Il bello del vivere, la fede e il senso del nostro tempo
Il paradosso della furbizia e il rapporto con la Terra
Si dice che fare il furbo è bello. Il paradosso è evidente. Ancora più evidenti le conseguenze del vivere spregiudicato di chi ricerca vantaggi personali diventando maestro nell’aggirare le regole, nell’approfittarsi degli altri o nello scaricare sulla collettività i costi del suo agire sconsiderato. Una cosa è certa: nel momento in cui tutti diventano furbi, il sistema smette di funzionare per tutti.
Diceva Toro Seduto: “Quando avranno tagliato l’ultimo albero, pescato l’ultimo pesce e avvelenato l’ultimo fiume, allora si accorgeranno che non si può mangiare il denaro”. Il suo detto amplia non poco lo spettro delle questioni. Effettivamente, la Terra non è affatto una proprietà da sfruttare, bensì una madre da onorare. Come, ogni albero custodisce un respiro del Grande Spirito e ogni fiume porta una preghiera verso il mare.
Due visioni opposte della ricchezza
Nel mondo occidentale queste affermazioni sono semplicemente sciocchezze. La ricchezza è misurata dall’accumulo. Il possesso la rende sicura assieme alla capacità di imporre il proprio dominio. Ovviamente, la controparte replica che ricchezza è appartenere, è custodire e vivere in armonia con tutto e con tutti.
Già qui emerge il fatto inequivocabile che l’Occidente sta progressivamente perdendo il senso vivo del bello del vivere. Così, il brutto prende incredibilmente sempre più il sopravvento sul bello. Basta andare al cinema o fare partire un TG e si capisce tutto e subito.
La riscoperta del bello nelle cose semplici
Molte persone passano anni a cercare il bello del vivere. Alla fine, scoprono che i momenti più preziosi erano quelli apparentemente ordinari: una conversazione sincera, una passeggiata, una risata, un libro che apre una prospettiva nuova, qualcuno che ci guarda e ci capisce.
Già, ma oggi che peso ha sul vivere comune che “qualcuno” trovi, capisca e viva il bello?
Nulla o poco più.
Questo stato di cose fa spuntare una domanda. Quando la vita sembra implodere un po’ dappertutto è ancora possibile avere fiducia in Dio? Quale senso può ancora conservare la fede?
La fede quando tutto sembra crollare
È, senz’altro, possibile avere fiducia in Dio anche quando la vita sembra da ogni parte implodere. Ma sovente quella fiducia cambia forma.
Quando tutto va bene, la fede può apparire come una convinzione, una certezza, una gratitudine spontanea. Quando invece arrivano perdite, fallimenti, malattie, delusioni o un senso generale di crollo, la fede smette di essere una spiegazione e diventa una scelta: non necessariamente la scelta di credere che tutto andrà bene, ma quella di continuare a rivolgersi a Dio anche senza capire.
Nella tradizione biblica, molte delle figure più importanti passano per momenti simili. Pensa a Giobbe, che perde quasi tutto e arriva perfino a contestare Dio. Oppure ai Salmi, pieni di grida come: “Perché mi hai abbandonato?”. Persino Gesù di Nazaret sulla croce riprende quelle parole., In questi testi, la fede non è assenza del dubbio o del dolore. È soltanto il fatto che il dialogo con Dio non viene interrotto.
Una fede più profonda della sicurezza
Forse una delle domande più difficili diventa proprio questa: “A che serve la fede se non mi evita la sofferenza?”. Molti credenti risponderebbero che la fede non è possedere una garanzia contro il caos, ma è ricevere una compagnia dentro il caos. Non elimina necessariamente l’oscurità, ma impedisce che l’oscurità abbia l’ultima parola.
Ma c’è anche un altro aspetto da considerare. Quando la vita implode, sovente crollano immagini di Dio che in antecedenza erano state costruite. Quella, per esempio, del Dio impegnato a premiare i buoni. Oppure, quella del Dio che risolve rapidamente i problemi o che protegge da ogni caduta.
Qui, la fede deve farsi più profonda e meno idealizzata. Deve diventare una fede non più fondata sul controllo degli eventi, ma sulla relazione. Una relazione con Dio portata avanti continuando a pregare con poche parole, scegliendo di fare parte di una comunità, leggendo un salmo, o semplicemente dicendo: “Dio, io non riesco più a fidarmi, ma con tutto me stesso voglio continuare a poterlo fare”. O, meglio ancora, ripetere le parole che il padre dell’indemoniato rivolge a Gesù: “Io credo! Ma tu sostieni la mia fede”.