I due discorsi del Papa ad Acerra
I due piani dell’intervento del Papa
I due discorsi del Papa sulla “Terra dei fuochi” sono costruiti intenzionalmente su due piani distinti ma, sempre, tra di loro comunicanti. Il Papa parte da quello ecclesiale e spirituale per poi approdare a quello civile e sociale. È il Papa stesso a dichiararlo esplicitamente nella Cattedrale: «In questa Cattedrale viviamo un primo momento, quello ecclesiale e, vorrei dire, più familiare della mia visita. Poi, sulla piazza, incontreremo idealmente l’intera società». Qui, noi siamo convinti sia importante fermarci. Si tratta anzitutto di cogliere questa intuizione pastorale. È essenziale non trattarla come qualcosa di scontato, di routine. Questa distinzione è decisiva. Il Papa la sta vivendo così dall’inizio del suo ministero. Lui ha colto il fatto che oggi molti tendono a identificare automaticamente fede e impegno sociale. In tal modo, riducono il cristianesimo a etica civile o a militanza politica. Il Papa, invece, sta di continuo evitando accuratamente di dare fiato e spazio a questa confusione. Egli tiene distinti i due livelli, senza però mai separarli. Li differenzia e insieme li mette in relazione.
Il piano spirituale ed ecclesiale
Nel discorso in Chiesa prevale chiaramente il piano teologico e spirituale. Il Papa parla come Pietro, cioè come custode della fede della Chiesa. Il centro del discorso non è anzitutto l’ecologia, né la politica, ma la conversione del cuore e l’azione dello Spirito Santo. Tutta la meditazione su Ezechiele ruota attorno alla risurrezione spirituale di un popolo che sembra morto. Il linguaggio è biblico, sacramentale, ecclesiale: «Potranno queste ossa rivivere?». La risposta non nasce da strategie umane, ma dalla fede nella potenza di Dio: «Signore Dio, tu lo sai!» Qui il Papa richiama la missione propria della Chiesa: annunciare la Parola, suscitare conversione, educare alla speranza, formare coscienze nuove. Infatti, insiste sul “cuore nuovo” promesso da Dio: «vi darò un cuore nuovo». Il cambiamento del mondo nasce dal cambiamento interiore dell’uomo: «Il cambiamento del mondo, infatti, inizia sempre dal cuore». Anche quando affronta questioni sociali — criminalità, corruzione, devastazione ambientale — il Papa le legge soprattutto come manifestazioni di un male spirituale. Per questo il rimedio decisivo è lo Spirito Santo, non semplicemente la politica o il diritto. E, qui, si arriva al punto della questione: la parola dominante non può che essere conversione.
Il piano civile e sociale
Nel discorso in piazza, invece, il Papa assume prevalentemente il linguaggio della responsabilità civile e politica. Qui parla all’intera società: istituzioni, sindaci, lavoratori, cittadini, associazioni. Il registro cambia sensibilmente. Compaiono termini come “bene comune”, “responsabilità”, “patto”, “economia”, “sistema”, “governanti”, “illegalità”, “modello di crescita”. Non scompare la fede, ma essa non occupa più il centro esplicito del discorso. Il Papa ragiona da cittadino del mondo e da guida morale universale. Denuncia i meccanismi economici e politici che producono devastazione ambientale: «Il bene comune viene prima degli affari di pochi». Chiede un «cambiamento di mentalità economica, civile e perfino religiosa». Qui la prospettiva è quella della costruzione di una società giusta mediante educazione, corresponsabilità, legalità, cooperazione tra istituzioni e cittadini. Il Papa parla quasi da educatore civico e da coscienza etica della società.
La differenza fondamentale dei due discorsi
Sintetizzando, si può portare in primo piano la differenza fondamentale di intervento scelta e realizzata dal Papa nella sua visita pastorale ad Acerra. Nel Duomo il Papa parla soprattutto della salvezza dell’uomo. Mentre, incontrando sulla Piazza l’intera popolazione, il Papa parla soprattutto della convivenza dell’uomo. Nel primo discorso domina l’interesse per la realtà spirituale della fede. Nel secondo, l’interesse va invece alla responsabilità storica. Ma proprio qui emerge una grande preoccupazione del Papa. Continuare a portare in primo piano la profonda sinergia che deve tenere uniti questi due valori. Infatti, il Papa non oppone mai spiritualità e impegno storico. La fede autentica genera responsabilità verso il mondo. E, viceversa, l’impegno sociale senza rigenerazione morale e spirituale rischia di diventare ideologia o semplice tecnica amministrativa.
Distinzione e sinergia tra fede e responsabilità
Così, nel discorso ecclesiale la fede produce opere: giustizia, cura, responsabilità, denuncia profetica. D’altro canto, nel discorso civile l’azione sociale ha bisogno di un’anima spirituale, di uno “sguardo contemplativo”, di una conversione dello sguardo e del cuore. La connessione più profonda tra i due discorsi sta probabilmente in questa idea: la crisi ecologica e sociale è anzitutto crisi antropologica e spirituale. Perciò non basta cambiare le strutture; occorre rigenerare l’uomo. Ma, allo stesso tempo, una fede che non si traduca in responsabilità storica tradirebbe duramente il Vangelo. In modo lucido, coerente e insieme fattivo il Papa tiene insieme questi due livelli di proposta. Pertanto, li collega tra di loro. Mai, però, li confonde. La Chiesa, infatti, non può e non deve coincidere con la politica. Tanto meno, la sua fede religiosa può ridursi a forme operative di impegno sociale. È comunque indiscutibile che la fede autentica debba sempre generare necessariamente forme operose di responsabilità verso il bene comune. Ne viene allora che, mentre la distinzione protegge il sacro dalla politicizzazione, la sinergia impedisce alla fede di diventare intimismo disincarnato. È precisamente questo equilibrio che oggi appare difficile. Ma, più si fa difficile, più si rivela necessario.