Libri - Consigli per la lettura

Ecco alcuni consigli per la lettura

FEDE E SPIRITUALITA

 

Massimo Recalcati

Il grido di Giobbe

Ed. Einaudi, 2021

 

 

Il Dio di Giobbe, ferita e benedizione

Luigino Bruni

L’ultimo saggio di Recalcati offre nuove domande e nuovi sguardi sul grande racconto biblico: centrale la critica alla teologia economico-retributiva

 

«Facendosi uomo e indossando la nostra sofferenza ben oltre il limite stesso patito da Giobbe, il Dio assente si è fatto Dio presente, ha rimediato all’assurdo della sua inaccessibilità, si è giustificato, si è insomma riscattato. In Cristo si redime Dio: ovvero, il Signore ha potuto pronunziare il suo perdono solo dopo che sulla croce si è fatto perdonare». Così Mario Pomilio, nel suo romanzo Il Natale del 1833, immagina le riflessioni sulla fede che Alessandro Manzoni avrebbe maturato in seguito alla morte di sua moglie Enrichetta Blondel, avvenuta il 25 dicembre del 1833. Il libro di Giobbe è un libro che ha molto ispirato scrittori, filosofi e artisti, forse perché è il libro dove la poesia raggiunge vette molto alte, e forse perché è un libro aperto, ambivalente, quindi generativo. Per me il passaggio attraverso Giobbe ha rappresentato un salto etico nel modo di intendere il mio mestiere di studioso e di uomo. E ogni volta che torno su Giobbe - capita spesso, perché Giobbe è un amico che una volta fatto entrare dentro casa non esce più - ne colgo dimensioni nuove, rettifico idee. Giobbe si rilegge, e le seconde e terze battute sono quelle più buone.

Anche la lettura del breve e appassionante saggio di Massimo Recalcati ( Il grido di Giobbe; Einaudi, pagine 96, euro 15,00) ha offerto nuove domande e nuovi sguardi attorno al grande racconto di Giobbe. Un libro che merita di essere letto e discusso da tutti gli “amici” di Giobbe: «Di fronte al destino che si accanisce contro la sua vita, egli non sceglie però la via del sacrificio rassegnato di se stesso, quanto quella del grido. Egli desidera incontrare il Dio che ha rotto il patto per chiedere le ragioni di questa disdetta drammatica». Per Recalcati, però, «quando finalmente, al termine del libro, avviene l’incontro con Dio in persona, […] Giobbe deve così rettificare la sua posizione convertendosi a una nuova versione della fede». Questo è il muro maestro dell’interpretazione che Recalcati ci dà del libro di Giobbe.

La nuova visione della fede alla quale Giobbe si convertirebbe sarebbe una fede dove è cambiata «la sua idea della Legge. Egli stesso è stato, in fondo, il primo prigioniero dell’illusione della teologia retributiva. L’estrema rettitudine della sua esistenza era stata ripagata da altrettanta soddisfazione e fortuna. L’incontro con Dio, rivelandogli l’illimitatezza della sua potenza che non può essere ingabbiata in nessun calcolo […] costringe Giobbe a sovvertire la vecchia rappresentazione della Legge» ......

(continua)

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FEDE E SPIRITUALITA

 

J. Pieper

Filosofia contemplazione saggezza

LAS, Roma, 2016

 

 

Di Stefano Parenti

 

Pieper ci dice che la sfida consiste nel trasformare la nostra quotidianità in vita contemplativa, ovvero, in ricerca costante ed ardente della Grande Presenza.

 

Per chi ha voglia di investire sei euro in una buona lettura (può essere un’ottima occasione per allenare il coraggio, in un mondo tablettizzato e rincretelevisionato) consiglio un piccolo volumetto dal titolo: Filosofia contemplazione saggezza” (LAS, Roma, 2016, 70 pp.). L’autore è il celebre Josef Pieper, filosofo cattolico poco amato dal grande pubblico, ma ben apprezzato da personaggi a dir poco interessanti quali Benedetto XVI, ad esempio, che di lui disse: “Gli scritti di Josef Pieper sulle virtù cardinali sono stati una delle mie prime letture filosofiche […]. Hanno risvegliato in me il piacere per il pensiero filosofico, la gioia per la ricerca razionale delle risposte alle grandi domande della nostra vita. Mi hanno anche insegnato che i grandi pensatori del tempo passato, con la loro lotta per la verità, sono assolutamente attuali e che la filosofia non invecchia se è rettamente e umilmente sulla via della verità. Da allora in poi non mi sono più perso nessun libro di Pieper e dalla loro lettura ho tratto profitto e ristoro” (cfr. Cristianità, n. 354, 2009).

Il testo che recensiamo raccoglie cinque saggi brevi scritti in momenti diversi della vita dell’autore. Tutti sono accomunati da un fil rouge, come scrive il curatore Mario Tamburini che li dedica alla memoria di don Francesco Ventorino (in arte: don Ciccio), ovvero “dall’attività del «vedere», dal «guardare»” (p. 65). Nel solco della tradizione aristotelico-tomista, ma con interessanti accenti ai migliori insegnamenti platonici, Josef Pieper propone una filosofia strettamente ancorata agli aspetti più importanti della vita umana, quali la felicità, la saggezza, l’amicizia, l’insegnamento e la contemplazione. Per lui il filosofo “non è tanto qualcuno che è riuscito con successo ad elaborate una visione del mondo ben sistematica. Egli è, piuttosto, qualcuno che è intento a mantenere desta una certa domanda, la domanda, cioè, del significato ultimo del reale nella sua totalità” (p. 41). L’uomo è interrogato dal mondo, che ne mette a nudo la sua incompletezza, ed a sua volta interroga la realtà per cercare il compimento di sé: “La filosofia scaturisce da una mancanza di cui non siamo padroni e che esige di essere saziata ben al di là del nostro volere” (p. 35). All’origine della conoscenza troviamo un desiderio di pienezza che coincide con la medesima spinta affettiva dell’Eros, di cui parla Platone: “nell’incontro erotico con la bellezza sensuale si risveglia una passione che non può essere placata nell’ambito di ciò che attiene ai sensi. Colui che è stato sconvolto da Eros intravede una promessa alla cui natura attiene di non potere essere mantenuta secondo la misura da lui stabilita” (p. 36). Risiede in questa tensione originaria alla conoscenza la necessità di distinguere, ma non di separare, la filosofia dalla teologia, che Pieper ripropone nell’adagio medievale secondo cui la prima è ancilla della seconda.

Da una prospettiva speculativa l’apporto di Pieper è davvero interessante perché testimonia la vitalità di una filosofia d’impostazione tomista che esalta gli accenti esistenziali (ma sarebbe meglio dire spirituali) del platonismo e, lungo questa linea, di sant’Agostino sino al Cardinal Newman. Una filosofia tutt'altro che antiquata, bensì al servizio dell’uomo contemporaneo, in grado di svelarne gli aspetti salienti, coniugando in un sapere organizzato psicologia e spiritualità, morale ed ontologia, natura e sovra-natura.

A tal proposito vorrei soffermarmi sul primo dei saggi presenti nel volume che ha per oggetto il tema umano per eccellenza: la contemplazione......

(continua)

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STORIA MEDIOEVALE

 

Norbert Ohler

I viaggi nel Medioevo

Ed. Odoya, 2020

 

 

Il viaggiatore medioevale tra fiere e preghiere

Franco Cardini 

 

Un saggio di Ohler indaga le diverse esperienze del viaggio e i grandi itinerari del sacro. Le figure principali dell’“homo viator”, il mercante e il pellegrino, non erano poi così distanti tra loro

 

Il viaggiatore del mediovo apparteneva a due categorie fondamentali: il mercante e il pellegrino. In fondo, si trattava di tipi non del tutto divergenti. Antropologicamente, tra il mercante e il pellegrino non c’era, poi, quella differenza che a prima vista si potrebbe immaginare. Con i proventi dei suoi viaggi, il mercante spesso finanziava, anche a sconto dei suoi peccati, belle chiese, grandi affreschi, splendide vetrate. Mentre i pellegrini, da parte loro, molto spesso mercificavano gli esiti del loro pellegrinaggio, magari con un traffico di reliquie, o semplicemente con il giro di affari che intorno alla loro peregrinatio si poteva creare. I regni sorti sulle rovine del mondo romano in Occidente mantennero a lungo una relativamente intensa attività di scambi e di commerci come racconta il volume I viaggi nel Medioevo di Norbert Ohler (Odoya, pagine 448, euro 24,00).

I greco- siriani, in grado di occupare vaste porzioni urbane nella grande area portuale mediterranea, restarono a lungo gli operatori commerciali delle numerose città della Gallia meridionale e della Spagna visigotica, zone in cui dovettero mantenersi le fiere (nundinae) ed i mercati che la legislazione tardoantica testimonia. Le città portuali nelle quali più a lungo si mantenne la legislazione romana, con le sue precise prescrizioni circa le dogane ed i magazzini, conservano ancora per il VII secolo le tracce dell’esistenza di thelonarii (mercanti locali), a riprova della continuità di una prassi che aveva visto cooperare nell’attività mercantile individui sia stranieri sia indigeni, i quali poi distribuivano le merci nell’interno. I quartieri commerciali che avevano caratterizzato i principali centri mercantili del mondo romano-bizantino, sopravvissero forse più a lungo di quanto non si sia abituati a pensare, e Gregorio di Tours ci informa dell’esistenza di una simile area specializzata anche nella Parigi merovingia. È del resto in questo stesso contesto che si incontrano non solo le prime fiere, ma anche la nuova funzione cui esse assolsero nel quadro economico del tempo. La grande fiera di Saint Denis istituita da Dagoberto I ebbe come scopo quello di costituire un importante cespite di entrate per l’abbazia omonima, che usufruiva per concessione regia di tutte le gabelle e le entrate che in quei giorni si raccoglievano. Nel-l’VIII secolo Childeberto III ricordava il rilievo internazionale assunto dalla fiera, verso la quale confluivano mercanti sassoni e di altre nazioni.

Questo tipo di protezione regia accordato a grandi abbazie prossime ai centri commerciali nel giorno in cui ricorreva la festa del loro santo eponimo o la commemorazione liturgica della fondazione, pur se più evidente nelle epoche successive, testimonia degli adeguamenti strutturali del-l’attività commerciale ai nuovi centri di aggregazione del potere territoriale, confermando l’esistenza di una molteplicità di livelli: da quelli prettamente locali - legati allo smercio delle eccedenze di una proprietà signorile o di un villaggio - fino a quelli stimolati dalla domanda di centri urbani maggiori, capaci di catalizzare un’offerta mercantile più vasta. Occasionale o periodica, come nel caso delle fiere, la mobilità mercantile sopravvisse fino alla stagione della rinascenza urbana dell’XI secolo. A partire dall’XI-XII secolo, per favorire gli scambi, si crearono in tutta Europa mercati periodici o stagionali che si tenevano in varie città di solito nei giorni consacrati alla festa dei santi patroni locali (e per questo, da feria, 'festa', prendevano il nome di fiere).

Le più famose avevano luogo in sei città della regione franco-orientale della Champagne, dove ogni centro ospitava il mercato per la durata di sei mesi. in questo modo, si aveva almeno una grande fiera aperta ogni giorno dell’anno. Il viaggiatore medievale per eccellenza, però, era il pellegrino. Il mondo cristiano ha espresso nella concezione dell’homo viator, del viaggiatore, il simbolo della ricerca spirituale che nondimeno si esprime talvolta anche nei termini d’un reale ed effettivo spostamento da un luogo all’altro. Il termine 'pellegrino' poi, deriva dal verbo latino peragere che è quanto mai ricco di significati: da quello di 'muoversi con inquietudine, senza tregua' a quello di 'condurre a termine' (e quindi 'perfezionare', ma anche 'morire'). Il peregrinus non è semplicemente l’hospes, lo 'straniero'. La parola peregrinus esprime l’estraneità e al tempo stesso l’estraneamento e lo spaesamento. Il pellegrino è tale in quanto straniero nella terra nella quale giunge; ma al tempo stesso l’espressione che lo qualifica è ambigua al punto tale da poter.......

continua)

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ROMANZO BIBLICO

 

Simona Riccardi

Agar e Sara. Madri nella fede 

Ed. Paoline, 2021

 

In prima persona

«Agar e Sara» di Simona Riccardi

di Saverio Simonelli

 

È un romanzo di voci. Un romanzo di intensità che non solo grazie al calore millenario e fondativo che la vicenda biblica ancora diffonde nei secoli riesce a portarci dentro una storia talmente emblematica da sfidare la penna a raccontare lasciando i protagonisti liberi di far trasparire se stessi. Agar e Sara. Madri nella fede (Milano, Paoline, 2021, pagine 152, euro 12), di Simona Riccardi è quindi un romanzo di prime persone, al cospetto di una vicenda unica ma che potrebbe essere letta come quella di tante donne e che quindi ha anzitutto il merito di riportare il lettore a una confidenza con la Bibbia, un rapporto di immedesimazione che spesso in testi di questo genere va irrimediabilmente perduto o, forse intentato, ritenuto superfluo.

Il romanzo è invece sfrontato e diretto, concepito come una sorta di piece teatrale. Come fosse da recitare dal vivo, come se le due protagoniste dovessero alternarsi sulla scena non solo a esprimere il proprio punto di vista su una vicenda che le accomuna, ma perché la pretesa unicità della propria storia è complementare all’altra in un intrecciarsi di situazioni eventi, pulsioni, desideri che non possono fare a meno di contenere lo sguardo, il tessuto intimo della controparte.

Ed è proprio da qui che Simona Riccardi parte per affrontare a viso aperto la sua scommessa che a chiunque si cimenti con una qualsiasi della “Storia delle Storie” potrebbe sembrare un azzardo. Il testo punta le sue risorse lessicali e stilistiche sul piano dell’intensità e rischia: rischia immagini fulgide, aggettivazioni cariche di rimandi paradigmatici, pensieri che sfidano le profondità dell’animo, quelli che al giorno d’oggi spesso sembrano patrimonio retorico di altre epoche e che evitiamo a cuore troppo leggero di tenere in conto.

È la Bibbia, dice invece in trasparenza il testo, la Bibbia ci ricorda che ogni pensiero, ogni azione è il nostro qui e ora dove si gioca la nostra umanità. Tutta. Senza compromessi. E le due donne se la giocano eccome la propria umanità: questo è uno dei pregi del romanzo. E noi, leggendo, non possiamo non empatizzare con la insolubile alterità della situazione, del pensiero, dell’essere e della vita delle due protagoniste in competizione nell’atto generativo per eccellenza: quello della responsabilità tutta naturale e assieme tutta metafisica di dare la vita.

Agar e Sara vogliono profondamente questo privilegio per sé e mentre sanno di donare ad Abramo la discendenza sanno anche che quel dono è comunque parte di sé stesse e che nessuna circostanza potrà estirpare questa certezza ambiguamente meravigliosa che è generare dalla propria carne un pezzo di sé che non ci apparterrà più continuando ad appartenerci, segno sublime di quella ambiguità che è destino per sempre dell’umano......

(continua)

 

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