Il Dio della pace e gli dei della guerra
Da un qualche tempo a questa parte, ci stiamo chiedendo perché riservare spazio a riflessioni destinate a incrementare il dibattito sulla guerra considerata come tale oppure su guerre specifiche attualmente in atto da ogni parte del mondo. Abbiamo parlato del conflitto tremendo che sta contrapponendo ebrei e palestinesi. A Gaza e in Cisgiordania continua a succedere quanto sta tra l’assurdo e il satanico. Se ci si sposta tra i confini che separano Russia e Ucraina, ritroviamo che cambiano gli scenari geografici e culturali. Tuttavia, non muta affatto il senso profondo degli accadimenti. Se poi si sposta sulla linea del tempo e si raggiunge il presente, si incrocia il conflitto che contrappone da una parte gli USA e Israele e dall’altra l’Iran e i suoi alleati mediorientali. Anche qui, purtroppo, quanto succede ancora una volta si colloca drammaticamente tra l’assurdo e il satanico.
Non ci interessa addentrarci all’interno dei meandri di quel mondo dal quale nasce la cronaca. Non ci interessa, quindi, studiare i comportamenti e le conseguenti ripercussioni pratiche. Ci interessa invece prendere seriamente in considerazione la comparsa sulla scena dei fatti di alcuni atteggiamenti che attengono direttamente alla sfera del sacro.
Conoscendo la storia, noi abbiamo ben presente il fatto che l’Occidente è più volte entrato in conflitti sanguinosi che hanno generato guerre di religione. Ha così finito per offuscare la sua storia gloriosa. Addirittura, è giunto a corrompere valori fondamentali da lui vissuti sia prima sia dopo in modo importante.
Oggi crediamo importante fermare l’attenzione su di un punto molto preciso. Governi assai diversi tra di loro per cultura e per religione hanno dichiarato guerra “nel nome di Dio”. Si tratta di Trump, di Putin, del Patriarca ortodosso Kirill, di Netanyahu, delle massime autorità iraniane. A fianco di loro ritroviamo l’intero fondamentalismo islamico. Tutti si sono ritrovati nel fare loro uno slogan “Dio è con noi“.
Noi riteniamo che questo fatto ci debba seriamente fare pensare, rifiutando luoghi comuni e superficialità. In particolare, superando il naturale senso di disgusto suscitato da una provocazione che è quanto mai evidente e altrettanto sconfinata.
Posti di fronte a decisioni nefande e nefaste dei loro governi o di determinati leader religiosi, i credenti devono anzitutto ritrovare in se stessi presente e operante quanto costituisce il centro della loro fede religiosa. Benedetto XVI lo ha sintetizzato già nel titolo della sua prima Enciclica: Deus carità est. Da parte sua, Papa Leone non smette mai di riaffermare quella che è e deve restare verità centrale nel cristianesimo: Dio è amore e chiede amore a chi intende vivere a Lui fedele. Va subito aggiunto che, in realtà, è indiscutibilmente verità altrettanto centrale nelle religioni islamica ed ebraica che Dio è amore e a tutti chiede amore.
Oggi, queste parole creano problema. Ma, proprio perché lo determinano, oggi queste parole deve comparire sulle labbra di ogni credente genuino. Devono, insieme, modellare sentimenti e decisioni. Devono forgiare l’agire quotidiano. E, questo, va vissuto in continuità. Ovunque. Con il sorriso sulle labbra e la pace nel cuore.
Nella mente di tutti dovrebbe dominare quanto detto dal monaco D. M. Turoldo: “Non c’è errore più tragico che sbagliare Dio“. Alla pari, senza perdersi mai d’animo, da ogni credente autentico dovrebbe uscire di continuo una professione di fede precisa che non smette mai di sussurrare e anche di gridare al mondo che è il Dio unico e vero è quello della misericordia e della pace.
Papa Leone XIV l’ha proclamato con queste: “Seguo con profonda preoccupazione quanto sta accadendo in Medio Oriente e in Iran, in queste ore drammatiche. La stabilità e la pace non si costruiscono con minacce reciproche, né con le armi, che seminano distruzione, dolore e morte, ma solo attraverso un dialogo ragionevole, autentico e responsabile. Dinanzi alla possibilità di una tragedia di proporzioni enormi, rivolgo alle parti coinvolte l’accorato appello ad assumere la responsabilità morale di fermare la spirale della violenza prima che diventi una voragine irreparabile! Che la diplomazia ritrovi il suo ruolo e sia promosso il bene dei popoli, che anelano a una convivenza pacifica, fondata sulla giustizia. E continuiamo a pregare per la pace“.