Unzione degli infermi

L’unzione degli infermi è uno dei sette sacramenti della Chiesa cattolica. Questo sacramento dà grande concretezza spirituale alla presenza salvifica di Cristo accanto al malato, al fragile e a chi si trova in pericolo per una grave infermità o per la vecchiaia. Gesù è con lui e con lui lotta contro la malattia. Certo, ora si tratta anzitutto di chiarire cosa si debba intendere per lotta contro la malattia. Insieme, però, si tratta di chiarire non solo cosa Gesù dona al malato, ma anche quanto egli chiede al malato.

Un sacerdote somministra l'unzione dei malati

Come succede per ogni Sacramento, anche il Sacramento dell’Unzione degli infermi affonda le sue radici nel ministero di Gesù e nella vita della Chiesa delle origini. Va subito precisato che l’Unzione degli infermi non è affatto riducibile a una sorta di semplice rito di consolazione per chi soffre. Costituisce, infatti, un autentico sacramento attraverso il quale Cristo continua a esercitare il suo ministero di guarigione e di salvezza nella Chiesa. La sua storia mostra come la comprensione teologica del sacramento si sia progressivamente approfondita nel corso dei secoli.

Le radici nell’opera salvifica di Cristo

Per comprendere l’Unzione degli infermi occorre partire dalla missione stessa di Cristo. Nei Vangeli la malattia, oltre che negativa e dolorosa realtà fisica, è vista come importante manifestazione della fragilità della condizione umana segnata dal peccato e dalla morte. Per questo i Vangeli non considerano mai le guarigioni operate da Gesù come un semplice intervento terapeutico. Nei Vangeli, le guarigioni sono autentici segni dell’irrompere nella storia del Regno di Dio. Pertanto, ogni volta che Gesù guarisce un malato, manifesta anzitutto il volere misericordioso del Padre che manda sulla terra il Figlio per salvare l’uomo nel suo corpo malato, nella sua anima degenerata e nelle sue relazioni bacate.

Coerente con questa affermazione iniziale, la teologia cattolica ha progressivamente precisato lo sguardo che il cristiano deve fare suo quando considera la sofferenza umana. Anziché eliminare la sofferenza dal mondo, Cristo l’ha assunta su di sé. Attraverso la sua Passione sulla croce, imprime sulla realtà della sofferenza umana una nuova dimensione: può essere resa dal credente una viva partecipazione all’opera redentrice del Figlio di Dio.

Se si parte da questa premessa, il Sacramento dell’Unzione degli infermi compie sul credente malato una l’azione quanto mai preziosa e incredibile al tempo stesso: lo abilita a riprodurre l’azione di Cristo medico delle anime e dei corpi.

Il fondamento apostolico e la testimonianza della Chiesa primitiva

L’origine sacramentale dell’Unzione è possibile scorgerla già a partire dall’invio missionario degli Apostoli. Al riguardo è scritto che «scacciavano molti demoni, ungevano con olio molti infermi e li guarivano».

Nella simbologia biblica l’olio non è un semplice rimedio naturale. Rappresenta in modo diretto la forza dello Spirito Santo, la capacità di consacrazione e la stessa trasmissione della benedizione divina.

Il testo decisivo è tuttavia quello della Lettera di Giacomo: «Chi è malato chiami a sé i presbiteri della Chiesa».

Tre elementi appaiono già chiaramente espressi. Anzitutto, il malato vive inserito nella comunità ecclesiale. Su di lui i sacerdoti esercitano un ministero specifico. Infine, l’olio e la preghiera sono segni efficaci della trasmissione della grazia.

La teologia vede in questo passo non una semplice benedizione, ma una vera azione sacramentale nella quale Cristo agisce attraverso il ministero della Chiesa.

Come si può agevolmente notare, nei primi secoli l’attenzione era rivolta soprattutto alla guarigione complessiva della persona. In particolare, la comunità cristiana percepiva la malattia come momento difficile e impegnativo nel quale il credente aveva bisogno estremo di essere sostenuto dalla comunione ecclesiale.

L’interpretazione patristica

I Padri della Chiesa approfondiscono progressivamente il significato spirituale dell’unzione.

Per Origene la guarigione operata da Dio riguarda anzitutto la ferita del peccato. La malattia fisica diventa simbolo della condizione spirituale dell’uomo che necessita della grazia.

Da parte sua, Giovanni Crisostomo insiste nel portare in primo piano, quindi ben visibile, il fatto che la cura dei malati deve rendere manifesta la presenza salvante della misericordia divina.

Agostino d’Ippona collega la sofferenza alla pedagogia divina: il dolore non è un bene in sé, ma può diventare luogo di conversione e di incontro con Dio.

In questa fase emerge una convinzione fondamentale. Il sacramento non opera semplicemente una guarigione fisica. Prima di tutto e sopra tutto, il Sacramento introduce il malato in una relazione più profonda con Cristo.

Lo sviluppo medievale e la comparsa della “Estrema Unzione”

Durante il Medioevo la riflessione teologica si concentra sempre più sul rapporto tra malattia, peccato e preparazione alla morte. La crescente attenzione al sacramento della Penitenza porta a vedere l’Unzione soprattutto come l’ultima purificazione prima del passaggio alla vita eterna. È così che nasce l’espressione “Estrema Unzione”.

Dal punto di vista teologico, il sacramento è considerato anzitutto come il completamento dell’opera iniziata dal Battesimo che cancella il peccato originale. Se, poi, la Penitenza rimette i peccati commessi dopo il Battesimo, l’Estrema Unzione elimina le ultime conseguenze spirituali del peccato e prepara l’anima all’incontro con Dio.

Questa interpretazione, pur autentica, ha rischiato di oscurare la dimensione terapeutica e consolatrice presente nelle origini. Così, molti fedeli iniziarono a richiedere il sacramento solo negli ultimi momenti di vita.

La sintesi scolastica

I grandi teologi medievali elaborarono una riflessione più sistematica.

Tommaso d’Aquino insegna che il sacramento agisce principalmente sull’anima, eliminando ciò che ostacola la piena comunione con Dio. Secondo Tommaso, la guarigione fisica può avvenire, ma non costituisce l’effetto essenziale del sacramento. L’effetto proprio è invece la remissione dei peccati veniali, cui segue un rafforzamento spirituale e la preparazione all’ingresso nella gloria.

La teologia scolastica introduce qui una distinzione importante tra il segno visibile (l’olio e l’unzione) e la grazia invisibile che il sacramento comunica.

Il Concilio di Trento

Per contrastare efficacemente le critiche della Riforma protestante, il Concilio di Trento definisce con precisione la dottrina cattolica.

Riguardo al Sacramento dell’Unzione degli infermi, il Concilio parte dall’affermare che l’Unzione degli infermi è stata istituita da Cristo. La Lettera di Giacomo determina il suo fondamento apostolico. Passa poi ad affermare che questo Sacramento fa parte dei sette sacramenti della Nuova Alleanza. Come tale, conferisce realmente la grazia divina.

Come si vede, Trento insiste particolarmente sul carattere sacramentale dell’Unzione e sul suo potere di fortificare il malato contro le tentazioni e l’angoscia che possono accompagnare la malattia e l’approssimarsi della morte.

Il rinnovamento del Concilio Vaticano II

Prima preoccupazione del Concilio Vaticano II è stata il recuperare una visione più ampia del Sacramento e, soprattutto, biblica.

La costituzione Sacrosanctum Concilium afferma che il sacramento non deve essere riservato esclusivamente ai moribondi. Al Sacramento devono accedere tutti coloro che iniziano a trovarsi in pericolo per malattia o vecchiaia.

In particolare, va aggiunto che la teologia conciliare pone l’accento sul mistero pasquale. Lo afferma ricordando che il malato non va semplicemente assistito. Deve essere guidato ad associarsi liberamente e volontariamente alla Passione, Morte e Risurrezione di Cristo.

Unita a quella di Cristo, la sofferenza del malato deve diventare partecipazione quanto mai attiva e preziosa all’opera della redenzione realizzata da Gesù.

Qui emerge chiaramente la prospettiva sviluppata da Giovanni Paolo II nella lettera apostolica Salvifici Doloris: il dolore vissuto nella fede può assumere un valore salvifico perché inserito nel sacrificio redentore di Cristo.

La teologia contemporanea dell’Unzione degli infermi

Oggi la teologia cattolica considera questo sacramento come una particolare effusione dello Spirito Santo. Anche se l’effetto fondamentale da ricercare non è la guarigione fisica, benché questa rimanga come possibile obiettivo, la piena conformazione del malato a Cristo sofferente e glorificato costituisce l’autentico effetto fondamentale da ricercare attraverso l’uso del Sacramento.

Il Catechismo della Chiesa Cattolica prosegue questa ricerca teologica, individuando altri diversi effetti. Cita il dono di pace e fortezza, l’unione più profonda alla Passione di Cristo, la grazia ecclesiale che fa partecipare il malato al bene di tutta la Chiesa, il perdono dei peccati se il malato non può confessarsi. Infine, cita come ultimo effetto la preparazione definitiva del malato al passaggio alla vita eterna.

Tutto ciò porta a concludere che il Sacramento dell’Unzione degli infermi si propone come Sacramento della speranza, perché fa sì che la vita del credente venga inserita in pienezza nel mistero della Risurrezione di Gesù.

Conclusione teologica

L’evoluzione storica, che il Sacramento dell’Unzione degli infermi ha subito lungo lo scorrere dei secoli, testimonia quanto sia stata importante la progressiva comprensione sviluppata dalla Chiesa rispetto al rapporto tra sofferenza, redenzione e vita sacramentale. Dalle guarigioni operate da Gesù, alla riflessione patristica; dalla visione medievale dell’Estrema Unzione fino al rinnovamento liturgico e teologico operato dal Vaticano II, la Chiesa ha sempre riconosciuto in questo Sacramento l’azione del Signore risorto che fa presente accanto a chi soffre per trasformare la fragilità dell’uomo malato in luogo di comunione, di grazia e di speranza escatologica.

Dieci domande

Seguono ora dieci domande pensate per accompagnare il lettore in un percorso spirituale progressivo. Si parte dal rendere fattibile la scoperta dei valori fondamentali della ricerca. Si prosegue col cercare l’attuazione di una loro comprensione più profonda, fino alla loro concreta attuazione personale ed ecclesiale.

Quale immagine di Dio emerge dalle guarigioni compiute da Gesù e in che modo essa cambia il mio modo di guardare alla malattia, alla fragilità e alla sofferenza umana?

Perché il Vangelo presenta le guarigioni non come semplici miracoli terapeutici, ma come segni dell’irruzione del Regno di Dio nella storia?

Che cosa significa affermare che Cristo non ha eliminato la sofferenza, ma l’ha assunta e trasformata attraverso la sua Passione, Morte e Risurrezione?

In che senso l’Unzione degli infermi non è soltanto un aiuto per il momento della morte, ma un sacramento di guarigione, comunione e speranza per chi vive la prova della malattia?

Quale ruolo svolge la comunità ecclesiale nell’accompagnare il malato e quali aspetti di questa responsabilità sento oggi più urgenti?

Tra gli effetti del sacramento richiamati dalla tradizione della Chiesa — pace, fortezza, perdono, unione a Cristo, comunione ecclesiale — quale percepisco come più significativo per la vita dell’uomo contemporaneo e perché?

Come posso imparare a riconoscere nella mia sofferenza, o in quella delle persone che incontro, non solo un limite da combattere, ma anche un luogo possibile di incontro con Dio?

In quali situazioni concrete della mia vita sono chiamato a vivere una più profonda conformazione a Cristo sofferente e glorificato?

Come potrebbe la nostra comunità cristiana aiutare maggiormente gli ammalati a sentirsi parte viva della missione della Chiesa e non semplicemente destinatari di assistenza?

Se l’Unzione degli infermi è presentata come “Sacramento della speranza”, quali scelte personali e comunitarie siamo chiamati a compiere perché la speranza della Risurrezione diventi visibile nella cura dei malati, degli anziani e dei sofferenti?

Queste domande sono state pensate per diventare suscettibili di realizzare per i credenti che vi accedono una precisa progressione pedagogica: passare dallo scrutare al comprendere per poi giungere a interiorizzare, a vivere e a testimoniare come Chiesa i valori in gioco. Essendo la ricerca spirituale e pastorale, è chiaro che questo esercizio di ricerca dovrà di continuo ripetersi, vivendoci realmente dentro.