La pace non dimentica la verità che sta al centro della fede

La pace senza verità e il rischio dell’utopia astrusa e inconcludente

Viviamo un tempo quanto mai inquieto. In esso, ogni giorno le guerre si moltiplicano. Intanto, le paure collettive crescono. Da parte sua, quasi fino alla provocazione, la tecnica promette salvezza. Purtroppo, però, troppe volte produce soltanto nuove forme di dominio. Così, l’uomo contemporaneo si ritrova come su di una altalena che lo fa oscillare di continuo tra euforia e angoscia. Questo scenario di vita satura il linguaggio pubblico di immagini apocalittiche come collasso, fine, crisi irreversibile, catastrofe globale. Questo fattore non è da sottovalutare. Va invece preso in seria considerazione.

Noi pensiamo che in questo tempo così carico di durezza e di drammi, il cristianesimo è più che mai chiamato a custodire intatta la pregnanza di salvezza di cui Gesù ha colmato il suo Vangelo. Nel Vangelo non c’è spazio alcuno per parole che rassicurano le persone in crisi in nome di devastanti ingenuità che svuotino il Vangelo di tutto ciò che costruisce lo zoccolo duro della sua verità e il suono entusiasmante della sua speranza.

Una provocazione significativa viene da Luca Diotallevi, che si domanda se una parte del cattolicesimo contemporaneo non rischi di confondere il Vangelo con forme di utopismo pacifista del tutto incapaci di misurarsi con la realtà del male presente nella storia terrena. È una domanda che mette conto rilanciare nel dibattito solo se di fatto si presenta concretamente scomoda e, soprattutto, necessaria. Si sta, infatti, propagando un modo di parlare di pace che finisce col diventare astratto, sentimentale, persino evasivo.

Da anni i Papi continuano a ricordare a tutti che la pace non va mai fatta coincidere con la semplice assenza del conflitto armato. La Scrittura non identifica mai la pace con la neutralizzazione delle tensioni politiche. La shalom biblica è costruita dalla pienezza della giustizia. Così riesce a riconciliare le persone nella verità, attraverso un positivo ricostruire sulla terra l’ordine che ingiustizie hanno prima infranto. Un ordine che per ultimo viene restituito a Dio, che all’origine ha creato il mondo e la sua vita nella giustizia e nella pace. Per questo i profeti denunciano coloro che ripetono: «Pace, pace», mentre la violenza continua a devastare la vita di uomini inermi.

Il cristianesimo non può pertanto presentarsi da ingenuo rispetto a tutto quanto incarna la lotta al male. Del resto, la croce stessa impedisce ogni lettura distratta o superficiale della storia. Il Figlio di Dio entra nella violenza del mondo a occhi ben aperti. La percorre da ogni parte e la vive fino in fondo. Come scrive Hans Urs von Balthasar, «il cristianesimo non elimina il dramma dell’esistenza, ma lo porta dentro il cuore di Dio».

In altri termini, la fede cristiana non rimuove il tragico dalla vita. Tanto meno fugge lontano da esso. Al contrario, lo affronta con coraggio e con determinazione, strenuamente convinto che a lui non debba mai toccare l’ultima parola.

Giustamente Karl Rahner ammoniva che il cristiano del futuro sarà “un mistico o non sarà”. Con questo detto, davvero spiritualmente aggressivo, intendeva dire a tutti che la fede non potrà sopravvivere alle ondate della incredulità sempre più in espansione ripetendo in modo anonimo e stanco dogmi e precetti etici. La fede vive soltanto se diventa di persona in persona una esperienza concreta, viva e profonda, del mistero della croce. Sulla croce, Dio affronta in modo ultimativo il dramma infinito e perverso del male. Si sacrifica. Col suo sacrificio libera tutti dal male. Ma proprio questa profondità di esperienza impedisce una volta per tutte sia il cinismo sia l’ingenuità.

Tuttavia, non va evitato neppure il rischio opposto: trasformare il cristianesimo in una sorta di spiritualità della catastrofe. Molti oggi leggono la storia con un immaginario apocalittico deformato, dove l’Apocalisse coincide con una allucinata predicazione della distruzione imminente del mondo. È una tentazione che sta attraversando sia la cultura secolare, sia certi ambienti religiosi. L’effetto finale appare quanto mai sorprendente: alla paura del futuro viene fatta sovrapporsi una religione della paura.

Appare qui importante fare riferimento al libro dell’Apocalisse. Giovanni non lo ha scritto per terrorizzare i credenti. Al contrario, lo ha scritto proprio per offrire loro fondamentali sostegni spirituali nel momento drammatico in cui venivano chiamati alla prova.

L’Apocalisse cristiana: non la fine ma la rivelazione

Anche Enzo Bianchi rimarca con forza in un suo articolo che l’Apocalisse è anzitutto “rivelazione di Gesù Cristo”. Il termine apokalypsis significa infatti “svelamento”. Non corrisponde dunque minimamente al racconto della vittoria finale del caos. L’Apocalisse, alla luce sollevata dal mistero pasquale, rivela i particolari della parabola della storia terrena, sempre carichi di luci e di ombre. Lo fa, per rivelare di essa il suo senso profondo.

Per i cristiani, il centro della storia non è un evento futuro, una catastrofe tremenda e totale.  Il centro è dato da un evento già accaduto: la morte di Gesù sulla croce e la sua successiva risurrezione. La Pasqua costituisce il centro nascosto della vita del mondo. La luce di questo evento avvolge tutta la realtà della storia dell’uomo e della terra.

Tutto ciò fa dell’Apocalisse non è il libro della disperazione, ma quello della speranza. Così, ogni pagina di questo libro è scritta per comunità perseguitate, fragili, marginali, sempre tentate dalla paura e dal compromesso. Giovanni non prospetta loro una fuga dalle penose vicende della loro vita terrena. Proprio a loro, Giovanni ricorda che Dio tiene sulle sue mani tutta la storia. Il male è reale, ma non è mai un assoluto. Le potenze che sprigionano inarrestabili forme incalzanti e superbe di violenza sembrano dominare incontrastate e incontrastabili la scena della vita. In ogni caso, saranno bloccate e giudicate dalla croce dell’Agnello.

Joseph Ratzinger ha scritto che «il cristiano sa che il futuro non appartiene né agli imperi né alle ideologie, ma a Dio». Questa certezza non produce passività. Sa suscitare ovunque libertà interiore. Del resto, chi non assolutizza il potere terreno può realmente resistergli.

Anche Henri de Lubac metteva in guardia dall’evitare qualsiasi forma di riduzione mondana della fede cristiana. Se non vuole scomparire, la fede deve di fatto ampliare nella coscienza del cristiano la tensione verso il trascendente. Deve tenere vivo il senso gioioso della signoria di Cristo sulla storia. Insieme, deve diventare un prezioso antidoto che impedisce al cristiano di piegarsi alle ideologie del tempo.

L’Apocalisse appare sempre meglio simile a una scuola di discernimento spirituale. Le “bestie” descritte da Giovanni non appartengono soltanto al passato. Esse riappaiono ogni volta che il potere pretende di diventare assoluto. Ogni volta che l’economia, la tecnica o la politica chiedono all’uomo un’obbedienza totale. È difficile non riconoscere, nel nostro presente, nuove forme di imperialismo tecnocratico capaci di controllare le coscienze attraverso la paura, il conformismo o la stessa manipolazione dei desideri.

Le nuove “bestie” del nostro tempo

La riflessione di Giuliano Zanchi coglie con lucidità questo aspetto. Il linguaggio apocalittico oggi viene spesso utilizzato dai nuovi poteri globali per rinchiudere l’uomo nell’angoscia oppure, male non minore, per convincerlo che non esistano alternative al dominio della scienza e della tecnica. La paura diventa così uno strumento insieme politico e spirituale. In realtà, come è già stato fatto rimarcare, l’Apocalisse è del tutto estranea a simili visioni.

Tutto ciò è ripreso anche da Massimo Cacciari, quando osserva che i nuovi poteri tecnologici assumono caratteristiche quasi teologiche. La tecnica promette salvezza, onniscienza, controllo totale. Ovviamente, il cristianesimo si oppone a questo genere di pretese. Per lui, nessuno può prendere il posto di Dio. Se lo compie, si trasforma in un idolo e fa partire una qualche forma di idolatria.

Oggi, la grande tentazione contemporanea si incarna in una nuova e inedita forma di ateismo. Al posto della fede e della speranza che nasce dalla fede, l’uomo colloca la gestione tecnica dell’esistenza.

Romano Guardini aveva intuito con straordinaria lucidità che la tecnica moderna, quando si separa da ogni riferimento etico e spirituale, rischia di trasformarsi in una potenza anonima capace di dominare l’uomo anziché servirlo. La crisi contemporanea nasce precisamente da questa perdita del senso del limite.

Per questo l’Apocalisse è un libro spiritualmente decisivo. Essa insegna ai credenti a “vedere”. Dietro gli eventi della storia, dietro le seduzioni del potere, dietro le ideologie della paura, il cristiano è chiamato a riconoscere una presenza più profonda: quella dell’Agnello immolato e vittorioso.

Qui la fede cristiana si distingue sia dal pessimismo sia dall’ottimismo mondano. Il pessimista pensa che il male vincerà; l’ottimista confida ingenuamente nel progresso automatico della storia. Il cristiano, invece, spera. E la speranza cristiana non è un’emozione psicologica. È virtù teologale, saldamente radicata nella fede.

Come scrive Jürgen Moltmann, «la speranza cristiana non consola semplicemente il presente: lo trasforma». Così, di nuovo affermiamo che chi spera cristianamente non evade dal mondo. Anzi, vi si colloca e lo abita con una libertà nuova e del tutto sconosciuta a chi non possiede la fede. Il cristiano resiste al male. Non dispera mai. Reso da Gesù libero dal potere nefasto degli idoli, si impegna a vivere i suoi giorni sulla terra rispettando alla lettera il Vangelo.

La speranza cristiana oltre la paura

Anche Johann Baptist Metz insiste sul fatto che la fede cristiana custodisce una “memoria pericolosa”: la memoria della Pasqua e delle vittime della storia che hanno saputo lottare contro ogni potere maligno senza mai restarne vinte. Grazie a loro, il cristianesimo ha sempre saputo evitare di diventare uno spiritualismo intimista o un pacifismo anonimo e privo di una qualsiasi forma realmente cristiana. La pace evangelica si afferma sempre come forza spirituale capace di una viva compassione per ogni uomo ferito e calpestato. Questa pace si struttura direttamente nella lotta contro tutto ciò che si muove per umiliare la dignità umana.

Dietrich Bonhoeffer, martire del nazismo, ricordava che la fede cristiana non consiste nel sottrarsi al mondo, ma nel vivere responsabilmente dentro la storia. «Solo chi grida per gli ebrei può cantare il gregoriano», scriveva provocatoriamente, ricordando che la preghiera autentica non separa mai contemplazione e responsabilità verso chi soffre.

In definitiva, essere “apocalittici” oggi non significa attendere con morbosa fascinazione la rovina del mondo. Significa vivere nella luce della rivelazione di Cristo. Significa guardare la storia senza illusioni. Ma anche senza disperazione. Significa riconoscere il male senza adorarlo. Significa smascherare gli idoli del nostro tempo senza perdere la fiducia nel bene.

L’ultima parola dell’Apocalisse non è infatti un canto lugubre della paura. È la Gerusalemme nuova, che scende dal cielo e porta sulla terra la vita del cielo. È comunione con Dio. È trasfigurazione in Dio.

Questo è senz’altro il compito spirituale più urgente del cristiano contemporaneo: custodire, dentro una civiltà smarrita e impaurita, la testimonianza che il mondo non appartiene alle tenebre del male, ma alla luce di Gesù crocifisso risorto.

Olivier Clément scriveva che il cristiano è chiamato a essere “un uomo della risurrezione nel cuore del Venerdì santo della storia”. È forse questa l’immagine più fedele del credente nel nostro tempo: non un ingenuo ottimista, non un profeta di sventura, ma un testimone della speranza.

Così, il credente vive nel tempo presente senza cedere né al cinismo né al panico. Egli sa che il male è potente, ma non è eterno. Sa che gli imperi passano. Sa che la tecnica non salverà l’uomo. Ma sa anche, con una certezza più profonda di ogni paura, che il bene alla fine riesce sempre a vincere.