CATTOLICI E POLITICA – 3 Difendere la fede, ma senza perderla: una questione sempre aperta

Una domanda che non si lascia chiudere

Ci sono domande che non arrivano mai davvero a essere espresse in una forma stabile. Anche quando le riprendi, anche quando provi a dirle meglio, restano un po’ inclinate. Questa del diritto del credente a difendere la propria esistenza storica ne è un chiaro esempio. Non si lascia chiudere con una risposta piena e definitiva. Forse nemmeno si lascia mettere a quello che potremmo definire il posto giusto.

Il dato storico e il peso delle condizioni

All’inizio sembrava più semplice. O almeno sembrava possibile prenderla dal lato pratico, come fa Rodolfo Casadei nel suo confronto con Massimo Borghesi (in Né teologia politica né destra religiosa, Tempi 9/2019). Non parte da idee. Parte da ciò che accade. Si rifà a una osservazione dello storico gallese-americano Philip Jenkins (presente nel suo libro La storia perduta del cristianesimo).

Fa apparire dati che sconcertano non poco. Si tratta del progressivo declino dei cristiani copti in Egitto: dal 90% della popolazione nel 642, a oltre il 50% intorno all’anno 1000, fino a circa il 5-10% oggi. Questa decrescita non è causata principalmente da violenze fisiche o da conversioni forzate (tranne episodi specifici come la persecuzione del 1354). È, invece, originata da pressioni sociali, economiche e legali esercitate dal dominio musulmano, come tasse o limitazioni di opportunità sociali per i cristiani.

Il vivere da cristiani è diventato sempre più esigente. Quindi, faticoso, meno sostenuto, quasi più esposto. In sintesi, qui appare evidente il fatto storico che secoli di potere politico-religioso islamico hanno gradualmente concorso a ridurre la presenza cristiana nel paese attraverso una pressione lenta, continua, quasi impercettibile, che nel tempo è giunta a modificare tutto.

Difendere uno spazio reale

Questa affermazione ci sembra oggettivamente assumere un peso notevole. Non può costituire solo un puro esempio storico. In ultima analisi, costringe a riconoscere che la fede, per potere essere vissuta e anche diffusa, ha bisogno anche di condizioni.

Non già nel senso che dipende da quelle; ma nel senso che senza un minimo di spazio concreto rischia di restare qualcosa che si dice e non si vive davvero. Difendere la fede, allora, comincia a voler dire difendere questo spazio minimo. Esso non è un privilegio, ma una possibilità reale.

Eppure, non appena ci fermiamo qui, subito qualcosa non ci torna. O forse ci torna troppo bene e, proprio per questo, ci diventa sospetto.

Il rischio delle condizioni favorevoli

Se osserviamo la storia della Chiesa, anche senza addentrarcisi troppo, notiamo che essa mostra continuamente un altro movimento evolutivo. Quando le condizioni sono favorevoli, quando la fede non è minacciata ma riconosciuta, sostenuta e quasi protetta, lì si crea una specie di slittamento. Non sempre, ma abbastanza spesso.

Il potere che dovrebbe custodire finisce per trattenere. E ciò che viene trattenuto lentamente cambia forma.

Non succede all’improvviso. È una cosa lenta. Quasi invisibile. La fede resta, ma diventa più funzionale, più gestibile. Si organizza bene, forse anche troppo. E a un certo punto non è più così chiaro se ciò che viene difeso è il Vangelo o qualcosa che gli somiglia ma procura altro e quindi serve ad altro.

Questo ci porta a intuire che la domanda iniziale non si chiarisce. Come si apre. Poi, resta alquanto aperta.

La coscienza, la verità e l’inquietudine

Ci ritornano alla mente alcune parole che non si lasciano usare facilmente.
“Nell’intimo della coscienza l’uomo scopre una legge che non è lui a darsi” (Concilio Vaticano II, Gaudium et Spes).
E anche quell’altra insistenza:
“L’uomo è chiamato ad aderire alla verità che riconosce” (Dignitatis Humanae).

Non sono frasi che aiutano a decidere una strategia. Però indicano qualcosa che viene prima. Prima delle condizioni, prima delle difese.

E poi c’è un’altra linea, più antica:
“Ci hai fatti per te e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in te” (Agostino, Confessioni).

Questa inquietudine non sembra dipendere dalle condizioni esterne. Ma, allo stesso tempo, non le rende irrilevanti. Le attraversa, ma non si lascia definire da esse.

E ancora:
“Bisogna obbedire a Dio piuttosto che agli uomini”.

Qui la questione si fa più netta, ma non più semplice. Perché obbedire a Dio non elimina il problema delle condizioni in cui si vive. Lo rende più presente e insieme più esigente.

Una tensione che resta aperta

Qui avvertiamo una strana sensazione. Ci sembra di somigliare a chi si ritrova seduto su di una altalena. Continua ad andare avanti e indietro.

Perché da una parte è difficile negare che le condizioni contano. Dall’altra, se tutto viene riportato alle condizioni, ciò che precede tutto il resto si indebolisce, quasi sparisce.

Forse il punto non è trovare una posizione che tenga tutto insieme. Forse è non chiudere troppo presto. Lasciare che questa tensione resti aperta.

Difendere la possibilità di vivere la fede ci sembra inevitabile. Però, nello stesso tempo, ci sembra improponibile legarla così tanto alle condizioni da farla dipendere da esse.

Siamo convinti che questa non è una posizione chiara. Assomiglia di più a una vigilanza che non si sistema mai del tutto.

E la domanda resta lì, leggermente spostata rispetto a come era partita:
non tanto se abbiamo il diritto di difendere la fede, ma se, mentre la difendiamo, stiamo ancora difendendo la stessa realtà.

Non è mai chiaro fino in fondo.