Israele sta perdendo la propria anima

Israele davanti alla crisi della propria anima

Mette conto leggere e poi riflettere su un articolo di Rodolfo Casadei, pubblicato a fine maggio su Tempi. Già il titolo attira con forza l’attenzione: Israele sta perdendo la sua anima. Casadei parte dal tremendo disastro operato da Israele con la guerra di Gaza. L’orrenda condotta militare si inserisce nelle spire dell’aspro scontro politico interno a Israele e, insieme, della crescente influenza di correnti nazionaliste e religiose che sembrano allontanare il paese da quella tradizione democratica e pluralista che per lungo tempo ne ha rappresentato uno dei tratti distintivi.

Ma, qui, ci sembra comunque assai importante iniziare a dibattere una sorta di conflitto teologico nel quale Casadei vede attualmente implicato Israele. Casadei allude al conflitto fra due diverse visioni di giudaismo: il giudaismo della giustizia e il giudaismo della promessa.

Promessa e giustizia nella tradizione ebraica

Noi riteniamo che si debba usare grande cautela nel trattare questa contrapposizione. Si rischia infatti di investire il tema della promessa di una responsabilità storica e religiosa che esso in realtà non possiede. L’attesa della terra promessa, del ritorno in essa dalla dispersione e della redenzione del popolo peccatore appartiene da sempre alla fede ebraica. Per quasi due millenni il popolo ebraico custodisce questa speranza religiosa mentre vive nella diaspora, senza mai trasformarla in un progetto di dominio politico o territoriale. La promessa non si è mai opposta alla giustizia; al contrario, nella tradizione biblica e profetica la terra promessa è sempre subordinata all’obbedienza all’alleanza, alla tutela del povero, della vedova, dell’orfano e dello straniero.

Quando la promessa diventa ideologia

Per questo motivo, il giudaismo della promessa non crea di per sé problema. A crearlo è invece la sua possibile degenerazione ideologica. Vale a dire, quando una realtà storica e politica viene assolutizzata, essa cessa per questo di essere segno di una promessa. Viene trasformato in un autentico idolo. Così, ogni fondamentalismo contemporaneo, sia ebraico sia islamico, non nasce tanto dalla fedeltà alla propria tradizione religiosa, quanto piuttosto dalla sua riduzione a strumento di legittimazione del potere politico e militare e, insieme, dell’esclusione dalla terra di chi non è parte del popolo.

In tal modo, la crisi che attraversa oggi Israele non oppone promessa e giustizia. Oppone piuttosto due modi diversi di intendere la promessa stessa: da una parte una promessa che rimane aperta all’universalità della giustizia; dall’altra una promessa trasformata in possesso esclusivo, in diritto assoluto, in rivendicazione identitaria.

Nell’ebraismo, profeti oppure maestri fino a giungere a Martin Buber o a Emmanuel Levinas, non hanno mai separato la promessa divina da un rigoroso esercizio della responsabilità etica. Se Israele rischia oggi di perdere la propria anima, ciò non avviene perché è rimasto fedele alla promessa. Avviene perché una parte della sua classe dirigente politica e religiosa tende a dimenticare che il rifarsi alla promessa divina resta autentico solo se rimane del tutto subordinato alla giustizia.

Lo specchio palestinese e islamico

Questa osservazione va in ogni caso estesa specularmente al mondo palestinese e islamico. Anche qui il problema non nasce dalla tradizione religiosa in quanto tale. Nasce infatti dall’avere trasformato la tradizione religiosa in una ideologia che definisce in modo rigoroso l’identità del popolo cui è data la premessa. Così, si giunge a negare qualsiasi possibilità di vivere sulla terra della promessa a chi non è parte di questo popolo specifico. Risulta pertanto chiaro che Hamas e gli altri movimenti che perseguono la distruzione di Israele incarnano pesanti deformazioni della propria eredità spirituale, assolutamente paritetiche a quelle dei fondamentalismi ebraici.

Ne viene che il superamento dei fondamentalismi cosiddetti antitetici non può passare attraverso il contrapporre promessa e giustizia. Passa, invece, per il ritrovare il legame originario con l’autentica santità della promessa divina. Solo una promessa che riconosca la dignità dell’altro può sottrarsi alla logica della guerra permanente e aprire spazi concreti e vivibili alla pace.

Oltre la formula dei «due giudaismi»

Tutto ciò sembra portare a una affermazione. La definizione dei «due giudaismi» appare davvero molto efficace sul piano della comunicazione. Sembra tuttavia risultare discutibile sul piano filosofico e teologico. Si parte dal fare ruotare il discorso sotto due poli fondamentali. Da una parte sta il giudaismo della giustizia, che viene fondato su Torah, etica e universalità. Dall’altra sta il giudaismo della promessa, che viene fondato sull’elezione del popolo santo e garantisce il possesso della terra. 

Così strutturato, il giudaismo della promessa finisce per mostrare una tensione reale presente nella Bibbia: quella che separa e quasi contrappone universalismo e particolarismo, umanità e popolo eletto, legge morale e appartenenza storica. Una criticità appare allora farsi strada allorché una tensione interna ai testi della Bibbia tra due tradizioni autonome viene trasformata in una separazione che, a sua volta, genera una contrapposizione.

Al riguardo, va subito detto che l’elezione di Israele non crea mai per lui un privilegio offerto senza condizioni. Infatti, la terra promessa non trasmette semplicemente un possesso fisico. Corrisponde a un dono che, a sua volta, viene da Dio legato a precisi e quanto mai coinvolgenti compiti etici. Per questo, I profeti ripetono continuamente che Israele può perdere la terra proprio se tradisce la giustizia che Dio gli ha indicato di realizzare. Non è mai pertanto possibile per Israele pretendere che, se Dio concede la terra, chi la riceve sta automaticamente dalla parte della ragione. Al contrario, da tutti va riconosciuto il fatto che Dio concede la terra perché su di essa si viva secondo la giustizia voluta da lui. Ma, così, il possesso della terra non è più privilegio dato a una minoranza. Diventa profezia religiosa offerta a tutti e che tutti devono poi capire e rispettare.

Come si può agevolmente notare, la promessa non può affatto diventare il contrario della giustizia. Ne costituisce, invece, un presupposto storico che dà vita a precise responsabilità concrete.

Promessa, responsabilità e critica dell’idolatria

Davvero interessante diventa allora il notare che l’ebraismo storico ha vissuto quasi due millenni senza essere concretamente titolare di una sovranità politica. Durante questo lungo periodo il tema della promessa non è affatto scomparso dall’orizzonte delle coscienze degli ebrei. È addirittura diventato fattore ancora più centrale nelle coscienze, interpretato in modo prevalentemente escatologico, spirituale e messianico. 

Così, pensatori come Gershom Scholem, Martin Buber o Emmanuel Levinas non hanno mai contrapposto promessa e giustizia. Al contrario hanno cercato di pensarle e affermarle insieme. Al riguardo, si fa interessante il rimarcare che Levinas continua a insistere sul fatto che l’elezione significa responsabilità verso l’altro, non privilegio.

Ci sembra necessario proporre un ultimo rilievo.

La Bibbia combatte costantemente l’idolatria. Normalmente si pensa all’idolo come a una statua. In realtà l’idolo è qualsiasi realtà finita che pretende di occupare il posto dοvuto a Dio. Anche una terra, uno Stato, una nazione o un’identità collettiva possono trasformarsi in un idolo. Possono diventare un bene assoluto che si erge unico e sovrano e richiede sottomissione assoluta.