Lettura 08 Disegno e giuramento di Dio Dt 1,5 – 8

Dt 1,5 «….oltre il Giordano, nel paese di Moab, Mosè cominciò a spiegare questa legge:
6 «Il Signore nostro Dio ci ha parlato sull’Oreb e ci ha detto: Avete dimorato / yašab abbastanza su questa montagna; 7 voltatevi, levate l’accampamento [partite]e andate [salite]verso le montagne degli Amorrei e in tutte le regioni vicine: la valle dell’Araba, le montagne, la Sefela, il Negheb, la costa del mare, nel paese dei Cananei e nel Libano, fino al grande fiume, il fiume Eufrate. 8 Guarda [Cei: “ecco”], io vi ho posto dinanzi la Terra; entrate, e rašaw / ereditate [ Cei: prendete in possesso] della Terra che JHWH ha giurato di dare ai vostri padri, Abramo, Isacco e Giacobbe, e alla loro stirpe dopo di essi».

Amorrei” non definisce un popolo o un’etnia specifica, ma genericamente tutte quelle popolazioni esistenti tra la Mesopotamia e il Mediterraneo. A volte si vogliono indicare più specificamente gli abitanti Canaan altre volte i nomadi che vivono nella steppa sia in prossimità della terra dei due fiumi che a Canaan. In questo caso ci si riferisce precisamente agli abitati di Canaan anche se l’elenco dei confini va ben oltre quelli di Canaan.
Oreb o Horeb” non è altro che il Sinai, ma le tribù del nord l’hanno sempre chiamato Oreb e abbiamo già detto che la parte centrale di tutto il Deuteronomio proviene dal Nord portata a Gerusalemme dopo la caduta di Samaria e la conquista del Regno da parte dell’Impero Assiro (721 a. C.).

La stasi del Sinai e il comando di Dio

Il v7 riporta tre imperativi che segneranno il testo per tutti i primi tre capitoli. Abbiamo messo tra parentesi i corrispondenti verbi ebraici perché sono più precisi e coerenti con “ordine” ed “esecuzione”. Per quanto riguarda l’ultimo verbo; “salire”, non è riferito solo al fatto di andare sulle montagne degli Amorrei, ma soprattutto esso è il verbo che marca tutto il cammino dall’Egitto alla Terra della Promessa.

Osserviamo che il Deuteronomio non inizia a partire dall’Esodo, ma dalla lunga sosta presso il Sinai, una vera e propria stasi, una sorta di “ozi di Capua”, quasi che il popolo si accontenti della libertà conquistata, o regalata, e sia disposto a vivere tranquillo ai piedi della santa montagna. Il verbo usato in ebraico yašab tradotto con “dimorare” significa anche: risiedere, stabilirsi, dimorare , oziare, cioè loro pensavano di essere arrivati. Ma il piano di Dio è ben diverso per cui li sollecita a riprendere il cammino con quei tre imperativi.
Per non fare confusione, ricordiamo che Mosè sta parlando di quelli che quarant’anni prima per paura, rifiutarono di entrare nella Terra, mentre gli ascoltatori attuali sono i sopravvissuti alle peregrinazioni nel deserto durate appunto quarant’anni.
Quel gruppo di schiavi che l’intervento salvifico di Dio aveva liberato dalla schiavitù d’Egitto, non risposero con l’obbedienza al comando di Dio, perciò furono costretti a trascorrere parte della loro vita nel deserto finché tutti i disobbedienti non fossero periti. Un tema, quello del comando / obbedienza, al quale il nostro libro tiene moltissimo.
Non dobbiamo però perdere di vista che ci sono altri ascoltatori ai quali sono rivolte queste parole: sono i superstiti dall’Esilio babilonese che ritornati dalla ricca terra dei due fiumi si trovarono di fronte ad un paese in rovina: Gerusalemme devastata, senza più la protezione delle mura e il tempio ridotto ad un cumulo di macerie, tanto che, non pochi, ripresero nuovamente la via di Babilonia. Questi uditori sono quelli che più di tutti hanno bisogno di essere incoraggiati a rimboccarsi le maniche e a fidarsi di Dio. Proprio per questo Deuteronomio è il manuale per tutte le riforme del giudeocristianesimo.

Tutti i commenti segnalano che queste parole pronunciate da Mosè, la LXX e i rotoli di Qumran, le mettono direttamente sulla bocca di Dio. Ciò rende la nostra lettura più complessa (difficilior) il che ci fa ritenere che essa sia l’originaria.

Il v8 è particolarmente importante e abbiamo cercato di restare fedeli al testo ebraico. Non si tratta di entrare in possesso di una terra qualsiasi, ma della Terra della Promessa, quella promessa ad Abramo, Isacco e Giacobbe più di quattrocento anni prima. Quella Terra sognata ed agognata da molte generazioni e soprattutto da quelle che ad un certo punto furono trasformate da ospiti a schiave nell’Egitto dei Faraoni. Proprio per questo l’uso di “ereditare” è più significativo che non “entrare in possesso” perché si tratta di acquisire una Terra che “è già nostra di diritto”.
Attenzione è un diritto, un possesso, una legittimazione basata esclusivamente sulla fede: se non credi e non ti fidi di questa Promessa non puoi pensare di entrare in possesso di quella Terra.

Chiaramente il testo qui fa i conti senza l’oste che, nel caso, sono i Cananei che lì ci abitano da parecchi secoli. Per il momento lasciamo in sospeso il tema del conflitto con queste popolazioni che vedremo più avanti.
Tra l’altro dobbiamo segnalare che l’espressione «…Terra che ho giurato di dare ai vostri padri …» è tipica del Deuteronomio ove ricorre una quindicina di volte.

Una prima idea di risurrezione

Problema: «La Terra che JHWH ha giurato di dare ai vostri padri: Abramo, Isacco e Giacobbe», ma questi tre patriarchi sono morti e l’unico pezzo di Terra di cui sono entrati in possesso è la grotta di Macpela con un campicello che gli sta davanti usato come luogo per la loro sepoltura (Gn “39, Lettura 81). Un po’ poco!
Ora, se stiamo ai verbi ebraici, in questo caso abbiamo a che fare con una forma verbale che assicura l’azione espressa dallo stesso verbo indipendentemente dal quando, questo fa dire agli esegeti ebraici che questa frase afferma la risurrezione: anche Abramo, Isacco e Giacobbe entreranno in possesso della Terra a loro promessa perché risorgeranno e potranno goderne dei suoi frutti. E tutto questo rinforzato dal giuramento di Dio.