Il ritorno della teologia ‘politica’: un rischio per la fede
Ancora l’ennesima critica di Trump a Papa Leone XIV: la pretesa del Presidente americano di usare la religione ai suoi fini strategici.
L’asservimento delle religioni alle strategie politiche è una caratteristica di questo nostro tempo presente; ormai le notizie di cronaca ci parlano delle molte guerre tra nazioni e culture differenti ma anche guerre tra religioni dello stesso credo.
Tutte guerre combattute ‘nel nome di Dio‘: Trump, Putin, il Patriarca ortodosso Kirill, Netanyahu, le massime autorità iraniane, l’intero fondamentalismo islamico nelle sue svariate denominazioni.
In Occidente poi, terra di antica tradizione cristiana, sembra di aver fatto un passo indietro nella nostra storia e di essere tornati al tempo della Lotta per le Investiture, alla Cattività avignonese, al cesaropapismo dell’imperatore che interferiva nelle votazioni del Conclave o nella nomina dei Vescovi, “era il tempo del potere imperiale che combatteva contro il potere papale per sottometterlo a sé, ma è anche del potere papale che lottava contro quello imperiale per affrancarsi dalla soggezione ad esso e per avere a sua volta autorità su di esso. Se la Chiesa agiva scomunicando, l’imperatore agiva nominando antipapi.” (C. Cardia, Le due spade nel medioevo e il conflitto fra papato e impero).
Nel suo libro scritto nel 1821 (Le cinque piaghe della Chiesa cattolica) Antonio Rosmini definiva l’ingerenza della politica nella Chiesa come la piaga più grave.
Un ritorno, dunque, alla teologia ‘politica’ cioè alla teologia funzionale e asservita al potere mondano, una teologia che appartiene al passato dell’Occidente e che ha provocato conflitti sanguinosi che ‘ne hanno offuscato la storia gloriosa e corrotto i suoi valori fondamentali‘ e che hanno segnato in modo indelebile la sua stessa storia.
Possiamo, quindi, definire la teologia ‘politica’ come quella teologia che non si pone più il compito di rendere ragione della propria fede ma che diviene ideologia al servizio ed uso del potere.
Nella teologia ‘politica’, religione e potere sono i due termini che non possono stare l’uno senza l’altro perché “non c’è religione senza potere e non c’è potere senza religione. Tra i due il potere è il polo destinato ad assorbire l’altro. In una teologia politica il chierico diviene sempre il cappellano del principe. La teologia politica sacralizza il potere e mondanizza la religione“. (M. Borghesi, Critica della teologia politica. Da Agostino a Peterson: la fine dell’epoca costantiniana” Marietti 2019)
Ancora, come nel passato, assistiamo dunque al pericolo di una fede che rischia di essere assorbita dalla politica.
Ma il Vangelo non conosce alcuna teologia ‘politica’.
Il Vangelo narra della vita di Gesù e non racconta ‘grandi eventi’.
Gesù di Nazareth rivela il Padre e il suo Regno solo e unicamente attingendo alla ordinarietà della vita quotidiana.
Il Vangelo non è il manifesto di grandi avvenimenti, non vi è nessuna relazione con la politica che regola i rapporti tra i popoli, nessun manifesto inaugurale di un nuovo corso della società, nessuna campagna militare decisiva, nessuna rivoluzione della forma dello Stato, nessuna legge costituzionale, nessun evento collettivo di trasformazione economica, geopolitica, finanziaria.
In prospettiva al Regno annunciato da Cristo, gli eventi che sono decisivi per la salvezza, quelli che sono discriminanti per il Regno escatologico, sono gli eventi della vita ordinaria, quelli unicamente tratti dai gesti quotidiani della vita.
“Non un solo tema delle parabole, non un solo miracolo, non un solo gesto di Gesù escono dal cerchio di questa figurazione della storicità: storia dell’accadimento quotidiano, non storia dei grandi eventi. Qui accadono l’assoluto e il decisivo! Proprio qui si incontra Dio effettivamente e per sempre: oltre il cerchio chiuso delle filosofie e delle teologie della storia che ignorano la vita quotidiana, ponendo nella sfera dei grandi eventi del dominio storico e della trasformazione mondana i tempi e i luoghi dell’avvento di Dio. E’ nella vita quotidiana che veniamo giudicati in vista dell’eterno (Mt 25- Avevo fame…, Avevo sete…, ero prigioniero…). Lo strumento veramente universale di comunicazione della Parola e dell’Azione di Dio è il “topos” delle piccole/grandi azioni della vita ordinaria: dalla moneta perduta nella propria casa al bicchiere di acqua offerto al discepolo del Signore. (AA.VV, Dio nel mondo. Vita dello spirito nelle cose di ogni giorno, Glossa- Milano 2014)
Se, come disse Papa Francesco, il tempo della cristianità è ormai finito, non sembra invece finito il tempo delle guerre di religione.
Lo sa bene Papa Leone XIV: i sentieri di Dio sono altri, così come altre sono le sue strade.