Rendere l’Africa specchio del mondo

Rendere l’Africa uno specchio del presente

Papa Leone ha perfettamente ragione nell’invitare tutti a considerare l’Africa uno specchio del mondo contemporaneo. Ferite e speranze, valori e contraddizioni qui vissuti non corrispondono affatto a realtà che appartengono soltanto ai popoli dell’Africa. Si tratta invece di realtà che rivivono all’interno dell’intera famiglia umana. Nel mondo di oggi, sovente in forma ancora più evidente e drammatica, queste realtà si realizzano nelle tensioni che attraversano il nostro tempo: l’ingiusta distribuzione delle ricchezze, la competizione per le risorse, le disuguaglianze strutturali, le migrazioni forzate, la fragilità delle istituzioni, la crisi della politica e, non da ultimo, l’indifferenza che troppo spesso avvolge la disperazione di milioni di persone e tende vergognosamente a rendere invisibili le tragedie vissute, per potere poi dissolverle e fare scomparire.

Il continente al centro della storia

Ancora oggi, molti osservatori continuano a raccontare l’Africa come una periferia della storia. Eppure, se si osserva con attenzione reale e sincera ciò che accade nel continente africano, si possono scorgere in atto alcune delle dinamiche più profonde che stanno plasmando il presente del pianeta e concorrono a preparare il suo futuro. Qui, in Africa, si intrecciano interessi economici globali, strategie geopolitiche, processi migratori, sfide ambientali, tensioni culturali e religiose. Qui emergono con particolare chiarezza le domande fondamentali che riguardano il destino comune dell’umanità: quale sviluppo comune del pianeta e della vita su di esso vogliamo costruire? Chi ha titolo per beneficiare delle ricchezze della terra? Quale prezzo decidiamo di imporre ai più deboli perché paghino l’acquisto di un affermarsi stabile del nostro benessere?

Il dramma del Congo

Se passiamo ora a considerare direttamente la Repubblica Democratica del Congo, troviamo che essa rappresenta una delle espressioni più drammatiche di questa realtà. Terra di straordinaria bellezza e di immense ricchezze naturali, il Congo è al tempo stesso uno dei luoghi in cui si manifesta con maggiore evidenza il paradosso della modernità: possedere enormi risorse e vedere la propria popolazione vivere nella precarietà, nella violenza e nell’incertezza assoluta. Da oltre trent’anni il Paese è attraversato da conflitti che hanno provocato milioni di vittime dirette e indirette, generazioni di sfollati, comunità spezzate, ferite sociali e psicologiche che ancora oggi incidono in profondità il tessuto vitale della vita quotidiana.

Il silenzio globale e l’indifferenza

Eppure, questa tragedia, tra le più gravi dalla fine della Seconda guerra mondiale, continua a occupare uno spazio marginale nell’informazione internazionale. Le guerre che stanno infiammando altre regioni del mondo catturano comprensibilmente l’attenzione dell’opinione pubblica, mentre il dramma congolese sembra consumarsi all’interno di una sorta di silenzio globale.

In pratica, a questo silenzio è stato come ingiunto di raggiungere le coscienze dell’Occidente ricco e godereccio. Deve riversare su di esse strumenti di distrazione di massa come per creare assenza di attenzione cui deve seguire assenza del senso di responsabilità. A questo punto potrà dominare incontrastata l’ingiustizia nelle sue infinite forme.

Le voci delle vittime e la resilienza

Eppure, qua e là, spuntano voci come è, per esempio, quella incarnata dalla drammatica testimonianza raccolta dal giornalista Simone Varisco. Contribuisce efficacemente a rompere il silenzio. La voce di persone che hanno scelto di parlare e di far parlare le vittime dell’orrendo conflitto in atto nel Congo.

Questo parlare controcorrente fa emergere dati incredibili.

Particolarmente significativa appare la condizione delle donne. Vittime privilegiate della violenza e delle strategie di dominio esercitate dai gruppi armati, esse rappresentano al tempo stesso una delle principali risorse di resilienza dell’attuale società congolese. Molte famiglie sopravvivono grazie alla loro capacità di ricostruire, educare, lavorare e generare reti di solidarietà. Nella loro quotidiana lotta per la dignità si manifesta una forma silenziosa di resistenza che raramente trova spazio nei grandi racconti mediatici.
Accanto a loro vivono milioni di sfollati. Dalla violenza ovunque straripante sono costretti ad abbandonare case, campi, attività e legami comunitari. Ma questo non è tutto. La condizione di vita dello sfollato alla perdita materiale dei beni di sussistenza aggiunge la perdita di un’identità sociale, di un progetto di vita, della possibilità di immaginare il domani.

Ricchezza, giustizia e globalizzazione

Ma questo non è ancora tutto.

Le vicende del Congo portano alla luce una delle massime questioni del nostro tempo: il rapporto tra ricchezza e giustizia. Le immense risorse del sottosuolo congolese – minerali indispensabili per l’industria tecnologica, digitale ed energetica contemporanea – alimentano economie e processi produttivi che coinvolgono l’intero pianeta.

La globalizzazione ha reso il mondo più interdipendente. Purtroppo, non lo ha contestualmente reso più giusto. Ha accorciato le distanze geografiche senza sempre ridurre quelle umane. Il dramma congolese deve ricordare a tutti che ogni progresso tecnico o economico porta con sé una domanda etica: chi paga il costo di questo sviluppo? Quali vite proseguono nella miseria più spinta e nella disperazione assoluta dietro tutto ciò che noi consideriamo un nostro progresso normale o necessario?

La Chiesa e il futuro dell’Africa

In questo scenario assume un significato particolare la presenza della Chiesa cattolica. In molte regioni della Repubblica Democratica del Congo questa comunità di fede attualizza presenze educative, sanitarie, sociali e culturali.

In questo contesto risuonano con particolare forza le parole di papa Francesco, che durante il suo viaggio apostolico a Kinshasa lanciò il celebre appello: «Giù le mani dall’Africa!».

Papa Leone XIV riprende la denuncia di papa Francesco e rinnova l’impegno della Chiesa volto a dare un contributo importante per creare condizioni per le quali sia l’Africa stessa a costruire modelli di sviluppo fondati sulla dignità della persona e sul bene comune. A nome della Chiesa universale, questa Chiesa locale continuerà a riaffermare che la pace, la giustizia e la fraternità non sono beni riservati esclusivamente a un numero limitato di popoli. Sono soltanto diritti universali.