Deporre la corona
Il lavoro che entra dentro la vita
C’è un punto nel quale il lavoro cambia addirittura di natura. All’inizio quando arriva, magari inaspettato e carico di promesse, lo si avverte come una incalcolabile fortuna. Ti fa alzare presto. Ti fa correre. Ti fa sentire necessario. Cominci a pensare che stai costruendo qualcosa di importante. Magari dici anche a te stesso che stai facendo tutto per amore della famiglia, del futuro, dei figli, oppure semplicemente per non restare indietro. E intanto vai avanti. Sempre avanti. Però a un certo punto succede qualcosa. Senza quasi accorgersene, il lavoro smette di stare dentro la vita. Allora, purtroppo, la vita finisce dentro il lavoro.
Mi viene alla mente la vicenda di Abolfazl, un iraniano. Sua madre gli ripeteva: “Il lavoro è una corona”. Bella frase. Vera anche. Perché il lavoro dà dignità. Tiene in piedi la persona. La obbliga a misurarsi con la realtà. La salva pure da una certa rilassatezza dell’anima che alla lunga fa marcire tutto. Però la mamma gli diceva anche: “Il riposo è saggezza”.
Ecco. Forse noi stiamo perdendo proprio questo.
Non si perde il lavoro. Quello anzi si allarga dappertutto. Entra nel telefono, nella sera, nella domenica, perfino nei pensieri. Si perde invece la capacità di fermarsi senza sentirsi in colpa. Come se rallentare fosse una specie di tradimento. Uno deve sempre dimostrare qualcosa. Di esserci. Di produrre. Di non sprecare tempo. E così entra dentro una corsa che all’inizio sembra buona volontà, poi diventa abitudine, poi quasi una forma di schiavitù.
E una grande stranezza sta nel fatto che sovente questa schiavitù viene pure ammirata.
Il silenzio che ormai spaventa
Ci sono persone che non riescono più a stare in silenzio. Appena si apre un vuoto, lo riempiono subito. Rumore. Schermo. Notizie. Telefonate. Impegni. Qualunque cosa. Il silenzio ormai mette disagio. Eppure il silenzio è uno dei pochi posti nei quali l’uomo torna a sentire davvero chi è. Anche davanti a Dio.
Il padre di Abolfazl era giunto ad affermare: “Non so più come si fa a riposare”. È una frase tremenda. Perché lascia intuire che si può perdere perfino la capacità di riposare. Si può vivere talmente compressi dentro la prestazione da non riuscire più a stare fermi senza sentirsi inutili. E allora anche il riposo si guasta. Non porta pace. Porta inquietudine.
Qui, secondo noi, c’è qualcosa di profondamente spirituale da riportare in primo piano, per comprendere e per vivere.
Perché Dio non smette di parlare. Semmai siamo noi che diventiamo sordi. La coscienza si restringe. Vive soltanto di urgenze immediate. Di scadenze. Di preoccupazioni. Di risultati. E così una persona magari continua anche a dirsi credente, continua forse a pregare ogni tanto, però dentro si sente trascinata, svuotata, nervosa.
Mi viene in mente quel passo del Vangelo: “Venite in disparte, voi soli, in un luogo deserto, e riposatevi un po” (Mc 6,31). È bello che Gesù dica anche questo. Non soltanto “andate”, “predicate”, “portate frutto”. Dice pure: fermatevi. Venite in disparte. Riposatevi. Come se sapesse che un uomo continuamente esposto al rumore finisce per perdere lentamente anche il rapporto con Dio.
L’anima stanca
E oggi molti vivono così. Attraversano la vita di corsa. Magari guadagnano di più. Producono di più. Riescono perfino ad apparire forti. Però dentro si consumano. Hanno l’anima stanca.
Sant’Agostino scrive: “Ci hai fatti per te e inquieto è il nostro cuore finché non riposa in te” (Agostino, Confessioni, I,1). Mi pare che qui venga toccato il centro della questione. Il riposo vero non è soltanto il corpo che smette di lavorare. È il cuore che ritrova Dio. E quando questo non accade, l’uomo cerca continuamente compensazioni. Distrazioni. Anestetici. Rumori. Persino il divertimento certe volte diventa stancante e tortura.
Nei Vangeli, Gesù non si lascia mai trascinare in avanti dagli avvenimenti e, neppure, dalla gente.
La folla lo cerca e lui si allontana. Tutti lo vogliono e lui sale sul monte. Gli portano dolore, malattie, richieste, eppure lui conserva sempre una specie di calma che spiazza. Non vive nell’affanno. Non corre per dimostrare qualcosa.
Noi invece sembriamo convinti che la vita abbia valore solo se produce continuamente risultati visibili. E così tanti uomini finiscono consumati. Magari ancora giovani. Con il corpo stanco, la mente agitata e l’anima prosciugata.
San Basilio scriveva: “La mente non può vedere Dio se non si raccoglie lontano dalle distrazioni del mondo” (Basilio di Cesarea, Regole morali). E forse qui bisogna dirsi la verità. Noi oggi siamo continuamente distratti. Non soltanto dalle cose cattive. Anche da quelle inutili. Da una quantità infinita di immagini, parole, notifiche, obblighi. Tutto entra nella coscienza e lentamente la occupa.
Alla lunga la persona non riesce più nemmeno a pregare davvero.
Dice formule magari. Però non riposa più in Dio.
L’idolatria dell’efficienza
E allora cresce una stanchezza particolare. Non solo psicologica. Una stanchezza dell’anima. La persona continua a fare cose, ma non sente più il gusto profondo della vita. Tutto pesa. Anche il bene. Anche gli affetti. Anche la fede.
Mi pare che oggi esista una idolatria molto moderna. Non quella degli antichi templi. Quella dell’efficienza. Vale chi produce. Vale chi resiste. Vale chi non si ferma mai. E così uno arriva quasi a vergognarsi del proprio limite. Ma il limite non sempre è un nemico. Qualche volta salva l’uomo dalla sua stessa superbia.
Nel libro dell’Esodo Dio impone perfino il sabato: “Ricordati del giorno di sabato per santificarlo” (Es 20,8). È impressionante. Dio arriva a comandare il riposo. Perché conosce il cuore dell’uomo. Sa che l’uomo tende facilmente a diventare schiavo. Anche quando si illude di essere libero.
Forse il sabato è una delle cose più rivoluzionarie entrate nella storia.
Perché dice che la persona vale anche quando non produce.
Questo il mondo lo accetta poco. Sempre meno forse. Però senza questa verità la società diventa feroce. Tutti si usano. Tutti corrono. Tutti si consumano. E poi ci si stupisce se aumentano ansia, depressione, rabbia, solitudine.
Difendere il silenzio
Curiosamente, san Bernardo ha scritto: “Troverai molto di più nei boschi che nei libri; gli alberi e le rocce ti insegneranno cose che nessun maestro ti dirà” (Bernardo di Chiaravalle, Epistola 106). Non è un invito a disprezzare il lavoro o il pensiero. È piuttosto un invito a ritrovare profondità. A non vivere sempre schiacciati sulla superficie agitata delle cose.
Bisognerebbe ricominciare a difendere delle isole. Poche forse. Ma vere. Un tempo non occupato. Una sera senza sentirsi obbligati a rincorrere tutto. Una preghiera detta male magari, ma detta davvero. Una domenica che non sia soltanto recupero fisico. Un pezzo di silenzio.
Perché il riposo non è semplicemente smettere di lavorare. È ricordarsi che noi non siamo macchine da rendimento. E nemmeno il valore di una persona coincide con la sua produttività. Questa ossessione moderna sta facendo più danni di quanti ne immaginiamo. Uno continua a funzionare e intanto dentro si spegne.
E poi succede che non riesce più a guardare bene neppure chi ama. Diventa nervoso. Assente. Duro. Oppure vuoto. Come se avesse consumato tutto soltanto per restare in piedi.
Per salvare la vita
Forse anche per questo Dio ha voluto il riposo. Non come lusso. Non come premio. Quasi come protezione della creatura. Per impedire all’uomo di dimenticarsi di essere figlio.
Perché quando uno dimentica di essere figlio, prima o poi finisce schiavo di qualcosa. Del denaro. Dell’ambizione. Del giudizio degli altri. Del bisogno di sentirsi necessario. E il lavoro, che potrebbe essere una benedizione, lentamente si trasforma in un padrone.
Allora bisogna ogni tanto deporre la corona. Non per rifiutare il lavoro. Per salvare la vita.