I cristiani della soglia: tra ricerca, appartenenza e testimonianza

Dalla soglia delle grandi figure alla soglia delle persone comuni

Nella storia del cristianesimo non sono mancati uomini e donne che hanno vissuto un rapporto profondo con il Vangelo senza però riuscire a identificarsi pienamente nella comunità della Chiesa. Ecco alcuni nomi importanti: Simone Weil, Ignazio Silone, Sergio Quinzio, Charles Péguy. Ciascuno a suo modo, rappresentano la condizione singolare di uomini e donne che hanno cercato di vivere la fede in forme radicali e insieme hanno mantenuto una distanza critica rispetto all’istituzione ecclesiale.

In questi personaggi lo stazionare sulla soglia della Chiesa non equivaleva al vivere nel luogo dell’indifferenza. Coincideva, infatti, col vivere una continua forte tensione spirituale. Questa li teneva lontani sia da una piatta ostilità, sia da un insulso conformismo. Vivevano in una zona di confine nella quale l’amore per il cristianesimo stava a fianco a un’inquietudine permanente verso la Chiesa.

La novità del nostro tempo è che questa condizione non riguarda più soltanto personalità eccezionali. Oggi molti uomini e donne comuni si ritrovano a vivere in una situazione analoga. Non hanno abbandonato del tutto la fede. Non riescono però ad accettare la pratica dell’appartenenza religiosa. Conservano una nostalgia di Dio, una domanda di senso, una sensibilità spirituale. Faticano, tuttavia, a tradurla in una pratica ecclesiale stabile.

Oggi, il vivere la fede stando sulla soglia sta diventando un assai diffuso modo di praticare la fede. Credenti intermittenti, praticanti occasionali, cercatori spirituali, uomini e donne che continuano a interrogarsi sul mistero pur senza sentirsi a casa nelle strutture religiose cristiane tradizionali.

In questo senso i “cristiani della soglia” costituiscono uno dei fenomeni più significativi della contemporaneità. Essi rivelano che la secolarizzazione non coincide necessariamente con la scomparsa della fede. Sovente a venire meno non è tanto la domanda religiosa, quanto piuttosto il modo abituale di affrontare questa domanda e di darle risposte pratiche.

Il valore della ricerca

Va subito detto che la tradizione cristiana ha sempre attribuito grande valore alla ricerca. Le pagine della Bibbia ripropongono in continuazione figure di uomini e di donne che cercano Dio. Abramo lascia la sua terra addirittura senza conoscere la meta. I Salmi sono pieni del desiderio di vedere il volto del Signore. I Magi percorrono strade sconosciute guidati soltanto da una stella.

Tutto ciò porta a concludere che la ricerca non va affatto considerata una forma imperfetta di fede. Al contrario, essa giunge a rappresentare una dimensione essenziale della fede stessa. Esalta il riconoscere che la verità è una realtà infinitamente più grande della ragione umana e, alla pari, che Dio supera sempre le immagini che l’uomo di volta in volta costruisce su di lui.

I cristiani della soglia ricordano allora alla Chiesa che la fede deve necessariamente essere innervata da un forte e inarrestabile dinamismo interno. Il rapporto con Dio non può equivalere al tranquillo possesso di un bene santo. È, piuttosto, un duro cammino destinato a non finire mai. È un bene che non si conquista mai una volta per tutte.

Va aggiunto che ogni ricerca porta con sé il rischio dello smarrimento. Esiste però anche il rischio specularmente opposto: rinunciare a cercare perché si ritiene di essere già arrivati. Questo è un errore di valutazione quanto mai fatale. Qui, la certezza è fatta scadere a banale abitudine.

E questo dice a tutti che il credente autentico somiglia sempre a un tenace ricercatore o, se si preferisce, a un pellegrino inarrestabile. Giustamente sant’Agostino insiste nell’affermare che Dio è sempre più grande di ciò che noi comprendiamo di lui. La ricerca non è dunque l’opposto della fede. Ne è il respiro più profondo.

La responsabilità della Chiesa

Accanto al valore della ricerca emerge però un’altra verità. Gesù, oltre al compito di custodire una santa tradizione, dona alla Chiesa anche il potere di accompagnare gli uomini verso il raggiungimento della luce che Dio emana e con misericordia proietta sugli uomini.

San Paolo afferma di essersi fatto “tutto a tutti” per guadagnare tutti a Cristo. Questa espressione racchiude in se stessa un principio pastorale fondamentale. Gesù proietta la Chiesa verso le persone, dovunque esse si trovino e qualunque sia lo stato di vita della loro coscienza. La colma della sua preoccupazione di dischiudere a tutti le porte che consentono di accedere alla vita eterna. Quella che Dio stesso vive e Gesù ha conquistato agli uomini col proprio sacrificio sulla croce.

Ne viene che il cercare è molto. Ma il tutto sta nel trovare.

I cristiani della soglia interpellano la Chiesa. Magari la provocano. E, da parte sua, la Chiesa deve vigilare attentamente per evitare di confondere una piena fedeltà a Gesù con una arida e stucchevole difesa delle proprie abitudini. Deve capire sempre meglio che i problemi sollevati dai cristiani della soglia prima che interessare i metodi pastorali mettono in discussione la stessa qualità della sua testimonianza cristiana. Ad allontanare molte persone non sono, infatti, questioni dottrinali quanto, al contrario, importanti incoerenze di una Chiesa che si manifesta più preoccupata di difendere sé stessa che di servire il Regno di Dio.

La domanda si fa allora tagliente, quanto la spada evocata da Paolo: quale immagine di Gesù incrocia chi si avvicina alla soglia? Questa domanda ribadisce con forza sempre più crescente che la missione della Chiesa sta prima di tutto nel diventare realtà così trasparente da rendere Gesù realtà amica, quanto mai visibile.

La soglia non è soltanto il luogo del cercatore

Quando si osserva con attenzione la vita di san Francesco, lo si capisce subito. Benissimo. La soglia è luogo in cui gli stessi santi arrivano e devono stazionare. Se così non fosse, non si spiegherebbero affatto il suo moltiplicare anzitutto per se stesso penitenze durissime e il suo ininterrotto pregare e supplicare Gesù per ottenere finalmente la propria definitiva conversione.

La soglia ricorda allora a tutti la necessità di rendere davvero forte la propria tensione spirituale perché, la conversione, non è mai questione di alcuni istanti. È una questione che copre tutto l’arco della vita. È quel bussare umile e confidente alla porta della casa di Dio da ripetere in continuazione, senza mai accontentarsi di ciò che, alla fine, è del tutto banale e superficiale. Magari una sorta di idolo umano.

La soglia è pertanto il luogo nel quale tutti i credenti si riscoprono fraternamente uniti nel procedere lungo il pellegrinaggio che conduce al Regno dei cieli. Di volta in volta, ognuno cerca di illuminare gli altri con la grazia ricevuta da Dio

La soglia come luogo della responsabilità ecclesiale

A questo punto si affaccia una seconda domanda, ancora più impegnativa della prima. Quanti sono coloro che sostano sulla soglia ricoperti da ferite loro inferte dalla stessa comunità cristiana?

Talvolta l’ostacolo non è il Vangelo, ma il modo in cui esso viene proposto dalla Chiesa attraverso la sua vita. Non è Gesù, ma la sua rappresentazione incerta o, addirittura, deformata a irritare. Non è la fede come tale, ma la testimonianza insufficiente di gioia e di bontà di vita dei credenti a turbare.

In ogni caso, noi riteniamo che questo genere di questioni spirituali riguardi anzitutto i singoli cristiani. Se il caso Galilei va giudicato come zavorra, lo diventa assai di più il caso di milioni di credenti spenti dentro che, nel momento del culto, per esempio, anziché infervorirsi l’un l’altro, si spengono l’un l’altro. E lo è ancora di più il vivere piatto e inconcludente di altri milioni di cristiani che nel loro procedere non compiono mai nulla di straordinario, come invece vuole Gesù.

Non resta allora che ripetere: rendi ogni giorno, ovunque, più verosimile il volto di Gesù che tu disegni col parlare o con l’agire, lasciandoti da lui convertire. In questo senso, la soglia diventa lo spazio fragile e incerto dentro il quale, misteriosamente, si gioca una parte decisiva del futuro della Chiesa.