I Padri della Chiesa – 4 L’esegesi dei Padri e la Regola della fede

Alle sorgenti della fede cristiana

Talvolta capita di sentire nominare i Padri della Chiesa quasi fossero una sorta di continente remoto, importante ma lontano, custodito dentro biblioteche polverose o dentro corsi di teologia che pochi frequentano davvero. Questo è un grave errore. I Padri non sono un capitolo facoltativo della storia del cristianesimo. Sono una parte viva della coscienza della Chiesa. Senza di loro, il cristianesimo rischia di dissolversi all’interno di opinioni religiose, di una vaga spiritualità, magari anche generosa, ma staccata dalla sua sorgente.

La fede cristiana non nasce come sentimento. Nasce da un evento. Gesù Cristo morto e risorto. Da lì tutto comincia. Ma un evento, per rimanere vivo nella storia, deve essere custodito, compreso, trasmesso, difeso, celebrato. Proprio qui noi troviamo i Padri della Chiesa. Essi non inventano la fede. La ricevono. Non la sostituiscono con le loro idee. La pensano. Non la chiudono in formule morte. La fanno passare dentro le lingue, le culture, le ferite e le domande del loro tempo.

I Padri sono uomini nei quali l’identità della fede resta stabile, mentre le forme culturali attraverso cui essa viene detta si trasformano. Questa è una questione decisiva. Forse una delle più decisive per capire la Chiesa. La Tradizione non consiste nel ripetere meccanicamente parole antiche. Ma non consiste neppure nel cambiare la fede per renderla più comoda, o comprensibile, o semplicemente accettabile. In sintesi, si può affermare che la Tradizione è il permanere vivo dell’origine nella Chiesa.

La Tradizione non è immobilità

Bisogna dirlo con chiarezza. La Chiesa non vive perché cambia. Vive perché rimane unita a Cristo. E proprio perché rimane unita a Cristo può trasformare linguaggi, categorie, sensibilità, forme di annuncio. Il cambiamento, preso in sé, non salva nulla. Spesso dissolve. La trasformazione cristiana, invece, nasce da una vita che permane. Come il seme che diventa albero senza cessare di essere quella vita lì, non un’altra.

Colpisce Tertulliano quando afferma che tutti i germi della dottrina cristiana sono contenuti come in seme nella Scrittura. I primi secoli della Chiesa diventano allora i tralci attraverso cui quel seme prende corpo. Qui si capisce una verità basilare. La Scrittura non è un materiale inerte. È viva nella Chiesa. E i Padri sono tra i primi grandi testimoni di questa vita. Essi leggono la Bibbia non come un testo da analizzare freddamente, ma come Parola che genera la Chiesa, la corregge, la nutre, la giudica, la consola.

Sant’Ireneo scrive: “Dove è la Chiesa, lì è lo Spirito di Dio; e dove è lo Spirito di Dio, lì è la Chiesa e ogni grazia” (Ireneo di Lione, Adversus Haereses, III, 24,1). È difficile dire meglio il legame vivente tra fede, Spirito e Chiesa che i Padri custodiscono con tanta forza.

Una fede senza padri diventa orfana

Oggi, invece, si corre sovente il rischio opposto. Si vuole una fede senza paternità. Una fede individuale, immediata, senza debito, senza tradizione, senza padri appunto. Ma una fede senza padri diventa presto orfana. E un cristiano orfano, prima o poi, comincia a pensare di potersi fare da sé. Decide lui cosa tenere e cosa buttare. Decide lui cosa significhi quanto il Vangelo propone. Decide lui chi sia Cristo. Qui nasce la confusione. Qui nascono tante fragilità spirituali che poi si presentano come libertà.

I Padri della Chiesa ci obbligano a rientrare in una obbedienza più grande. Non una obbedienza servile. Una obbedienza filiale. Essi ricordano che la fede è ricevuta prima di essere pensata. È consegnata prima di essere spiegata. È celebrata prima di essere discussa. Questo non umilia l’intelligenza. La salva. Perché una intelligenza che non riceve nulla diventa presto sterile, gira attorno a se stessa, si crede libera e invece resta imprigionata nel proprio piccolo orizzonte.

Sant’Atanasio arriva a dire: “Il Figlio di Dio si è fatto uomo affinché noi diventassimo Dio” (Atanasio di Alessandria, De Incarnatione, 54,3). Una frase immensa. Per i Padri la fede non è semplicemente adesione intellettuale. È partecipazione alla vita stessa di Dio. È trasformazione reale dell’uomo.

La teologia come vita vissuta

C’è poi un altro dato spirituale che non va perso. I Padri fanno teologia vivendo la Chiesa. Non sono pensatori isolati. Sono vescovi, monaci, predicatori, pastori, martiri, uomini immersi in comunità concrete. La loro teologia nasce nella liturgia, nella lotta contro le eresie, nella predicazione, nell’educazione dei fedeli, nella difesa dei poveri, nella custodia dell’unità. Per loro Dio non è un argomento. Cristo non è un tema. Lo Spirito Santo non è una categoria. Sono la vita stessa della Chiesa.

Questo dovrebbe scuoterci. Una teologia che non diventa vita cristiana resta incompiuta. Una spiritualità che non cerca la verità indiscutibile data da Dio diventa nebbia. Nei Padri, invece, verità e vita restano legate. La dottrina non è fredda. La pietà non è vaga effervescenza spirituale. La fede pensa e prega. Prega e pensa. Si inginocchia e combatte. Contempla e corregge. Annuncia e custodisce.

Origene scrive una frase severa e bellissima: “Tu che sei solito partecipare ai divini misteri, sai con quale cura custodisci il Corpo del Signore quando ti viene consegnato” (Origene, Omelie sull’Esodo, XIII,3). Nei Padri il cristianesimo non è mai ridotto a teoria religiosa. È vita sacramentale, ecclesiale, concreta.

Una Chiesa diffusa nel mondo ma unita nella fede

Anche la loro geografia parla. Antiochia, Alessandria, Gerusalemme, Costantinopoli, Roma, Milano, Ippona. Luoghi diversi, lingue diverse, sensibilità diverse. Eppure, dentro questa pluralità, la Chiesa non perde il suo centro. Cristo rimane il centro. Il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo restano il cuore della professione di fede. Le differenze non cancellano l’identità. La pluralità non diventa dispersione. Questo è possibile solo perché la fede non nasce dal basso, come accordo tra opinioni religiose. Nasce dall’alto. Viene da Dio. E la Chiesa la riceve.

Qui si comprende anche perché non basta citare un Padre isolato. Nel testo veniva ricordato sant’Agostino: non è l’autorità di un solo Padre a fare testo, ma l’unanimità e la continuità dell’insegnamento. Questo è molto importante. La Chiesa non vive di genialità solitarie. Vive di comunione. Anche i grandi santi, anche i grandi dottori, anche le menti più luminose, non stanno sopra la Chiesa. Stanno dentro la Chiesa. Servono la fede comune. La illuminano, ma non la possiedono.

Sant’Ignazio di Antiochia, mentre si avvia al martirio, scrive ai cristiani di Smirne: “Dove appare il vescovo, là sia la comunità, come dove è Cristo Gesù, là è la Chiesa cattolica” (Ignazio di Antiochia, Lettera agli Smirnesi, VIII,2). Tutto questo fa emergere concretamente bene tutta la realtà della Chiesa dei primi secoli. La fede continua a incarnarsi nei volti dei credenti che formano comunità e vivono davvero comunione secondo il pieno rispetto del volere di Gesù.

Tornare ai Padri per ritrovare il pensare cristiano

Ecco perché lo studio dei Padri non è nostalgia. È una forte e illuminata disciplina spirituale. Costringe a uscire dal proprio individualismo. Costringe a riconoscere che, prima di noi, altri hanno creduto, pregato, sofferto, sbagliato, corretto, annunciato, difeso. Noi arriviamo dopo. Questo non ci diminuisce. Semplicemente, ci colloca. Ci dà una casa. Ci impedisce di vivere la fede come se tutto cominciasse da noi.

Forse oggi abbiamo bisogno proprio di questo. Tornare ai Padri. Non però per rifugiarci nel passato. Bensì per ritrovare la forma cristiana del pensare da cui ancora una volta la vita possa ripartire fedele a Gesù. Un pensare che nasce dalla Scrittura, vive nella Chiesa, si lascia guidare dalla liturgia, non separa mai Cristo dal suo Corpo, non oppone dottrina e vita, non riduce la fede a sentimento religioso. Un pensare che sa dire sì alla storia senza diventare schiavo della storia.

San Basilio afferma: “Noi custodiamo intatte le tradizioni che abbiamo ricevuto” (Basilio di Cesarea, De Spiritu Sancto, 27,66). Custodire non significa immobilizzare. Significa fare permanere vivo ciò che è stato ricevuto.

Ritornare alla sorgente

I Padri della Chiesa stanno alle sorgenti e vigilano su di esse. Noi sappiamo che una sorgente è sempre tutt’altro che un ricordo. È ciò da cui l’acqua continua a venire. Se il fiume si stacca dalla sua sorgente, forse per un tratto continua ancora a scorrere. Poi si impoverisce. Poi si perde. Anche al cristiano tutto questo può capitare. Può vivere per un po’ di abitudini, di emozioni, di frammenti religiosi. Ma senza sorgente la fede in lui inardisce e, alla fine, scompare.

I Padri ci riportano alla sorgente. Ci dicono che Gesù Cristo non va trattato come una idea da aggiornare. Lui, è il Vivente da custodire, amare, seguire e annunciare. Ci ricordano che la Chiesa non è una organizzazione religiosa che vive lungo i secoli, adattandosi ad essi come può. È il Corpo di Cristo nella storia. Ferito, certo. Talvolta appesantito. Sempre bisognoso di conversione. Ma vivo, perché a farlo vivere è la vita stessa del suo Signore.

Per questo studiare i Padri significa anche lasciarsi correggere. Significa domandarsi se la nostra fede è ancora ricevuta o se è diventata fabbricata da noi o da qualcun altro. Se la nostra preghiera nasce dalla Chiesa o soltanto dai nostri bisogni. Se il nostro parlare di Cristo custodisce il Cristo degli apostoli o un Cristo più comodo, più docile, più funzionale a noi.

Sant’Agostino, parlando della ricerca di Dio, scrive: “Ci hai fatti per te e inquieto è il nostro cuore finché non riposa in te” (Agostino d’Ippona, Confessioni, I,1). Anche questa inquietudine appartiene ai Padri. Certo, non una inquietudine sterile o gratuita. Questa è l’inquietudine che alimenta giorno dopo giorno il desiderio di restare costantemente collegati alla sorgente.

I Padri non ci chiedono di diventare antichi. Ci chiedono di diventare cristiani sempre più radicati nell’origine. Più ecclesiali. Più consapevoli che ciò che abbiamo ricevuto non ci appartiene, quasi lo si possa fare diventare alla fine una proprietà privata. Ci è stato consegnato da Dio un suo dono, del tutto gratuito e inaspettato per noi, perché noi lo facciamo vivere ardente e fecondo lungo i secoli.