La Chiesa concreta e la Chiesa ideale. La comunione e lo scisma.
Uno sguardo alle radici di questa crisi
La crisi determinata dalle consacrazioni episcopali senza mandato pontificio, compiute dai lefebvriani, ripropone una questione fondamentale dell’ecclesiologia cattolica: il rapporto tra la Chiesa così come Cristo la costituisce nella storia e l’immagine ideale di Chiesa elaborata dai singoli credenti o da gruppi ecclesiali.
La fede cattolica non è adesione ad un’idea astratta di Chiesa. È adesione libera e convinta alla Chiesa reale, storica e visibile, fondata da Cristo sugli Apostoli e sulla missione particolare affidata a Pietro (Mt 16,18-19; Lc 22,31-32; Gv 21,15-17). Quando il Nuovo Testamento parla di Chiesa, in nessuna pagina propone una comunità perfetta. Al contrario parla di una comunità attraversata da tensioni, peccati e conflitti. Addirittura, ricorda errori compiuti da Pietro. Tuttavia, assicura che questa Chiesa è continuamente custodita dallo Spirito Santo.
La costituzione Lumen Gentium insegna che la Chiesa è insieme realtà divina e umana: santa per la presenza dello Spirito, ma composta da uomini peccatori che necessitano continuamente di conversione. Pretendere una Chiesa perfettamente conforme alla propria visione ecclesiale significa sostituire alla Chiesa di Cristo una costruzione puramente ideologica.
L’errore fondamentale di ogni deriva scismatica consiste precisamente nel porre il proprio criterio di giudizio sopra quello della comunione ecclesiale. In sintesi, si può allora affermare che quando l’interpretazione personale della Tradizione diventa il criterio ultimo della cattolicità, l’obbedienza cessa di essere ecclesiale e diventa autoreferenziale.
La Tradizione come realtà vivente
Uno dei punti più delicati di questa questione riguarda il significato autentico di Tradizione.
La Tradizione non è una semplice conservazione materiale dei valori ricevuti. Al contrario, vive come trasmissione viva del deposito della fede sotto l’azione dello Spirito Santo. Il Concilio Vaticano II, nella costituzione Dei Verbum, afferma che la Tradizione apostolica “progredisce nella Chiesa con l’assistenza dello Spirito Santo”, non perché muti la verità rivelata, ma perché cresce la comprensione del suo contenuto. La fedeltà alla Tradizione non coincide quindi con l’immobilismo. La Chiesa non conserva il Vangelo come un reperto archeologico. Lo annuncia, invece, nelle circostanze storiche che continuamente si rinnovano.
In ogni generazione, la Chiesa riceve un patrimonio che non le appartiene come proprietà privata. Essa ne è amministratrice, non proprietaria. Come nella parabola dei talenti (Mt 25,14-30), il compito della Chiesa consiste nel far fruttificare il dono ricevuto, evitando sia la dissipazione sia la sterilizzazione. Il vero tradizionalismo cattolico è dinamico, perché è lo Spirito Santo il garante della continuità della fede.
L’autorità del Papa quale principio visibile di unità
L’ecclesiologia cattolica riconosce nel Vescovo di Roma il principio permanente e visibile dell’unità della Chiesa universale. Per questo, il ministero petrino non è un elemento accidentale dell’organizzazione ecclesiastica. Appartiene alla costituzione stessa della Chiesa voluta da Cristo. Per questo motivo il rifiuto cosciente della comunione gerarchica con il Romano Pontefice assume una gravità particolare.
L’obbedienza ecclesiale non equivale affatto a una sottomissione servile alla persona del Papa. Neppure implica l’impossibilità di un rispettoso dissenso su questioni prudenziali. Esige, però, il riconoscimento che Cristo continua a guidare la sua Chiesa attraverso il ministero di ogni successore di Pietro.
Quando si consacrano vescovi contro la volontà espressa del Papa, si realizza una frattura oggettiva della comunione, indipendentemente dalle intenzioni soggettive degli autori.
Lo scisma nasce precisamente quando si pretende di custodire la Chiesa separandosi dal principio della sua unità.
La tentazione dell’autoreferenzialità ecclesiale
Ogni movimento ecclesiale corre il rischio di identificare la propria esperienza con l’intera Chiesa. Questa tentazione assume forme diverse nella storia: rigorismo, esclusivismo, settarismo o autoreferenzialità spirituale. In tutti questi casi emerge la convinzione implicita che la vera fedeltà a Cristo sia custodita esclusivamente all’interno del proprio gruppo.
L’ecclesiologia cattolica, invece, riconosce che la Chiesa è più grande di ogni sua espressione particolare. Nessun carisma, nessuna sensibilità liturgica, nessuna scuola teologica può identificarsi totalmente con la cattolicità.
La comunione precede ogni identità particolare.
Santità della Chiesa e peccato dei suoi membri
Una delle verità più profonde della fede cattolica consiste nella distinzione tra la santità della Chiesa e il peccato dei cristiani.
La Chiesa è santa perché il suo capo è Cristo e perché è abitata dallo Spirito Santo. Tuttavia, essa rimane una comunità di peccatori in cammino verso la piena conformazione a Cristo. Da questa verità deriva una conseguenza decisiva: nessuno può rivendicare una superiorità morale o spirituale nei confronti degli altri membri della Chiesa.
L’umiltà costituisce la forma autentica della verità cristiana. Senza umiltà, anche la difesa della dottrina può trasformarsi in occasione di superbia spirituale. Per questo motivo la ricerca della verità deve essere sempre accompagnata dalla carità, secondo l’insegnamento paolino del “fare la verità nella carità” (Ef 4,15).
L’amore concreto al Papa
Una questione, che al tempo stesso riguarda sia la dottrina sia coscienza ed è particolarmente significativa, interessa il rapporto tra il Papa ideale e il Papa reale.
È relativamente semplice amare un’immagine ideale di ministero petrino. Assai più difficile è riconoscere il successore di Pietro nella concretezza della sua persona, con il suo stile pastorale e le sue decisioni. L’obbedienza cattolica non è adesione ad un modello astratto di pontificato, ma comunione con colui che, nella concreta successione apostolica, esercita il ministero affidato da Cristo a Pietro.
Criticare alcune decisioni può essere legittimo se avviene nel rispetto della comunione ecclesiale. Diverso è costruire un’idea di papato cui il Papa stesso dovrebbe conformarsi. In tal caso il criterio ultimo non è più il ministero petrino, ma il giudizio personale.
Difendere la Chiesa nella logica della comunione
La storia dimostra che le grandi riforme ecclesiali sono sempre nate dall’interno della comunione. I santi riformatori — da Francesco d’Assisi a Caterina da Siena, da Carlo Borromeo a Teresa d’Avila — hanno denunciato errori reali senza mai rompere la comunione con la Chiesa. La vera riforma nasce dalla santità, non dalla separazione.
Difendere la Chiesa significa partecipare alla sua purificazione mediante la conversione personale, la fedeltà dottrinale, la carità e l’obbedienza. Quando invece si pretende di identificarsi con l’unica forma autentica di Chiesa, si cade nella logica settaria, incompatibile con la cattolicità.
Tradizione: conservare la fede, senza limitarsi a ripetere meccanicamente il passato
La vicenda della Fraternità San Pio X richiama una verità permanente dell’ecclesiologia cattolica: la Chiesa vive della tensione feconda tra fedeltà alla Tradizione e docilità allo Spirito, tra continuità e sviluppo, tra autorità e comunione.
Ogni tentativo di assolutizzare una sola dimensione della vita ecclesiale conduce inevitabilmente a uno squilibrio. La Tradizione autentica non può e non deve essere ridotta alla conservazione statica del passato, ma permanenza della medesima fede nella Chiesa che di generazione in generazione rinasce nei suoi soggetti. Soggetti che non sono mai uguali gli uni agli altri, né vivono mai allo stesso modo. La comunione con il successore di Pietro non rappresenta mai un elemento accessorio della cattolicità. La comunione rappresenta infatti l’essenza della cattolicità. Del resto, Gesù ha detto all’uomo Simone: “Tu sei Pietro. Su questa pietra edificherò la mia Chiesa”.
Ecco: l’unione personale alla persona di Pietro realizza il segno visibile della propria appartenenza al modello di Chiesa caratterizzato dal vivere indicato da Cristo.