La testimonianza gioiosa è l’antidoto all’indifferenza
Dall’ateismo ideologico all’indifferenza religiosa: la forma più sottile del rifiuto di Dio
Da tempo l’ateismo ha smesso di essere combattivo. Combatteva, perché avvertiva il peso che Dio esercitava su lui e su tutti. L’ateo di oggi anziché combattere Dio, lo ignora. Semmai, lo ridicolizza e lo disprezza.
Senza accorgersene, costruisce attorno alla sua anima una sorta di corazza fatta di autosufficienza che rende pressoché impossibile qualsiasi contatto con Dio. Si può dire che l’indifferenza è la tiepidezza elevata a sistema di vita. Nell’Apocalisse leggiamo la dura reazione di Dio: «Poiché non sei né freddo né caldo, sto per vomitarti dalla mia bocca» (Ap 3,16). Questo è un uomo che non vive più davanti a Dio, una volta si diceva coram Deo, ma staziona esclusivamente davanti alle cose.
L’eclissi di Dio non è assenza di Dio, ma cecità dell’uomo
Ecco qui apparire prima che una affermazione, una reazione forte e decisa del credente praticante. L’eclissi riguarda gli occhi dell’uomo, non il sole di Dio. Prima di tutto a se stesso, il credente richiama la necessità di potenziare le attitudini dello sguardo interiore. Così, l’uomo che si è dotato di strumenti potentissimi per osservare l’universo, non possiede più gli occhi contemplativi capaci di riconoscere il Creatore di tutto.
Dio continua a parlare negli eventi fondamentali della vita
A chi chiede dove e quando è possibile incrociare Dio, il credente invita a osservare il bambino appena nato. La vita non se l’è data. L’ha ricevuta. Resta da stabilire da chi e anche il perché.
Nell’amore di una coppia si nascondono forze che dominano i singoli. Sono molto più grandi di loro. Riescono persino a spingerli al sacrificio di se stessi. Manifestano così un qualcosa che ha a che fare con l’infinito. E se la malattia smaschera l’illusione dell’autosufficienza umana, la morte moltiplica le domande in modo brutale.
La cultura contemporanea si rivolge esclusivamente alle branchie del sapere scientifico. Il credente non le disprezza affatto. Pone, però, una distinzione: un conto è il meccanismo, altro il Mistero. Oggi, purtroppo, molti uomini comprendono sempre meglio il funzionamento delle realtà fisiche, ma ne sanno sempre meno del loro significato.
La perdita della sensibilità spirituale
Questo porta il credente a una ulteriore scoperta. La fede non è soltanto adesione della mente. È soprattutto uno sguardo purificato che riesce a riconoscere Dio nelle pieghe della vita ordinaria. In lui l’intelligenza va di pari passo con la salute dei suoi occhi spirituali.
Una società organizzata senza l’ipotesi di Dio
Il credente gioisce delle scoperte e del loro funzionamento sempre più perfetto. Ma gira alla larga da tante illusioni. Sa che tutto quanto funziona non è detto che di fatto porti salvezza alla sua vita. L’ organizzazione non crea da sola bellezza e significato. Cure possono alleviare il dolore, senza però spiegare perché esista. Si può ritardare la morte, ma non impedirla.
L’uomo contemporaneo dispone di mezzi sempre più potenti e di fini sempre più deboli. Tutto ciò fa crescere il dilagante vuoto spirituale.
L’eclissi non oscura soltanto Dio ma anche l’uomo
L’assenza di un bene assoluto rende relativo il bene morale. Come, del resto, l’esistenza di una Verità ultima fa sì che ogni opinione non valga quanto un’altra. Il che porta chiarezza al vivere sia individuale sia comune. Si potrebbe proseguire a lungo. La conclusione resterebbe comunque la stessa: l’eclissi di Dio genera infallibilmente l’eclissi della dignità umana.
L’indifferenza non si vince con argomenti ma con la testimonianza
Un tempo, l’ateismo ideologico aggrediva il credente e pretendeva da lui risposte e dimostrazioni. Oggi, l’indifferenza non pone ai credenti alcuna domanda. Questo fa sì che il portare nel mondo il Vangelo non comporti affatto il moltiplicare discorsi. Solo una luminosa presenza di uomini trasfigurati dal Vangelo è in grado di rispondere alle necessità spirituali di chi vive nell’indifferenza.
L’uomo contemporaneo non necessita di maestri. Ha un infinito bisogno di testimoni. Quando infatti il credente santifica se stesso, rende sempre più trasparente la sua persona. Subito, allora, Gesù appare dietro a essa. Proprio come affermava san Paolo VI: “L’uomo contemporaneo ascolta più volentieri i testimoni che i maestri, e, se ascolta i maestri, è perché sono dei testimoni».
E l’abbé Pierre precisava che non era questione di essere credenti, ma credibili.
La testimonianza: la forma visibile della presenza di Cristo nel mondo
Nel contesto dell’indifferenza religiosa, la parola testimonianza assume un significato profondamente teologico. Non si incarna in semplici esempi di vita virtuosa. Si attua invece nel rendere manifesta la presenza di Gesù, che continua ad operare nel suo discepolo.
La testimonianza nasce dunque dall’essere del credente prima ancora che dal suo fare. Il testimone è infatti un convertito da Gesù che, momento dopo momento, vive da convertito.
La testimonianza esprime una relazione profonda con Gesù
Ora, questa conversione porta gioia anzitutto al convertito. Lui si rende sempre perfettamente conto che essa è un dono divino ricevuto gratuitamente. Un dono da coltivare con molta cura. Da vivere con esultanza. Da rispettare però con umiltà. San Paolo ha scritto: «Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me».
La testimonianza rende visibile l’invisibile nella vita ordinaria
Va detto che esiste il rischio di identificare la testimonianza con l’attuazione di gesti straordinari. In realtà, nel Vangelo il credente non affatto chiamato a testimoniare la sua fede con gesti straordinari. Chiaro è l’esempio dato da Gesù: vive trent’anni nella quotidianità nascosta di Nazaret. Nel Vangelo la testimonianza è fatta consistere nel vivere ogni cosa in modo evangelico. Il convincimento è semplice ed è questo: se Gesù è il principio interiore di ogni scelta, anche il gesto più semplice acquista una luminosità soprannaturale.
È ciò che accadeva, per esempio, ai primi cristiani. I pagani osservavano il loro modo di vivere, il loro amore reciproco, la loro serenità davanti alla persecuzione, e si domandavano quale fosse il segreto di quella vita. Ne viene che il credente si fa testimone perché rende presente l’eternità nel tempo. Lui diventa come il luogo nel quale Dio può essere incontrato. La testimonianza, allora, non può mai essere fatta coincidere con una strategia pastorale né semplicemente con una tecnica di evangelizzazione. È ogni volta il compimento della vocazione battesimale: consentire al mondo di vedere l’amore espresso da Gesù nella carne di quanti gli appartengono.