La vita, dono inviolabile: una riflessione teologico-spirituale sull’eutanasia dei bambini
Il valore della vita agli occhi di Dio
Ci sembra fondamentale iniziare questo articolo non da una legge, neppure da una polemica o da una notizia di cronaca, ma da una domanda che attraversa tutta la Sacra Scrittura: che cosa vale una vita umana agli occhi di Dio?
È una domanda antica quanto lo è la stessa umanità. È la domanda che Dio pone a Caino: «Dov’è tuo fratello?» (Gen 4,9). Questa domanda percorre tutta la rivelazione biblica fino al Calvario, dove il Figlio di Dio assume su di sé il dolore del mondo senza eliminarlo con la morte, ma trasformandolo con l’amore.
La recente vicenda dell’eutanasia praticata nei Paesi Bassi su un bambino al di sotto dei dodici anni ci interpella profondamente. Al di là delle valutazioni giuridiche e politiche, essa pone davanti alla coscienza cristiana un interrogativo decisivo: come guardiamo oggi alla sofferenza?
Mons. Elio Sgreccia metteva in guardia da quella che definiva la “teoria del piano inclinato”. Secondo il grande bioeticista, quando una società ammette che sia moralmente lecito procurare intenzionalmente la morte in alcune circostanze eccezionali, viene meno il principio dell’indisponibilità della vita umana. Da quel momento si innesca un processo difficilmente arrestabile: ciò che inizialmente viene consentito solo per casi estremi tende progressivamente ad allargarsi a nuove situazioni, a nuove categorie di persone e a criteri sempre più estesi. L’eccezione diventa regola, e il diritto, nato per tutelare la vita, finisce per legittimarne la soppressione nei confronti dei soggetti più fragili, come i malati gravi, gli anziani, le persone con disabilità e, infine, perfino i bambini. Per Sgreccia questa deriva non è soltanto giuridica, ma anzitutto culturale: quando la dignità della persona viene subordinata alla qualità della vita o all’autonomia, il valore della vita non è più riconosciuto come assoluto, ma diventa oggetto di una valutazione soggettiva e sociale.
La sofferenza e la deriva culturale
Si può allora dire che viviamo in una cultura che considera il dolore come il male assoluto da eliminare ad ogni costo. È una mentalità comprensibile, perché nessuno ama soffrire. Tuttavia, il cristianesimo insegna qualcosa di sorprendente. Il male non è la sofferenza in sé, ma la perdita dell’amore.
Del resto, Gesù non è venuto per cancellare ogni sofferenza dalla vita sulla terra. Ha scelto piuttosto di entrare nella sofferenza dell’uomo per non lasciare nessuno solo. La Croce diventa così il luogo in cui Dio rivela la sua vicinanza proprio quando tutto sembra perduto. Per questo la comunità cristiana non può limitarsi a discutere dell’eutanasia come di una questione legislativa. Essa è chiamata anzitutto a interrogarsi sulla propria capacità di accompagnare chi soffre.
Ogni richiesta di morte, infatti, è spesso una domanda di aiuto. È il grido di chi dice: “Resta con me.” “Non lasciarmi solo.” “Aiutami a portare questo peso.”
Pensiamo a un bambino gravemente malato. Egli forse non comprende il significato della propria malattia, ma comprende perfettamente il linguaggio dell’amore. Ha bisogno di uno sguardo. Ha bisogno di una carezza. Ha bisogno di qualcuno che gli dica, anche senza parole: “La tua vita è preziosa così come sei.”
I piccoli al centro del Vangelo
Nel Vangelo Gesù mostra una predilezione particolare proprio per i piccoli. Li prende tra le braccia. Li benedice. Li pone al centro del Regno. Non li considera mai un problema da risolvere, ma una presenza attraverso la quale Dio continua a parlare agli uomini.
La cultura contemporanea, invece, rischia di misurare il valore della persona secondo criteri di efficienza, autonomia e qualità della vita. Ma questa non è la logica del Vangelo. Per Cristo il valore della persona non dipende da ciò che produce. Non dipende dalla salute. Non dipende dalla coscienza. Non dipende dall’età. Ogni essere umano vale infinitamente perché è amato da Dio.
È qui che comprendiamo il significato della parola “dignità”. La dignità non è qualcosa che conquistiamo. È qualcosa che riceviamo. È impressa nell’uomo dal Creatore. Nemmeno la malattia più grave può cancellarla. Nemmeno la fragilità estrema può diminuirla. Nemmeno la vicinanza della morte può spegnerla. Per questo la risposta cristiana alla sofferenza non consiste nell’anticipare la morte, ma nel moltiplicare la carità.
La dignità e la cura della persona
Le cure palliative rappresentano una delle più alte espressioni di questa carità. Esse dicono al malato: “Non posso sempre guarirti, ma posso sempre prendermi cura di te.” Questa è la differenza profonda tra eliminare il dolore ed eliminare colui che soffre. La compassione autentica non abbrevia la vita. La accompagna. La custodisce. La rende abitabile fino all’ultimo istante.
Papa san Giovanni Paolo II ricordava che una società si giudica dal modo in cui tratta i suoi membri più deboli. E papa Benedetto XVI ha più volte ricordato che una civiltà senza verità finisce per smarrire anche la misericordia. Papa Francesco ci ha insegnato che nessuno è uno scarto. Papa Leone XIV continua a richiamare quella Magnifica humanitas che nasce dalla consapevolezza che ogni persona è immagine di Dio.
La domanda decisiva: stare accanto a chi soffre
La vera domanda allora non è soltanto: “È lecito praticare l’eutanasia?” La domanda più radicale è: “Siamo ancora capaci di stare accanto a chi soffre?”. Perché spesso il problema non è il dolore. È la solitudine. Il problema non è la malattia. È l’abbandono. Il problema non è la morte. È la mancanza di speranza.
La speranza cristiana non consiste nell’illusione che tutto andrà bene. Consiste nella certezza che Dio non abbandona mai nessuno. Nemmeno nell’ultima ora. Nemmeno nell’ultimo respiro. Nemmeno davanti alla morte.
La speranza che si fa carità
Cristo è passato attraverso la morte per aprire la strada alla vita. Per questo il credente guarda ogni malato come un fratello nel quale Cristo stesso continua a chiedere ospitalità. “Ero malato e mi avete visitato.” (Mt 25,36) Queste parole non sono semplicemente un invito morale. Sono il criterio con cui il Signore giudicherà la nostra civiltà.
Ogni volta che scegliamo di accompagnare invece di abbandonare, di curare invece di eliminare, di amare invece di disperare, il Vangelo continua a prendere carne nella storia.
Concludiamo con un pensiero di santa Teresa di Calcutta: “La più grande povertà non è la fame, ma il sentirsi non amati.”