CATTOLI E POLITICA – 4 La fede autentica non si appoggia al potere, ma sfida le difficoltà

Un bisogno che ritorna

Facciamo anzitutto notare che in tutti i precedenti articoli un punto continua a tornare. Somiglia a un elemento di fastidio che non si lascia in alcun modo mettere da parte. Lo si riscontra affacciarsi in tanti modi, magari presentato da parole diverse. Tuttavia, il suo nucleo centrale resta lo stesso: la fede avrebbe bisogno di appoggiarsi a qualcosa di forte, visibile, capace di incidere davvero nella storia. Il potere, appunto. O almeno una sua qualche forma, magari più discreta, più difensiva.

Eppure, sentiamo di dovere riaffermare le parole di Massimo Borghesi, soprattutto là dove insiste che “la fede non vive di potere, ma solo di testimonianza“. Ribadiamo con forza e convinzione che questa affermazione non è affatto riducibile a una semplice presa di posizione teorica. Qualcosa di scomodo la struttura in profondità. Ci raggiunge simile a un qualcosa che sposta il suo peso da fuori a dentro, e non lascia più molte scuse.

Il ritorno della politica

Perché è vero che oggi molti avvertono un bisogno diffuso di rimettere la politica al centro. Lo si percepisce quasi come un’urgenza: tornare a un ordine, a una direzione, a una capacità di decisione che sembra essersi dissolta. E in questo vuoto si infilano proposte forti, identitarie, talvolta anche aggressive. Non sempre convincono. Tuttavia, va ammesso che non di rado intercettano qualcosa di reale, che si innerva nelle pieghe della società e la carica di fermenti o di ansie.

Allora, ci si sembra di poter rimarcare, la tentazione si insinua quasi senza farsi notare. Se la politica torna a contare, se il potere riacquista spazio, forse anche la fede potrebbe ritrovare lì una possibilità di presenza amica. Non per dominare, magari, ma almeno per essere in un qualche modo sostenuti nella lotta a ciò che conduce a scomparire.

Noi troviamo che, qui, il discorso si fa più delicato. Perché apparire un volto ragionevole. E forse, a un primo sguardo, anche prudente.

Un metodo che spiazza

Eppure, qualcosa non torna.

Se davvero la fede nasce da un incontro, come ricorda Borghesi, un incontro “carico di attrattiva, di umanità vera”, allora il problema non è anzitutto dove la sua realtà si colloca nel gioco dei poteri. Il problema sta, dunque, nell’accertare se quell’incontro accade oppure no.

È scritto da Paolo: “Dio ha scelto ciò che nel mondo è debole per confondere i forti”. E, ancora: “La mia forza si manifesta pienamente nella debolezza”. Noi facciamo notare che queste parole non delineano un semplice dettaglio. Le troviamo, infatti, una sorta di metodo.

Dio non si è mai appoggiato dove noi penseremmo. Ha scelto persone. Fragili, esposte, spesso inadeguate. E da lì ha fatto partire o ripartire tutto.

Una presenza che non si impone

Non è immediato accettarlo. Perché questo modo di agire di Dio non rassicura. Non costruisce sistemi stabili. Espone, piuttosto.

“Il regno di Dio è in mezzo a voi”. Questa frase, se la si prende sul serio, toglie appoggi più di quanto ne dia. Perché non indica una realtà da difendere, ma una presenza da riconoscere.

E allora il pensiero si sposta. Diventa difficile continuare a parlare del potere senza interrogarsi sulla testimonianza. Non quella proclamata, ma quella vissuta.

“Dio, che ti ha creato senza di te, non ti salva senza di te”, sostiene sant’Agostino in un suo sermone.

Come si vede, c’è sempre di mezzo una risposta personale. Che non si delega.

Una vita attraversata

La testimonianza non è semplicemente dire qualcosa di vero. È lasciarsi attraversare da ciò che si dice. Lo afferma san Gregorio Magno: “Non basta parlare di Dio, bisogna mostrarlo con la vita”. Lo ribadisce san Cipriano di Cartagine “Il cristiano è un altro Cristo”.

Parole che non si spiegano troppo. Restano lì, e pesano.

E poi quella frase di Tertulliano, dura e limpida insieme: “Il sangue dei martiri è seme di cristiani”. Queste parole non proteggono affatto. Tanto meno, garantiscono. Ma generano alla fede vera e invincibile, quanto Dio lo è.

Del resto, è Gesù che, per primo, afferma categoricamente: “Se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo”.

Forse è proprio questo il punto che si cerca continuamente di evitare.

Una domanda che resta

Allora la domanda cambia lentamente di forma.

Non più: quale potere può aiutare la fede? Ma, oggi, dove passa davvero questo incontro?

E ancora: se questo incontro non accade, cosa stiamo cercando di difendere quando invochiamo il potere?

Forse, a volte, stiamo cercando di offrire sostegno a un qualcosa che, dentro la coscienza, si è già indebolito.

E allora quella frase iniziale torna, ma non come uno slogan. Piuttosto come un richiamo che non si lascia chiudere: la fede non vive di potere, ma di testimonianza.

“Noi non possiamo tacere quello che abbiamo visto e ascoltato” (At 4,20).

O c’è, oppure non c’è.