Stefani, GLI UNI E GLI ALTRI

Stefani, GLI UNI E GLI ALTRI

Piero Stefani

«GLI UNI E GLI ALTRI». La Chiesa, Israele e le genti. Una ricerca teologica

Ed. EDB, Bologna, 2017

Riprendo l’editoriale della rivista SeFeR 165, gennaio-marzo 2019, dedicato ai settant’anni del biblista e teologo Piero Stefani, figura tra le più qualificate nel panorama del dialogo ebraico-cristiano in Italia

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dalla Redazione di SeFeR - aprile 2019

Noi di SeFeR siamo legati da un’amicizia multidecennale con Piero Stefani, che è stato nel tempo e a un tempo condiscepolo e maestro, collaboratore e fedele lettore, compagno di viaggio sempre disponibile all’ascolto e all’intervento.

Da sempre coinvolto nel dialogo cristiano-ebraico, Stefani è biblista di vaglia, profondo conoscitore dell’ebraico biblico e del greco neotestamentario nonché della storia della chiesa, ma è anche filosofo, specificamente filosofo delle religioni (verrebbe da dire della «religiosità», alla Buber); la combinazione di queste competenze lo ha portato a occuparsi di teologia, nel senso più alto del termine. Quest’anno compie settant’anni, una soglia di maturità umana e intellettuale, attestata dalla vastissima produzione scientifica e divulgativa in materia di ebraismo e di Bibbia.
Nel nostro piccolo, con questo numero vorremmo celebrare il suo contributo al dialogo e agli studi biblici, assolutamente unico e originale nel panorama della ricerca teologica italiana. Avessero tutti i teologi cattolici in Italia un decimo della sua sensibilità verso il mondo ebraico e del suo rigore di esegeta verso le Scritture!
A guardarsi bene attorno, si fatica a riconoscere percorsi di ricerca teologica che abbiano davvero recepito le novità di Nostra aetate e dei documenti magisteriali che l’hanno sviluppata; si fatica a rintracciare maestri che abbiano osato affrontare i dilemmi teologici che, nel cristianesimo, l’abbandono della «teologia della sostituzione» ha comportato; si fatica a trovare intuizioni nuove ma solidamente radicate nelle fonti antiche e costitutive della vita ecclesiale, tali da articolare una nuova coscienza cristiana dinanzi al valore permanente dell’elezione di Israele. Crediamo che Stefani sia uno dei pochissimi che abbia osato e fatto avanzare la riflessione teologica in tale direzione.

 

Nell’ultimo decennio, se ci è permesso un giudizio, solo due sono state le ricerche davvero innovative e fondamentali su questo fronte, forse “il fronte” più difficile e complesso (difficile perché complesso): il volume collettaneo Gesù Cristo e il popolo ebraico.

Interrogativi per la teologia di oggi, con prefazione del cardinale Kasper, pubblicato in inglese e poi tradotto in italiano, edito dal Pontificio Istituto Biblico a cura di Joseph Sievers nel 2012, 416 pagine, frutto di una pluriennale ricerca accademica iniziata a Roma nel 2005; e più recentemente, il volume di Piero Stefani intitolato «Gli uni e gli altri». La Chiesa, Israele e le genti.

Una ricerca teologica, edito nel 2017 dalle Edizioni Dehoniane di Bologna, circa 300 pagine di rigorose analisi e proposte per uscire dal vuoto teologico lasciato nell’ecclesiologia cattolica, e più in generale cristiana, dalla giustamente dismessa «idea sostituzionista».
Non è facile immergersi in queste pagine, ma è necessario: ai pastori e ai teologi delle chiese, a chi ha a cuore un nuovo orizzonte dialogico. Per questo abbiamo chiesto ad altri amici di riflettere ad alta voce su questo libro e in generale sul contributo di Piero Stefani. «Gli uni e gli altri», il cui titolo deriva da Efesini 2,17-18, non è un testo su Israele o sul dialogo, è un testo sull’autocoscienza ecclesiale e sullo statuto della Chiesa dinanzi a Israele e alle genti.

Si può dissentire, naturalmente, ma non si potrà più ignorare in futuro.


Mentre onoriamo lo studioso, che ci è amico e maestro, riportiamo un passo del suo libro che suona pregnante e sintetico della sua prospettiva: «La Parola diretta al popolo ebraico ha in se stessa risonanze universali. L’apertura alle genti compiuta dal kerygma evangelico, lungi dal negarla, addirittura presuppone la peculiarità d’Israele. La prospettiva è formulabile con una semplicità addirittura disarmante: proclamando che Gesù Cristo è morto e risorto secondo le Scritture, la Chiesa annuncia alle genti sia la Bibbia sia l’elezione di Israele; così facendo, essa rivela ai gentili che vengono alla fede tanto la possibilità loro concessa di credere a Cristo senza diventare a loro volta ebrei, quanto la necessità di affermare il nesso perenne che li lega a Israele. Le Chiese cristiane sono nelle condizioni di proclamare in modo fedele e non antigiudaico la Parola dell’Antico e del Nuovo Testamento unicamente quando affermano tanto la perennità dell’elezione ebraica quanto la conseguente perdurante validità della distinzione teologica tra Israele e le genti» (p.166).
 

Certo la riflessione teologica è e deve restare aperta, ma questa apertura non può divenire una retorica «domanda senza risposta», che inevitabilmente indurrebbe – per pigrizia o malafede – a riprendere in forme più soft gli schemi sostituzionistici del passato, dichiarati erronei dal Concilio, dal magistero petrino e dal sensus fidei contemporaneo.
Il contributo di Piero Stefani è dunque una pietra miliare per «continuare a cercare».

Per gli amici ebrei sia un momento di ascolto del serio travaglio interiore degli amici cristiani.