Chiesa e carismi – Il Papa chiede a tutti una vera comunione

La fatica della comunione

Capita. In parrocchia capita davvero. E non serve neppure che ci siano grandi scontri. Basta poco. Una riunione preparata male. Una decisione presa altrove. Un gruppo che si convince di essere più vivo degli altri. Un parroco che teme di perdere il controllo. Oppure, all’opposto, un movimento che considera la parrocchia quasi un intralcio burocratico. Ci si saluta cordialmente. Si collabora persino. Ma sotto sotto cresce una distanza. E la distanza nella Chiesa non resta mai neutra. Raffredda. Isola. Alla lunga impoverisce tutti.

Franco Giulio Brambilla, nell’articolo “Leone XIV chiede comunione vera: nessun movimento basta da solo”, riprende il forte richiamo di papa Leone XIV sul governo dei carismi. Tema delicato. Perché i carismi sono una benedizione immensa. Possono, tuttavia, diventare una tentazione immensa. Appena, infatti, un dono spirituale dimentica di essere dono divino, comincia a trasformarsi in possesso umano e terreno. E il possesso, anche quando parla il linguaggio della fede, produce sempre una qualche forma di dominio.

Quando il dono diventa proprietà

Qui bisogna essere quanto mai leali e trasparenti. Ci sono gruppi che parlano continuamente di Spirito Santo ma, poi, reagiscono male appena devono condividere qualcosa con altri. Ci sono realtà ecclesiali capaci di evangelizzare, di entusiasmare, di generare vocazioni che, poi, faticano però terribilmente a riconoscere che anche fuori da loro Cristo agisce davvero. È un controsenso sottile. Non nasce quasi mai dalla cattiveria. Nasce da una sorta di innamoramento di sé. È un narcisismo convinto di rappresentare il centro della Chiesa. E lentamente il centro non è più di Gesù. Diventa il proprio metodo, il proprio linguaggio, il proprio stile, la propria testimonianza e la propria vita.

Sant’Agostino scrive: “Molti chicchi erano sparsi e sono diventati un solo pane” (Agostino, Sermones, 229/A, 2). Il punto è tutto qui. Il chicco, per diventare pane, deve smettere di bastare a se stesso. Deve lasciarsi spezzare, macinare. Finché resta chiuso nella sua autosufficienza, conserva forse anche la sua purezza, ma non nutre nessuno.

È impressionante quanto oggi tutti vogliano essere riconosciuti nella loro identità, ma quasi nessuno voglia lasciarsi impastare con altri. Eppure, la Chiesa nasce proprio così. Non come somma di eccellenze spirituali. Nasce come corpo. Un corpo vivo, colpito da difficoltà e pressato da croci. San Paolo arriva a dire che l’occhio non può dire alla mano: non ho bisogno di te. Ma noi questo lo diciamo continuamente. Magari con educazione. Magari sorridendo. Lo diciamo quando ascoltiamo qualcuno soltanto per preparare la risposta. Lo diciamo quando decidiamo prima e consultiamo dopo. Lo diciamo quando sopportiamo gli altri invece di riconoscerli come necessari.

Nessuno basta da solo

Sant’Ireneo scrive: “Dov’è la Chiesa, lì è lo Spirito di Dio; e dov’è lo Spirito di Dio, lì è la Chiesa e ogni grazia”(Ireneo di Lione, Adversus Haereses, III, 24,1). Dunque, sta la Chiesa, non già un gruppo, una sensibilità, una corrente. Sta solo e soltanto la Chiesa. Questo oggi pesa molto. Viviamo infatti all’interno di una cultura che trasforma tutto in identità separata. Anche la fede rischia di diventare una forza spirituale che genera tribù spirituali.

Il problema non riguarda solo i movimenti. Riguarda tutti. Anche le parrocchie possono diventare autoreferenziali. Anche certi ambienti diocesani. Anche certi preti. Anche certi laici impegnati. L’autoreferenzialità entra ovunque. E quando entra nella Chiesa produce una conseguenza precisa: si comincia a usare la comunione come parola, evitando accuratamente di viverla come sacrificio.

Perché la comunione costa e costa davvero. Costa ascoltare chi non parla il proprio linguaggio. Costa lasciare spazio. Costa rinunciare ad avere sempre l’ultima parola. Costa perfino vedere nascere qualcosa di bello fuori dal proprio ambiente senza provare fastidio o gelosia. Qui si misura la maturità spirituale. Non nelle emozioni religiose. Non nei grandi eventi. Si misura nella capacità di gioire sinceramente del bene che Dio compie anche senza passare da me.

La divisione come ferita spirituale

Origene scrive: “Dove c’è divisione, lì non può abitare lo Spirito di Dio” (Origene, Omelie su Ezechiele, IX, 1). E Giovanni Crisostomo rincara: “Nulla irrita tanto Dio quanto la divisione della Chiesa” (Giovanni Crisostomo, Omelia sulla Lettera agli Efesini, XI, 5). Sono parole durissime. Perché i Padri avevano capito una cosa che noi rischiamo di mettere da parte e di dimenticare: la divisione ecclesiale non si costituisce solo come problema organizzativo. Dà vita a una ferita spirituale. Ogni volta che un carisma si assolutizza, ogni volta che un gruppo si pensa autosufficiente, il corpo si lacera.

Forse oggi la vera tentazione non è l’eresia. È la frammentazione. Tutti parlano di Chiesa. Ma sovente fanno riferimento al proprio pezzo di Chiesa. Tutti parlano di comunione. Ma spesso chiedono soltanto di essere lasciati indisturbati nel proprio spazio. E così la Chiesa rischia di diventare una federazione di mondi tra di loro perfettamente paralleli. Si tollerano senza però mai appartenersi davvero.

Romano Guardini scriveva: “La Chiesa si risveglia nelle anime”. Ma appena si risveglia davvero scopre subito una cosa scomodissima: che non può vivere da sola. Il cristianesimo individualista è una contraddizione. Prima o poi costruisce un Cristo privato, molto spirituale, molto rassicurante e quasi sempre molto simile ai propri gusti.

La Chiesa concreta

Papa Leone, e Brambilla lo porta molto bene in primo piano, insiste su un punto decisivo. Il carisma deve vivere dentro la Chiesa concreta. Diocesana. Reale. Non immaginaria. E qui il discorso si fa alquanto provocatorio. È, infatti, facile amare la Chiesa universale. Quasi senza accorgersene, la rende una realtà impersonale, lontana, del tutto astratta. Molto più complicato ed esigente risulta invece l’amare la Chiesa concreta. Cioè, la Chiesa fatta dal vescovo concreto, dal parroco concreto, dal consiglio pastorale concreto, dalla persona concreta che parla troppo, rallenta tutto, magari sbaglia anche. Ma è in quella Chiesa che Cristo aspetta ognuno. Non lo aspetta proprio mai in una comunità ideale.

San Cipriano scrive: “Non può avere Dio per Padre chi non ha la Chiesa per madre” (Cipriano di Cartagine, De catholicae ecclesiae unitate, 6). Frase severa. Eppure lucidissima. Perché Cristo non si limita a salvare individui isolati. Lui raduna un popolo imperfetto, lento, talvolta irritante. Sempre, però, reale.

Anche la politica si frammenta

Anche la politica, a dire il vero, dovrebbe imparare qualcosa da qui. Non perché debba diventare religiosa. Sarebbe persino pericoloso. Ma perché pure lì tutto si sta frantumando in appartenenze che si costruiscono ogni volta come realtà assolute. Gruppi, correnti, tifoserie, identità che non cercano più il bene comune ma soltanto la propria conferma. Alla fine il risultato è sempre lo stesso: tutti parlano, nessuno ascolta. Tutti rivendicano, nessuno serve.

Tommaso d’Aquino, parlando della carità, sostiene che essa unisce gli uomini perché li fa partecipare dello stesso bene che è Dio stesso (Tommaso d’Aquino, Summa Theologiae, II-II, q.23, a.1). Ecco perché la comunione cristiana è molto più di una strategia per andare d’accordo. È partecipazione a una stessa vita. A uno stesso sangue. A uno stesso Signore. E, su questo versante, la comunione cristiana può diventare modello parlante per la politica.

Forse il problema vero è che molti cristiani oggi desiderano la fede, ma non desiderano più appartenervi con tutto se stessi. Vogliono spiritualità, che però non abbia un corpo. Vogliono Gesù, ma senza la sua Chiesa. Vogliono il carisma, senza doverne portare il peso a vantaggio degli altri. Detto in una parola: Cristo ha radunato fratelli. Il Vangelo non funziona mai come semplice somma di esperienze personali.

Il miracolo più difficile

Gregorio Magno scrive: “La prova della santità non è fare miracoli, ma amare sinceramente il prossimo” (Gregorio Magno, Homiliae in Evangelia, XXX, 1). E il prossimo, quasi sempre, non è ideale. È concreto nell’interrompere, limitare, rallentare e anche bloccare. Costringe a uscire da se stessi. Certo, tutto ciò purifica il carisma e impedisce a lui di corrompersi.

Il termine comunione è davvero una bella parola. Guai, però, a usarla come semplice decorazione spirituale. Questa parola va con decisione riportata nelle diocesi, nelle parrocchie, nei consigli pastorali, nei movimenti, nelle famiglie, perfino nelle amicizie. Va riportata nei luoghi dove la gente smette di sopportarsi facilmente. Perché è lì che si vede se Cristo sta davvero al centro di tutto. Oppure se al centro sta qualcun altro o qualcosa d’altro.

Gesù non ci ha chiesto di bastare. Ci ha chiesto di seguirlo. Insieme. E forse il miracolo più difficile da realizzare oggi è proprio questo: restare sempre insieme, senza mai diventare gli uni nemici degli altri.