Libri - Consigli per la lettura

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Sylvie Germain

UN PO' MORIRE

Ed. Queriniana. 2019

Dio è in cammino e visita ogni uomo

In un dialogo con André Breton, che gli chiedeva «Cos’è il tuo atelier?», lo scultore Alberto Giacometti rispose: «Sono due piccoli piedi che camminano». Il dialogo in verità si era svolto in un clima totalmente surrealista, dato che le risposte venivano date senza conoscere le domande. Ma la definizione non poteva essere più perfetta. Cosa contraddistingue infatti le sue sculture? La potenza e la bellezza dei piedi, che tengono ferme al suolo, a volte protese nel movimento e nello sforzo, le sue figure filiformi. La singolare conversazione è ricordata da Sylvie Germain, scrittrice e filosofa francese allieva di Emmanuel Levinas, nel suo ultimo saggio …un po’ morire, da poco tradotto da Queriniana (pagine 138, euro 13), una delle pochissime case editrici cattoliche - forse l’unica ormai - che ancora tengono alta in Italia la bandiera della teologia. L’avvio del libro spiega subito il titolo, che prende spunto dal detto 'partire è un po’ morire'.

Ma partire verso dove? E cosa vuol dire 'un po’ morire'? Interrogativi cui Germain, con penna ora delicata ora sferzante, risponde attraverso suggestioni e slanci spirituali che cercano, senza pretese assolutistiche, di delineare un cammino per l’uomo contemporaneo.

Di qui l’importanza dei piedi. «Innanzitutto - scrive Jacques Lacarrière in Chemin faisant( Strada facendo), citato dall’autrice -, canterò i piedi». Quei piedi che gli hanno fatto intraprendere un cammino fra i campi della Francia. E che hanno fatto dire a un altro scrittore, notissimo in Italia e amato Oltralpe, Erri De Luca: «Oggi so che il viaggio è una parola nobile e si riferisce solo a chi lo fa a piedi. Viaggio è cammino senza biglietteria e data di ritorno. Viaggiano i migratori che traversano a piedi Africa e Asia, per togliersi il bagaglio dalle spalle in faccia al Mediterraneo (…). Gesù si spostava a piedi. Salì sopra la nobile cavalcatura dell’asina solo per consegnarsi all’ultima stazione».

Allo stesso modo, Sylvie Germain rammenta che i profeti sono innanzitutto dei camminatori e che Cristo stesso ha camminato moltissimo, incontrando uomini e popoli, accettando con gioia l’ospitalità oppure scuotendo la polvere sotto i suoi piedi se veniva negata a lui e ai suoi discepoli. Una volta, come racconta il Vangelo di Luca, una donna peccatrice glieli lavò e unse con olio profumato in segno di rispetto e venerazione. Ma i piedi di Gesù sono anche quelli raffigurati da Mantegna nel quadro di Brera. Il Cristo morto, dal colore grigioverde, livido e coi segni della sofferenza inaudita, ha i piedi in primo piano.....

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Chiara Giaccardi - Mauro Magatti

LA SCOMMESSA CATTOLICA

Ed. Il Mulino, 2019

La scommessa cattolica: Dio fa festa per chi torna

La scommessa cattolica”, di Chiara Giaccardi e Mauro Magatti, lancia una sfida antropologica: la vita cristiana non si gioca nell’ossequio ai principi, ma nell’adesione ad una verità viva

La scommessa cattolica (il Mulino 2019), scritto a quattro mani con Mauro Magatti e frutto di un cammino condiviso con tanti, cerca di sparigliare le categorie rigide che hanno ingabbiato il dibattito, rendendolo a nostro avviso sterile: una battaglia che finisce col diventare ideologica e si aggiunge alle tante che alimentano il clima di generalizzata ostilità. È davvero impressionante constatare il livore con cui tanti cattolici entrano nel dibattito pubblico attraverso i social, su temi cruciali quali l’immigrazione, per esempio.

La scommessa non è identitaria, ma antropologica. Il cristianesimo, e in particolare il cattolicesimo che ne è la sua anima maggioritaria (in alleanza, e non in competizione con le altre), ha da dire qualcosa a questo tempo: una parola che fa bene a tutti, e non solo ai credenti, perché porta un contributo senza il quale si rischia di venire risucchiati, paradossalmente in nome della libertà, in un sistema tecnocratico che ci rende irrilevanti e disumani. A patto, però, che all’interno del cattolicesimo ci sia il coraggio di purificarsi dall’inessenziale e ritrovare, nell’infinita ricchezza della tradizione, ciò che può parlare al mondo di oggi e aiutarlo a non restare vittima dei suoi stessi successi. Dentro una unità che non è uniformità (a volte si ha quasi l’impressione che il “pensiero unico” tanto attaccato sia un sogno recondito di omogeneità senza dissensi anche dentro la Chiesa!), ma che è ricca proprio perché comunione di differenze. Come la Trinità – troppo spesso ce lo dimentichiamo.

Il tema della libertà è cruciale, almeno in due sensi.....

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Carlo Altini
LE MASCHERE DEL PROGRESSO.  Ascesa e caduta di un’idea moderna
Collana «I melograni», Marietti - Bologna 2018

1) Professor Altini, come si è espressa nel corso del Novecento la fede nel cambiamento?

Il Novecento è il secolo che con più vigore ha dato spessore al desiderio umano di mutamento. Nel passato i valori individuali e sociali erano quasi sempre dipendenti dall’idea di “tradizione”, considerata veneranda e degna di totale rispetto. A partire dalla fine dell’Ottocento, invece, tutto ciò che era “antico” è stato considerato vetusto e superato, non degno di alcuna fiducia: superiore alla tradizione era tutto ciò che l’homo faber poteva realizzare da sé, con il pensiero e con l’azione. Nel Novecento questo desiderio di mutamento si è espresso soprattutto sul piano culturale e politico, conducendo a una profonda trasformazione sociale: pensiamo all’emancipazione femminile, ai diritti umani, alle democrazie, ai diritti sociali. In alcuni casi questo desiderio di mutamento ha dato esiti nefasti – pensiamo al totalitarismo sovietico, per esempio – ma nella maggior parte dei casi esso riposava sull’idea che il progresso fosse la mèta dell’umanità, lontana e difficile da raggiungere e tuttavia sempre possibile, avendo di mira il perfezionamento del genere umano. Da alcuni decenni a questa parte, invece, il desiderio di cambiamento si è cristallizzato nell’idea di crescita economica o di sviluppo tecnologico; due prospettive che non hanno alcuna parentela con l’ideale morale e politico che ha fondato il desiderio di emancipazione dell’umanità in età moderna.

2) Che differenza c’è tra progresso, sviluppo e innovazione?

Lo sviluppo fa riferimento a un incremento di carattere soprattutto economico e quantitativo, mentre l’innovazione riguarda in particolare i mutamenti tecnologici che caratterizzano le nostre società contemporanee. In entrambi i casi, però, stiamo parlando di cambiamenti che non parlano della dimensione civile e politica della nostra esistenza, che è invece la caratteristica del progresso.....

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Giulio Meotti

NOTRE-DAME BRUCIA. L’autodistruzione dell’Europa

Giubilei Regnani editori, 2019

L’autodistruzione (inconsapevole) dell’Europa secondo Giulio Meotti

L'Europa sta morendo, solo che non se ne è accorta. Il primo segno? Non si fanno più figli. L'opera di Giulio Meotti raccontata da Gennaro Malgieri

 

L’Europa sta morendo, ma gli europei sono distratti, sembrano non accorgersene. E gettano il loro destino come se fosse un’inutile ingombrante carabattola. Conta il presente. Del passato non sanno che farsene. Del futuro non hanno la rbenché minima percezione. È come se si fossero costruiti una prigione che li tiene in qualche modo costretti a guardare attraverso le sbarre ciò che accade intorno a loro, il tempo e lo spazio che si assottigliano.

Diventano irrilevanti, mentre il mondo che era stato costruito da chi li aveva preceduti diventa babelico, preda di interessi famelici, oggetto degli appetiti di nuovi colonizzatori che appartengono ad altri universi culturali ed antropologici. Come nel passato, anche la civiltà europea è destinata a sparire nella maniera più lenta e cruenta: rinunciando ad esistere, a riprodursi attraverso le nascite, abdicando al ruolo che umanamente dovrebbe preservare. Negli anni Venti fece scalpore in Germania e in Italia il libro di uno studioso delle civiltà e della decadenza, Richard Korherr, significativamente intitolato Regresso delle nascite, morte dei popoli. In esso, applicando il metodo comparatistico, Korherr dimostrava come ed in qual misura l’infertilità voluta, programmata, motivata dall’egoismo e dall’assuefazione al soddisfacimento dei fittizi bisogni immediati, abbia fatto precipitare nell’abisso culture che avevano dominato vaste aree del pianeta e contribuito alla formazione della civiltà euro-mediterranea.

Oggi, nell’indifferenza dei popoli e delle loro classi dirigenti, sta accadendo la stessa cosa per cui non è improprio, né tantomeno allarmistico sostenere che il disfacimento dell’Europa sia legato a due fattori primari: la denatalità e la crisi identitaria. Tanto la prima quanto la seconda sono strettamente correlate e danno il senso al declino su cui non mancano di esercitarsi analisti capaci di scorgere tra le pieghe del malessere europeo quello che sarà l’avvenire di un Continente che anno dopo anno sembra assumere i connotati di una landa desolata nella quale pochi ricercatori tentano di tenere in piedi una certa idea dell’Europa che possa attrarre, con scarse speranze, è il caso di dire, soprattutto le giovani generazioni la cui evidente noncuranza di quello che sarà il loro domani nel contesto geo-politico e culturale che rapidamente sta mutando è il sintomo più doloroso di un declino inevitabile.

Tra gli osservatori più attenti alla mutazione europea da tempo si segnala Giulio Meotti, autore di diversi volumi dedicati agli aspetti della crisi strutturale afferenti alle questioni identitarie e demografiche soprattutto, che con il volume dal suggestivo titolo Notre-Dame brucia. L’autodistruzione dell’Europa (Giubilei Regnani editori, prefazione di Richard Millet. pp.144, euro 13.00), mette a fuoco le ragioni di una catastrofe annunciata da tempo e verso la quale la cultura europea, la politica degli Stati e quella parodistica dell’Unione hanno tenuto gli occhi chiusi.
L’incendio che nell’aprile scorso distrusse buona parte della cattedrale francese è la metafora, per Meotti, della fine dell’Europa.

Quell’evento, che scosse il mondo, non è stato “letto” come meritava: in fondo, per quasi tutti, a cominciare dai capi di Stato e di governo, non si trattò che di un deprecabile incidente. Eppure esso ha avuto e continua ad avere un significato altamente simbolico. Il fumo di Notre-Dame si è portato via un millennio di fede, di tradizione, di storia, di bellezza. Ed in un momento particolare, oltretutto: quando la visione del vuoto si è fatta più nitida, il senso di smarrimento più marcato, la defezione dal culto religioso delle memorie, pratica incivile che tiene le masse europee avvinte all’effimero.

Si ha l’impressione che Notre-Dame continui a bruciare davvero. E se ci vorranno dieci, quindici o vent’anni per restaurarla, poco male: resterà la sensazione che quelle fiamme sono state l’ammonimento tragico per gli europei inconsapevoli che non si avvedono di tante altre distruzioni che giorno dopo giorno attorno a loro creano un allucinante paesaggio di rovine.....

(continua)

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