Lettura 07 La scena iniziale Dt 1,1-5
Dt 1,1 «Queste sono le parole (dabar) che Mosè rivolse (dabar) a tutto Israele oltre il Giordano, nel deserto, nella valle dell’Araba, di fronte a Suf, tra Paran, Tofel, Laban, Cazerot e Di-Zaab. 2 Vi sono undici giornate dall’Oreb, per la via del monte Seir, fino a Kades-Barnea. 3 Nel quarantesimo anno, l’undicesimo mese, il primo giorno del mese, Mosè parlò agli Israeliti, secondo quanto il Signore gli aveva ordinato di dir loro. 4 Dopo aver sconfitto Sicon, re degli Amorrei, che abitava in Chesbon, e Og, re di Basan, che abitava in Astarot e in Edrei, 5 oltre il Giordano, nel paese di Moab, Mosè cominciò a spiegare / beher questa Torah».
L’inizio del Deuteronomio è costituito da un principio assoluto, nel senso che non c’è un legame con i libri precedenti come invece avevamo visto nella Lettura 5.
Ciò non toglie che possano esserci state memorie orali o anche scritte alle quali il redattore finale si sia rivolto. D’altra parte il linguaggio, lo stile e la teologia sottesa, non sono quelli dei libri precedenti, anche se esso fa parte della Torah secondo la tradizione ebraica e del Pentateuco secondo quella cristiana. Infatti il nostro libro, a detta degli studiosi, dipende più dalla tradizione profetica, ormai matura, che non da altri libri. Tant’è che in 18,15 ss. Mosè è presentato come il più grande profeta d’Israele, modello per tutti quelli che verranno dopo di lui. Se è così il nostro libro si presenta come un interessante intreccio di Torah e Profezia; d’altra parte questi due vocaboli sono coerentemente entrambi applicati a Mosè. La frequente ricorrenza della radicale di “parola / dabar”, che è l’espressione tipica dei profeti sottolinea appunto l’aspetto profetico di questo testo.
C’è un altro passaggio da evidenziare nell’ultimo versetto in cui la traduzione dice: “spiegare questa Torah“. E abbiamo già sottolineato che la radicale di Torah ha a che fare con “spiegazione, rivelazione, istruzione” mentre la semplice traduzione con Legge ci porta immediatamente in un ambiente giuridico. Se è così, non possiamo valutare la validità delle norme sotto il profilo giuridico, ma piuttosto dal versante della relazione con il Legislatore, Dio. Facciamo un esempio: giustificare l’astensione dal mangiare carni di maiale mediante valutazioni sanitarie, nutrizionali, scientifiche perde la relazione con Dio. Il pio credente dirà: non mangio il maiale perché così mi ha chiesto di fare il mio Dio. Punto!
Anche il termine beher tradotto con “spiegazione” risulta alquanto riduttivo perché la radice è comune con “incidere” riferito alle incisioni su pietra.
Altrettanto importante è il sintagma “tutto Israele“, espressione tipica dell’opera deuteronomistica. “Tutto Israele” rimanda all’idea di una assemblea riunita per prendere una decisione: nel nostro caso, quella di rinnovare l’Alleanza con JHWH come si racconterà in 28,69ss e come era già stato fatto al Sinai /Oreb.
Ora, l’autore del testo non è Mosè, ma uno scrittore che viene molto tempo dopo. Il testo infatti usa il passato remoto. Del resto, come abbiamo detto, questa parte è stata composta durante o poco dopo l’Esilio babilonese, VI secolo a. C mentre la gli eventi narrati sono avvenuti circa 7- 800 anni prima.
Ancora, lo scrivente si pone al di qua del Giordano, mentre tutto il libro, ovvero i quattro discorsi di Mosè, sono avvenuti al di là del fiume. Sappiamo che Mosè al di qua non ha mai messo piede e infatti la sua vita viene meno sul monte Nebo mentre può contemplare la Terra della Promessa dalla cima della montagna.
Già da questa breve introduzione cogliamo al volo l’importanza attribuita a Mosè il cui nome è richiamato all’inizio, al centro e alla fine. E sappiamo che tutto il Deuteronomio può essere considerato il lascito di Mosè al suo popolo, il suo testamento.
Osserviamo che questo sconosciuto redattore è preoccupato di definire con precisione il “dove” e il “quando” sono avvenuti questi discorsi.
Anzitutto siamo al di là del Giordano e in territorio di Moab. I moabiti erano discendenti di Lot nipote di Abramo pertanto nel corso della storia sono stati spesso alleati pur in alterne vicende con gli ebrei. Siamo nel deserto dell’Araba. Si tratta di una parte della grande fossa tettonica che parte dal sud della Siria lungo la valle del Giordano, prosegue oltre il Mar Morto con il deserto dell’Araba, appunto, continua nel golfo di Aqaba o Eilat per proseguire nel mar rosso e in Africa. L’Araba è un territorio privo di acqua è in parte sotto il livello del mare, come il Mar Morto, la più profonda depressione del pianeta, che si trova a circa 400 metri sotto il livello del mare.
Il nostro redattore richiama altri nomi: Suf, Paran, Tofel, Laban, Hazerot, Di Zahab, probabilmente significativi per la gente di quei tempi, ma che oggi restano in gran parte non identificati. Se pensiamo a quante popolazioni si sono succedute in quei luoghi possiamo comprendere che i nomi sono stati alterati o cambiati più di una volta.
Viene anche specificato la durata del cammino dall’Oreb /Sinai a Qadesh-Barnea (o Kadesh), ma pur esistendo un oasi in pieno deserto nel sud di Israele, prossimo al confine con l’Egitto con quel nome, gli esperti sono in disaccordo nell’identificarla con quella biblica. Oltretutto gli studiosi ritengono di non poter identificare il Sinai / Oreb con quello attualmente meta di pellegrinaggi al sud della penisola omonima.
Kadesh -Barnea è nominato per ricordare che in quel luogo il popolo liberato dalla schiavitù d’Egitto, impaurito dal racconto di alcuni esploratori, si rifiutarono di entrare nella Terra della Promessa disubbidendo ad un preciso comando di Dio. La punizione fu quella di vagare nel deserto per quarant’anni finché tutta le generazione dei disobbedienti fosse estinta. In conclusione questi ultimi discorsi di Mosè sono pronunciati ai piedi del monte Nebo in territorio di Moab, poco prima di attraversare il Giordano ed entrare nella Terra della Promessa, allo scadere dei quarant’anni.