Lettura 03 La Torah

Riprendiamo l’argomento della Legge che avevamo anticipato nella lettura precedente.

Solitamente traduciamo “torah” con “legge”, di conseguenza attribuiamo al termine ebraico tutto l’universo simbolico che riguarda la nostra comprensione di “legge”. Però abbiamo già avuto modo di dire che una traduzione puramente letterale rischia di impedirci la corretta comprensione dei significati: la traduzione linguistica deve essere accompagnata dalla traduzione culturale, vale a dire che dobbiamo calarci nella cultura cui appartiene quel termine oltre ad esplorare le variazione storiche che esso ha subito nel tempo. Anche perché tutti i concetti, le definizioni e le stesse parole che noi oggi usiamo hanno una storia alle spalle.

Un primo approccio rivela che il termine Torah è un sostantivo che deriva dalla radice “jarah” che significa: istruire, mostrare, rivelare, ammaestrare. Se è così, non abbiamo a che fare con qualcuno che impone una regola e tutti devono “credere, obbedire, combattere“, ma siamo rimandati ad un percorso di comprensione, apprendimento e scoperta di ciò che prima era sconosciuto. Si tratta di fare un cammino verso una vita buona, una vita gustosa e felice. Ma attraverso delle restrizioni? Non restrizioni, ma guida della libertà perché lasciata a se stessa, la libertà rischia di fare naufragio.

Altro aspetto fondamentale della comprensione di questo termine ce lo consegna il confronto tra la nostra struttura della Bibbia, proveniente da quella greca, e quella seguita dagli ebrei.
Il Canone Greco e quindi il nostro, la suddivide in:

1- Pentateuco, costituito dai primi cinque libri: Genesi, Esodo, Numeri, Levitico e Deuteronomio, che per gli ebrei costituisce la Torah.

2- Libri storici composto da sedici libri; sezione che il canone ebraico chiama Profeti anteriori.

3- Libri profetici, che comprende tutti i profeti, composto da diciotto libri; e questo coincide con il canone ebraico.

4 – Libri sapienziali che il canone ebraico chiama: “Altri Scritti” o semplicemente “Scritti“. Il numero dei libri sapienziali non è lo stesso per le due tradizioni perché, in linea di massima, il canone ebraico, insieme ai protestanti, esclude quelli in origine scritti in greco.

Ora, se ci pensiamo bene ci rendiamo conto che i libri che compongono la Torah secondo il canone ebraico, non è fatto solo di testi legislativi, ma soprattutto di molte storie che, secondo la nostra comprensione, nulla avrebbero a che fare la Legge. Non così per l’ebraismo che considera la storia biblica come momento normativo in cui si mostra l’agire di Dio, la Sua volontà e la conseguente risposta degli uomini.

I momenti fondativi della Torah, che ribadiamo non è fatta solo di codici, possiamo brevemente descriverli di seguito.

PRIMO CERCHIO

1- Nel primo cerchio troviamo Genesi 1-11 a che a rigore non è storia, ma una “eziologia metastorica”, cioè un racconto che cerca di spiegare quello che accade nell’oggi di ogni tempo e di ogni uomo. Un archetipo di quello che ogni uomo nato sotto il sole sperimenta nella sua vita. Quindi non fonte di conoscenza scientifica sulle origini del mondo, ma fonte di conoscenza dell’uomo di adesso. Ne abbiamo parlato lungamente nelle prime letture del libro di Genesi (vedi archivio).
In questi capitoli abbiamo potuto scoprire l’opera buona di Dio nel creare ogni cosa “buona” e al vertice della creazione vi ha posto l”uomo: l’opera più importante e “pericolosa”. Pericolosa perché dotata di un grande dono: la libertà; condizione necessaria perché l’uomo sia in grado di rispondere con amore al Creatore. L’amore esige la libertà. Sappiamo come il racconto finisce: la parola del serpente prevale su quella di Dio. Ma Dio non “molla” le sue creature. Le allontana dal Giardino perché non compiano altri disastri, ma subito si preoccupa della loro sopravvivenza: Gn 3,21 «JHWH Dio fece all’uomo e alla donna tuniche di pelli e li vestì».
Già da questi primi capitoli emerge la tenerezza di Dio e la libertà dell’uomo che non sempre è in grado di corrisponderLe adeguatamente.

A rigore, qui non c’è alcuna Legge secondo la nostra comprensione, ma una semplice avvertenza: “non mangiare di quell’albero…”, tutto il resto è una storia che rivela l’amore di Dio e la fragilità della libertà umana.
Però questo racconto è normativo: se l’uomo vuole una vita gustosa e felice deve osservare la volontà di Dio che è volontà che mira al suo bene.
Per essere corretti dobbiamo dire che in questo cerchio si parla di un generico “male” ma senza specificarne la qualità né la sua origine. Come anche nella premessa al racconto del diluvio:

Gn 6,5 «Il Signore vide che la malvagità degli uomini era grande sulla terra e che ogni disegno concepito dal loro cuore non era altro che male».

Più evidente la presenza del male nel racconto di Caino e Abele, perché l’uccisione di un uomo, il primo omicidio, non ha bisogno di leggi per coglierne il male, la sua gravita e le conseguenze.

Gn 4,6 «JHWH disse allora a Caino: «Perché sei irritato e perché è abbattuto il tuo volto? 7 Se agisci bene, non dovrai forse tenerlo alto? Ma se non agisci bene, il peccato è accovacciato alla tua porta; verso di te è il suo istinto, ma tu dòminalo».

In entrambi i casi non siamo di fronte a “Leggi” o testi legislativi come noi intendiamo, ma semplicemente all’emergere del male che trova la sua origine nel cuore dell’uomo e nella sua libertà fuori controllo.

SECONDO CERCHIO

Il secondo cerchio Gn 12-50 è costituito dal Ciclo dei Patriarchi: Abramo, Isacco, Giacobbe e Giuseppe. Anche in questo caso non troviamo la presentazione di un codice e tuttavia troviamo azioni giudicate negativamente. 
La condotta degli abitanti di Sodoma e Gomorra è causa dell’intervento di Dio che distrugge le due città mediante una pioggia di fuoco e zolfo.
In Gn 17 si chiede ad Abramo di praticare la circoncisione verso di sé e tutti i componenti del clan, come segno dell’Alleanza. Tuttavia Gn 15 riporta un’altra narrazione dell’Alleanza in cui si impegna solo Dio mentre Abramo è preso da un “profondo torpore“; forse un’allusione alla Nuova Alleanza della quale parla Ezechiele?
La sottrazione della primogenitura di Esaù ad opera di Rebecca e Giacobbe, così come gli inganni perpetrati da Labano verso Giacobbe sono considerati negativamente, ma non troviamo alcuna obiezione verso Rachele che ha rubato al padre, Labano, gli idoli di casa, anzi, se ne loda la furbizia. Un tema, quello dell’idolatria, che sarà oggetto di conseguenze gravissime negli altri libri della Bibbia.
Nella storia di Giuseppe appare sin dall’inizio il giudizio negativo circa l’operato dei fratelli verso il protagonista, ma da nessuna parte abbiamo trovato in esplicito comandamento che lo vietasse. Anzi, sappiamo che per debiti si usava vendere come schiavi gli stessi componenti della famiglia.
In definitiva, i comportamenti di questi Patriarchi sono considerati normativi, perciò parte della “Torah” a tutti gli effetti.

TERZO CERCHIO

Questa terza parte è sostanzialmente riferita all’epopea dell’esodo e alle sue conseguenze.
La vicenda esodica è composta da tre aspetti: l’uscita dall’Egitto, il cammino nel deserto, l’ingresso e il possesso della Terra. Sono tre verbi che segnano il percorso di qualsiasi riforma, sia essa di Israele, della Chiesa e di qualunque persona che voglia progredire. Bisogna lasciare le pseudo-sicurezze, compiere un faticoso cammino di ricerca, per entrare in un nuovo ambito spirituale.

Tornando al nostro cerchio, gli argomenti sono trattati da quattro libri: Esodo, appunto, Numeri, Levitico e Deuteronomio.
A differenza di Genesi in Esodo troviamo, poco dopo l’uscita la formulazione di una prima legge: le Dieci Parole o Decalogo o Comandamenti. E il perché si intuisce al volo. Il gruppo di ex schiavi miracolosamente liberati dai lavori forzati egiziani, non è un popolo, ma un insieme non strutturato di persone, pronte a litigare tra di loro e a lamentarsi con Mosè alla difficoltà che incontra nel cammino verso la Terra.
Le lamentele iniziano già tre giorni dopo la miracolosa traversata del Mar Rosso:

Es 15,22 «Mosè fece levare l’accampamento di Israele dal Mare Rosso ed essi avanzarono verso il deserto di Sur. Camminarono tre giorni nel deserto e non trovarono acqua. 23 Arrivarono a Mara, ma non potevano bere le acque di Mara, perché erano amare. Per questo erano state chiamate Mara. 24 Allora il popolo mormorò contro Mosè: «Che berremo?». 25 Egli invocò il Signore, il quale gli indicò un legno. Lo gettò nell’acqua e l’acqua divenne dolce».

La cosa si ripete qualche settimana dopo:

Es 16,2 «Nel deserto tutta la comunità degli Israeliti mormorò contro Mosè e contro Aronne. 3 Gli Israeliti dissero loro: «Fossimo morti per mano del Signore nel paese d’Egitto, quando eravamo seduti presso la pentola della carne, mangiando pane a sazietà! Invece ci avete fatti uscire in questo deserto per far morire di fame tutta questa moltitudine».

Ci limitiamo a questi due episodi che di tanto in tanto e in altre forme si ripetono, il che sta a dire che la pratica della libertà non è cosa facile da attuare perché essa deve essere associato alla responsabilità.
Un altro passaggio merita di essere sottolineato, l’istituzione dei giudici. La scena si svolge in prossimità del Sinai in un accampamento nel quale è arrivata Zippora, moglie di Mosè, e Ietro, il suocero. Questi si rende conto che Mosè passa l’intera giornata a dirimere le questioni e i litigi che insorgono tra i membri del popolo e allora Ietro lo consiglia di istituire dei giudici.

Es 18,17 «Il suocero di Mosè gli disse: «Non va bene quello che fai! 18 Finirai per soccombere, tu e il popolo che è con te, perché il compito è troppo pesante per te; tu non puoi attendervi da solo. 19 Ora ascoltami: ti voglio dare un consiglio e Dio sia con te! Tu sta’ davanti a Dio in nome del popolo e presenta le questioni a Dio. 20 A loro spiegherai i decreti e le leggi; indicherai loro la via per la quale devono camminare e le opere che devono compiere. 21 Invece sceglierai tra tutto il popolo uomini integri che temono Dio, uomini retti che odiano la venalità e li costituirai sopra di loro come capi di migliaia, capi di centinaia, capi di cinquantine e capi di decine. 22 Essi dovranno giudicare il popolo in ogni circostanza; quando vi sarà una questione importante, la sottoporranno a te, mentre essi giudicheranno ogni affare minore. Così ti alleggerirai il peso ed essi lo porteranno con te. 23 Se tu fai questa cosa e se Dio te la comanda, potrai resistere e anche questo popolo arriverà in pace alla sua mèta».

Ecco, l’istituzione di giudici che conoscano le leggi e la facciano applicare dai trasgressori è un tappa importante per fare progredire questo gruppo di ex schiavi verso la struttura di un popolo.

Tuttavia manca ancora una Legge. La prima forma viene comunicata in modo prodigioso a Mosè sul Sinai. Si tratta delle Dieci Parole, o Decalogo, più conosciuto come Dieci Comandamenti. Per motivi di spazio non riportiamo la narrazione, ma possiamo rimandare alla riflessione svolta in Archivio Esodo Letture da 76 a 90.
 Al Decalogo seguiranno anche le leggi che riguardano la pratica della religione come la costruzione di un altare, la liturgia, la costruzione della Tenda del Convegno come anticipazione del Tempio di Gerusalemme che avverrà tre secoli dopo.
Nel libro di Esodo sono riportati altri codici o leggi che, secondo la critica, sono state istituite dopo l’insediamento in Canaan perché alcuni articoli non sarebbero applicabili ad un gruppo di nomadi che cammineranno nel deserto per quarant’anni. Si tratta di uno spostamento che avrebbe lo scopo di dare ad esse un criterio autoritativo maggiore essendo opere attribuite a Dio e rivelate a Mosè. Tra di esse il Codice dell’Alleanza Es 20,22- 23,32; Leggi sul Santuario e Ministri del culto Es 25,1-31,16.
Qualcosa di simile accade anche per i Libri di Numeri e Levitico nei quali le Leggi sono intervallate da vicende che accadono a questi nomadi mentre vagano nel deserto per quarant’anni.

E come abbiamo già detto non costituisce Legge soltanto ciò che è scritto su un rotolo, ma anche o soprattutto le vicende che hanno a che fare con Dio.
Ripetiamo: come in Genesi anche in questi altri tre Libri: Esodo; Numeri e Levitico sono normativi anche i comportamenti del popolo e di suoi membri nel loro rapporto con Dio.

Questo è il motivo per cui nel prosieguo, possibilmente, non useremo il termine Legge, che ci rimanda ai nostri Palazzi di Giustizia, ma Torà o Torah.