittadini europei; per non parlare dell’utilizzo di psicofarmaci, in crescita impressionante sia in Europa, ma soprattutto negli Usa.

Eppure, nota Cucci, “Uno dei simboli più radicati nell’immaginario dell’uomo moderno è l’associazione tra felicità e ricchezza, con i suoi molteplici derivati (consumismo, potere, accumulo)”. Tale rapporto si rivela infondato, tuttavia continuiamo purtroppo a credere/illuderci che non sia così, sperando che tanto denaro possa farci felici, mentre è solo un mezzo per ottenere agi confortevoli ma non indispensabili. Nessuno, mi sembra ovvio, pensa che l’indigenza sia una condizione auspicabile per una vita quanto meno serena, però Cucci rimarca che essere poveri non equivale ipso facto a essere infelici. O almeno tutto dipende da cosa intendiamo per povertà. Se ci manca uno scopo nella vita, scarse o nulle sono le relazioni sociali e familiari, se difettiamo della capacità di far fronte a insuccessi, lutti e sconfitte (la cosiddetta resilienza) allora sì che una tale carenza implica infelicità.

Uno degli aspetti maggiormente deleteri del ritenere che un cospicuo conto in banca produca senz’altro il benessere esistenziale è pensare ‒ scrive ancora Cucci ‒ “che tutto possa essere convertito in denaro, che tutto abbia un prezzo, dagli ovuli, ai reni, alle persone, allo svago. Ma quando ciò avviene, la qualità della vita tende a svanire, perché irriducibile alla dittatura del Pil ”. Così, allorché l’uomo ‒ e la donna ‒ sono considerati una sorta di prodotti in vendita, vengono a scomparire alcuni tratti davvero umani e gratuiti, quali: “creatività, affetti, generosità, dedizione, passione, altruismo, intimità, tenerezza, condivisione”. Caratteristiche tipiche di una condotta all’insegna, se non della felicità, d’un comportamento magnanimo e ammirevole.

Una riflessione seria su cosa riteniamo possa farci felici non può fare a meno di porre in discussione i disvalori delle società occidentali capitalistiche: l’individualismo estremo, la rincorsa del successo ad ogni costo, la disattenzione per gli altri......

(continua)

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