Come leggere la crisi della confessione
La crisi della confessione nasce dalla crisi del senso del peccato
Affermava Pio XII: “Il più grande peccato del mondo d’oggi è forse questo, l’uomo ha cominciato a perdere il senso del peccato“. Mette conto fermarsi su questo asserto. Lo ha fatto egregiamente, per esempio, Giuseppe Angelini che, senza riprendere direttamente le parole di Pio XII, ha cercato di offrirne spiegazioni profonde.
Oggi capita facilmente di ascoltare persone accusare giovani e non giovani di peccare in modi sempre più gravi e anche ripetuti. Le coscienze, si dice, cedono al peccato con grande superficialità che, a sua volta, diventa sfrenata facilità all’azione. In realtà, il Papa ha intuito l’insorgere nella vita quotidiana di ben altro. Anziché interessare semplicemente gli atti del cristiano, il cambiamento interessava ormai la sua coscienza come tale. Oggi, tutto ciò appare quanto mai evidente. Le coscienze si preoccupano di inseguire sistematicamente standard di vita che salvaguardino la salute del corpo, la gioiosità dell’animo, l’adempimento di un sempre più esigente desiderio di godimento.
È chiaro che questo genere di cultura rende molto problematico il rapporto con la confessione. Forse, praticamente impossibile. Infatti, in questa cultura l’uomo si ritrova in rapporto col suo corpo e con quanto si muove nel suo corpo. Il rapporto con Dio si affievolisce di molto. Con facilità addirittura scompare. Di qui, il rispondere a Dio della propria vita perde evidentemente di senso.
A questo prima questione se ne aggiunge una seconda.
Espressa in pochissime parole, la questione riguarda il ruolo attribuito dal singolo alla sua coscienza. Può essere descritto e condensato nel detto: “secondo me”. In ultima analisi, soprattutto a partire dall’adolescenza, si è sempre più ritenuto che la coscienza non fosse semplicemente un importante strumento di giudizio, ma corrispondesse all’unico metro di giudizio. In tal modo, Dio non è affatto respinto o negato. Il suo volere resta però subordinato al “secondo me”.
Il peccato è anzitutto rottura di una relazione
Le due questioni ora sollevate manifestano una comune tendenza comportamentale: tendono progressivamente a svuotare la relazione che unisce il credente a Dio attraverso una preoccupante riduzione dei contenuti di tipo personale. Ci si rispetta, ma non ci si parla più. Non ci si attacca o non ci si scambia sgarbi, ma non ci si ama più. La relazione si riempie sempre più di vuoti che, piano piano, la trasformano in un nulla imbarazzante. Così, il peccatore non solo compie azioni negative e perverse. Più a fondo, dissolve il suo legame con Dio. Talvolta addirittura senza quasi accorgersene.
Qui, noi ricordiamo la testimonianza data da san Carlo. Si confessava tutti i giorni. E, ogni volta, piangeva amaramente. Quanto questo suo atteggiamento spirituale sarebbe importante arrivasse a parlare alla nostra coscienza. Di certo, ci indicherebbe sentieri spirituali da scoprire e poi da percorrere. Farebbe infatti in modo che il giudizio della coscienza partisse dal vivere una relazione profonda e gioiosa con Dio e non semplicemente si risolvesse in valutazioni spiritualmente aride.
Noi ora ricordiamo che nell’Antico Testamento il peccato è significativamente presentato come infedeltà.
A quali condizioni la confessione ristabilisce al meglio la relazione infranta
Partiamo dall’ultima parola del punto precedente: infedeltà.
Questa parola fa riferimento diretto alla vita del credente che ha scelto in modo libero e volontario di spartire l’esistenza con il Dio che si è rivelato ad Abramo e, successivamente, ha continuato a rivelarsi alla sua discendenza fino a mandare tra il suo popolo lo stesso suo Figlio. E Dio si è fatto vivo sulla terra anzitutto perché preoccupato per la piega che sulla terra gli uomini hanno dato alla vita. Per rispondere alla sua preoccupazione, Dio dà vita a una Allenza che impegna una volta per tutte lui e il suo popolo a perseguire due concrete finalità: garantire in modo ufficiale al suo popolo la benedizione promessa ad Abramo e, alla pari, impegnarlo in modo altrettanto ufficiale a diventare suo servo nel trasmettere nel mondo la benedizione ricevuta da lui gratuitamente.
Va subito notato che l’Alleanza poggia sulla Legge che Dio ha dato al suo popolo. Con essa gli indica valori da perseguire nel quotidiano e norme di comportamento da rispettare sempre nel quotidiano. Come si vede, la Legge ha come prima finalità di indicare al credente una vita bella e giusta, amata dal Signore. A sua volta, il credente è però chiamato a riconoscere la Legge del Signore, ad accettarla e a praticarla. Senza aprire un discorso complesso, è utile ricordare che le parole Alleanza e Legge sono centrali anche per Gesù che ha detto: “Non sono venuto per abolire, ma per dare perfetto compimento”.
La confessione è tutt’uno con l’Alleanza e la Legge che regola l’Alleanza. Da una parte deve ripristinare la partecipazione all’Alleanza infranta dal peccato. Deve quindi riattivare nel credente peccatore la vita santa promossa dall’Alleanza. Certo, lo realizza solo se guarisce la sua coscienza e la riporta a uno stato di salute effettiva. In particolare, riporta a salute il suo esercizio quotidiano della libertà e della responsabilità.
Il problema spinoso della formazione della coscienza
Riteniamo illuminante rifarci all’apostolo Giovanni. Nella sua seconda Lettera Giovanni propone una curiosa definizione di progressismo. È l’andare oltre la verità. Ora, la verità coincide con la pienezza di vita che Gesù risorto diffonde sulla terra secondo il volere del Padre e l’azione dello Spirito. Il progressista pensa bene di uscire da questa pienezza di vita. Se ne costruisce una tutta sua. Anche qui, senza entrare nei particolari dell’intera questione, si intercetta il primo fattore di crisi incrociato dalla Chiesa delle origini: la gnosi. Vale a dire, il ridurre la fede a una conoscenza elaborata con cura che, per esempio, oggi si realizza nel famoso: “Secondo me”. Così, singoli o gruppi ricostruiscono ognuno la loro verità. Questo consente loro di estraniarsi dalla vita del resto della Chiesa. Loro, danno per scontato che ognuno possa vivere correttamente la fede come autonomamente ognuno decide debba essere.
Ripristinare e custodire la santità
Ricevuto lo Spirito Santo, i primi cristiani si ritrovano concretamente assorbiti in una vita ammirabile. Prima vivevano le loro giornate in tutt’altro modo. Ora, per loro, tutto è cambiato. Pregano come non lo hanno mai fatto in antecedenza. Si amano e si capiscono in modo sorprendentemente nuovo. Non sono più loro a stabilire autonomamente ciò che è bene e ciò che è male. Un sesto senso li porta a seguire gli insegnamenti degli Apostoli. Ma, soprattutto, hanno imparato a realizzare quanto Gesù si aspetta da ognuno di loro e, a ognuno, di volta in volta comunica.
Per loro, il credere non coincide mai con un semplice pensare alla verità. Avvertono che il loro pensare è solo una parte di un vivere complessivo che ha sempre e solo un nome: la Chiesa. Si sentono Chiesa. Sono la Chiesa. Mentre per chi non ha fede tutto ciò risulta assolutamente incomprensibile, per loro diventa più luminoso della stessa luce del sole a mezzogiorno.
Lo Spirito Santo assicura loro di continuo forze spirituali grazie alle quali il pensiero diventa realtà di vita e, la vita, si fa chiara e attraente. Luminosamente appagante. Soprattutto, contagiosa.
Certo, qui dobbiamo richiamare san Paolo. Lui ammonisce che Dio ha posto i suoi doni in vasi molto fragili. Questa immagine allude direttamente all’evenienza del peccato. Evenienza che il Signore ha deciso di fronteggiare con la confessione.
È indubbio che, se scrutata da questo punto di osservazione, la confessione acquisisce valori e funzioni davvero grandiose. Diventa infatti garante di una vita soprannaturale fatta partire da Gesù risorto sulla terra. Se debitamente cercata e vissuta, di volta in volta che la si riceve, essa trasforma la coscienza del credente che accede a lei. Fa crescere nel credente una capacità divine d pensare e di agire. E lo compie contemporaneamente nei singoli e nella stessa Chiesa. Così, la comunità forgia la coscienza del singolo che, a sua volta, influenzerà la crescita del sentire e dell’agire della stessa Chiesa.