Questioni fondamentali poste dalla Enciclica Magnifica humanitas
La questione antropologica: chi è l’uomo?
La prima e più radicale domanda che attraversa l’Enciclica non riguarda tanto l’intelligenza artificiale, quanto piuttosto l’uomo come tale. La rivoluzione tecnologica in atto mette, infatti, in discussione che l’uomo sia indiscutibilmente superiore alla macchina e a lui tocchi controllare la macchina nel suo operare. Oggi le macchine sono in grado di apprendere conoscenze al punto di elaborarle autonomamente e diventare poi capaci di prendere decisioni operative. A questo punto spunta, inevitabile una domanda: che cosa rende l’uomo diverso dalla macchina?
La tradizione cristiana non fonda la dignità dell’essere umano sulle sue prestazioni cognitive o operative e produttive. L’uomo vale non per ciò che sa fare, ma per ciò che è. È scritto: «Facciamo l’uomo a nostra immagine, secondo la nostra somiglianza» (Gen 1,26).
Ecco: l’essere umano è definito da Dio stesso come persona che ha direttamente a che fare con Lui. Così, la sua dignità non può essere aumentata dai successi tecnologici né diminuita dall’insufficienza delle sue capacità.
Cruciale si fa allora questa affermazione di san Giovanni Paolo II: «L’uomo non può essere compreso fino in fondo senza Cristo» (Redemptor hominis, 10).
Queste affermazioni definiscono una prima fondamentale questione. Papa Leone è certo che l’IA non solleva una questione tecnologica ma antropologica. Vale a dire: se la persona vale per efficienza, velocità di elaborazione o capacità di problem solving, essa finisce inevitabilmente per essere confrontata con le macchine e, prima o poi, si ritrova addirittura superata da esse. Se invece l’uomo è riconosciuto come immagine di Dio, nessuna macchina può sostituirlo. Fondamentale resta per sempre il fatto che Dio ha parlato solo con l’uomo. Questa relazione fa dell’uomo un essere unico per qualità spirituali che solo lui può possedere.
La questione della libertà: chi guida realmente le nostre scelte?
Oggi l’intelligenza artificiale non esercita più soltanto un ruolo importante di strumento tecnico. Essa possiede una crescente capacità di orientare i comportamenti dell’uomo, di espandere la sete del consumo, di forgiare opinioni e costruire relazioni sociali.
La domanda teologica chiede allora che cosa significa essere liberi in una società in cui gli algoritmi conoscono sempre meglio le nostre abitudini, anticipano le nostre preferenze e influenzano le nostre decisioni?
I cristiani non hanno mai fatto coincidere la libertà con la semplice possibilità di scegliere tra opzioni diverse. Scrive Paolo: «Cristo ci ha liberati perché restassimo liberi» (Gal 5,1).
Per il cristiano, la libertà è data dalla capacità di orientarsi verso il vero e il bene nel continuo e pieno rispetto della vocazione che ognuno riceve da Dio. Alla fine dei suoi giorni, a ognuno non verrà semplicemente chiesto se ha fatto del bene o del male. Dio gli chiederà se ha compiuto ciò per cui lo ha fatto nascere.
Certo, oggi diventa sempre più problematico o, addirittura, incomprensibile parlare di vocazione divina da accettare e da vivere, quando i processi decisionali vengono progressivamente delegati a sistemi automatici. Cresce a dismisura il rischio che l’uomo smarrisca la capacità di giudizio personale. Il Papa solleva una precisa questione. Lui afferma che i problemi che oggi inchiodano l’uomo non sono semplicemente di natura politica o economica. Oggi la questione riguarda lo spirituale. Ci ritroviamo sempre più in una società che rinuncia all’esercizio della coscienza e, così, rischia di produrre individui sempre più informati e sempre meno liberi.
In gioco qui troviamo la custodia di quella interiorità che è quotidianamente chiamata a gestire la libertà umana e la chiamata di Dio.
La questione della verità: la crisi del rapporto con il reale
Uno dei problemi più spinosi sollevati dall’epoca digitale sta nella crescente difficoltà di distinguere il vero e separarlo dal falso. È che le tecnologie cosiddette generative, la manipolazione delle informazioni, la produzione artificiale di immagini e contenuti rendono sempre più fragile il rapporto dell’uomo con la realtà.
Anche quando si ritrovano pressati da questo frangente, i cristiani si rifanno a Gesù che ha detto di sé: «Io sono la via, la verità e la vita».
Come si può facilmente notare, per il cristianesimo la verità non corrisponde semplicemente a una corretta informazione. Essa riguarda anzitutto i costitutivi primari di ogni essere. In particolare, il fatto che Dio intende entrare in relazione con ogni essere umano per liberarlo da ogni potere che il male può esercitare su di lui. Dio vuole questa relazione sincera e, soprattutto, creativa. Vuole che la relazione sia un valore identico per tutti. Un valore che, pertanto, crea un mondo di persone che di fatto vivono al di fuori di qualsiasi genere di menzogna. La menzogna farebbe, infatti, venire meno la relazione originaria. Creerebbe usurpazione, schiavitù, degenerazione, disastri sociali all’infinito.
Al riguardo, giustamente Hannah Arendt osservava che il soggetto ideatore del totalitarismo non è affatto colui che si fa portatore di una determinata ideologia, ma colui per il quale è in concreto scomparsa la distinzione tra verità e menzogna. Così, quando tale distinzione si dissolve, diventa poi impossibile costruire una vita comune fondata sul rispetto e sulla fiducia reciproca. Per questo, papa Francesco scrive: «La verità non si conquista da soli, ma sempre insieme» (Fratelli tutti, 50).
La sfida dell’intelligenza artificiale riguarda dunque anche la salvaguardia delle condizioni culturali e morali che rendono possibile il riconoscimento della verità. Senza verità condivisa non esiste né democrazia né autentica fraternità.
La questione del potere: la tentazione di Babele
Le prime pagine della Bibbia sollevano una questione antica quanto il mondo: il rapporto tra potere e limite. Le Scritture denunciano la pretesa umana di costruire sistemi di vita che si rendano autosufficienti rispetto a Dio e, quindi, si sgancino da lui.
Nell’enciclica, papa Leone cita l’episodio della Torre di Babele (Gen 11,1-9). Vede in lui incarnarsi il tentativo simbolico dell’umanità protesa a raggiungere il cielo attraverso le proprie forze e di costruire un ordine fondato esclusivamente sulle proprie capacità operative, a lui assicurate dalla scienza e dalla tecnica.
Certo, va subito fatto notare che qui non è la tecnica a essere condannata, ma la sua assolutizzazione. Romano Guardini aveva intuito questo rischio già nel secolo scorso. Per questo ha scritto: «L’uomo moderno possiede un potere enorme, ma non possiede ancora la maturità morale necessaria per governarlo».
L’Enciclica si inserisce precisamente in questa tradizione critica. Essa non demonizza affatto la crescente tecnologia. Mette, però, in guardia da un dato incontrovertibile: la concentrazione di un potere che sfugge al controllo democratico e che tende a presentarsi come neutrale.
La Bibbia insegna che ogni potere umano deve riconoscere un limite. Quando il potere si considera assoluto, tende inevitabilmente a trasformarsi in un dominio in se stesso perverso, perché assolutamente convinto di essere indiscutibile rispetto a tutti e a tutto.
Qui l’affermazione di papa Leone si fa forte e grande. L’algoritmo diventa pericoloso non quando è potente, ma quando pretende di sostituirsi a qualsiasi giudizio umano e si sottrae a ogni responsabilità morale. Nessuno può fare coincidere la verità e la giustizia col proprio sogno personale di esercitare potere all’infinito.
La questione della vocazione soprannaturale dell’uomo: che cosa è chiamato a diventare l’essere umano?
Forse si raggiunge il punto più profondo della Magnifica humanitas nel fare propria una affermazione. Il papa precisa che la ricerca sull’uomo oltre che spinta nel cercare di definire ciò che l’uomo è, prima di tutto, va orientata a stabilire ciò che l’uomo è chiamato a diventare.
L’originalità di questo inedito punto di vista sull’umano rivela pregnanza di significato e quindi importanza quando si osserva il dibattito contemporaneo sull’intelligenza artificiale. Fondamentalmente esso si concentra sull’analisi della capacità delle macchine e sui rischi che esse comportano per la difesa della libertà, del lavoro o della democrazia. Si tratta di numerose questioni quanto mai importanti. Va però precisato che esse stazionano costantemente all’interno dell’orizzonte terreno dell’esistenza umana. Il cristiano spinge invece decisamente oltre il suo sguardo.
Lui non stabilisce come domanda decisiva il chiedersi: «Come difendere l’uomo dalla macchina?». Lui se lo chiede senz’altro. Ma a se stesso pone una domanda assai più coinvolgente: «Qual è la vocazione ultima dell’uomo?».
Il cristiano è assolutamente convinto che, qualora non si risponda a questa ultima domanda, la difesa della dignità umana rischia di rimanere assai fragile. Si finisce infatti per proteggere l’uomo solo in nome del fatto che lui permane in ogni caso come realtà più complessa e articolata, più creativa o più sensibile rispetto a quanto le macchine possono essere. Ma cosa toccherebbe all’uomo se un giorno le macchine subissero elaborazione tali per cui l’uomo finisse per ritrovarsi in concreto superato dalla macchina in ognuna di queste dimensioni di esistere?
La tradizione cristiana fonda la dignità dell’uomo su di un principio preciso: l’essere umano possiede una grandezza incomparabile perché Dio lo chiama a vivere con lui nella sua casa. Scrive san Giovanni: «Vedete quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente» (1 Gv 3,1).
Quando l’uomo viene collocato all’interno di questa prospettiva di pensiero, immediatamente, appare del tutto inadeguata ogni antropologia che riduca l’uomo alle sole sue funzioni cognitive. L’intelligenza è certamente una dimensione essenziale della persona. Non ne esaurisce, però, il suo infinito mistero. Va allora detto che l’uomo è capace di verità, perché è chiamato a vivere personalmente nella vita di Dio che è colma di verità. È capace di amore, perché è chiamato a spartirlo con Dio stesso. È capace di libertà, perché è chiamato a rispondere liberamente alla grazia.
San Ireneo di Lione ha espresso questa verità con una formula divenuta molto celebre: «La gloria di Dio è l’uomo vivente, e la vita dell’uomo consiste nella visione di Dio». Questo rende chiaro il comprendere che la grandezza dell’uomo prima che consistere nel dominio tecnico sul mondo, si sviluppa nella sua capacità di apertura all’eterno. E questa capacità non può essere prodotta, replicata o simulata da alcun algoritmo.
Una macchina non può pregare o amare nel senso oggettivo del termine. Alla pari, non può entrare in relazione con Dio o essere chiamata alla santità e ricevere da lui grazia.
Se ciò sta, si fa pertanto chiaro che la preoccupazione deve scavalcare il recinto dello stabilire limiti etici all’uso delle tecnologie, per entrare negli spazi della trascendenza da garantire in ogni caso all’uomo.
Ha senso che l’uomo costruisca macchine sempre più cariche di intelligenza e di capacità operative. Non ha però alcun senso che l’uomo dimentichi la propria vocazione divina. Il vero rischio, pertanto, non è dato dal fatto che le macchine diventino sempre più simili agli uomini, ma che gli uomini finiscano per pensare se stessi come macchine.